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Milano, Teatro alla Scala – Fidelio

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Una professione di fede nell’umanità e nel valore della libertà, nonché nell’amore e nella fedeltà coniugali, un viaggio dall’oscurità alla luce contraddistinto da una forte tensione etico-utopica: ecco, in sintesi, come potremmo definire Fidelio. Opera in due atti ispirata a Léonore, una pièce à sauvetage del 1798 di Jean-Nicolas Boully, venne musicata da Beethoven nel 1805 e rimaneggiata in due versioni successive, rappresentate nel 1806 e nel 1814. Unico melodramma del compositore nativo di Bonn, in questi giorni torna al Teatro alla Scala nell’edizione del 2014 che ha segnato l’ultimo 7 dicembre di Daniel Barenboim come Direttore musicale del Piermarini. Per l’occasione, sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala troviamo Myung-Whun Chung. Sin dall’ouverture, la Leonore n. 3 (Barenboim optò invece per la Leonore n. 2), il maestro coreano propende per una lettura potentemente umana, di ampio respiro sinfonico, perlopiù dilatata nei tempi, priva di pomposo trionfalismo ma non per questo meno seducente. Ottenendo dalla compagine orchestrale un suono terso e quasi sempre preciso, il direttore variega sapientemente i colori: se, per esempio, il quartetto “Mir ist so wunderbar” è cesellato in punta di bacchetta, con sonorità vaporose e tenui, maggiore brillantezza si ha nell’incipit strumentale del secondo atto.

Complessivamente valido il cast assemblato per questa ripresa. Al posto della prevista Simone Schneider, Leonore è Jacquelyn Wagner, già apprezzata Eva wagneriana negli scorsi Meistersinger scaligeri del 2017. In possesso di una voce poco voluminosa, a tratti leggera per la parte, il soprano si distingue per la luminosità del timbro, la facilità negli acuti e la raffinata musicalità; pregnante è poi il fraseggio nei dialoghi. Tra i momenti più convincenti della serata, piace qui ricordare almeno il recitativo e aria “Abscheulicher […] Komm, Hoffnung”, interpretati con intensità, e il duetto “O namenlose Freude!”. Accanto a lei, il Florestan di Stuart Skelton emerge per una vocalità tenorile vigorosa e di buon peso, ben appoggiata e ricca di armonici nel registro medio-grave; si percepisce qualche difficoltà di intonazione nella salita alle note più alte. Ineccepibile il Rocco paterno e bonaccione del basso Stephen Milling, dallo strumento vocale omogeneo e di bel colore, morbido nell’emissione e mai gutturale, curato nella dizione. Il basso-baritono Luca Pisaroni delinea un Don Pizarro magnetico e autoritario, esente da effetti gratuiti di cattivo gusto, un villain affascinante e dalla psicologia elaborata. La voce è poi ben proiettata, di pasta scura e doviziosa di sfumature, come ben dimostrato nell’aria con coro “Ha, welch ein Augenblick”, affrontata con mordente e piglio deciso senza però mai eccedere. Piacevole la Marzelline di Eva Liebau, scenicamente aggraziata e vocalmente puntuta e adamantina. Sugli scudi l’aitante Jaquino di Martin Piskorski, dalla vocalità tenorile screziata di seducenti bruniture. Carismatico il Don Fernando del baritono Martin Gantner, incisivo nel porgere la parola, vero deus ex machina della vicenda. Perfettibile il Primo prigioniero di Massimiliano Di Fino, sonoro Marco Granata (Secondo prigioniero). Una particolare nota di merito va, senza ombra di dubbio, al Coro del Teatro alla Scala, guidato con maestria da Bruno Casoni, energico e icastico negli interventi, in particolare nel tripudio finale.

In linea con l’umanità della direzione di Chung è pure lo spettacolo del 2014 di Deborah Warner (regia). Grazie alle scene e ai costumi di Chloe Obolensky, la storia è trasposta in un’imprecisata realtà contemporanea, poco definibile spazio-temporalmente (dagli abiti parrebbe di essere negli anni a cavallo tra fine XX e inizio XXI secolo) proprio per l’universalità dei messaggi proposti dall’opera. La scenografia, una squallida e opprimente struttura carceraria con incombenti e alti muri in cemento armato, è movimentata da oggetti e azioni di uso comune: Marzelline stira il bucato mentre intona l’aria “O wär ich schon mit dir vereint”, Leonore/Fidelio pulisce il pavimento con secchio e spazzolone, le guardie del carcere fumano o giocano a pallone durante le pause (e un soldato prova anche a importunare la figlia del capocarceriere). Estremamente umane sono, poi, le reazioni dei personaggi nel finale: la popolazione inferocita lincia il governatore della prigione di Stato e lo uccide fuori scena con un colpo di pistola, mentre Marzelline, sconvolta per aver scoperto che Fidelio è, in realtà, una donna, fugge disperata dalle attenzioni amorose del povero Jaquino. Suggestive e atmosferiche le luci di Jean Kalman riprese da Valerio Tiberi, in particolare quella dorata e avvolgente che permea l’ultima scena.
Al termine, caloroso successo per tutti gli interpreti.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2017/2018
FIDELIO
Opera in due atti op. 72 su libretto di Joseph Ferdinand Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke
Musica di Ludwig van Beethoven

Don Fernando Martin Gantner
Don Pizarro Luca Pisaroni
Florestan Stuart Skelton
Leonore Jacquelyn Wagner
Rocco Stephen Milling
Marzelline Eva Liebau
Jaquino Martin Piskorski
Erster Gefangener Massimiliano Di Fino
Zweiter Gefangener Marco Granata
 
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung 
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Deborah Warner
Scene e costumi Chloé Obolensky
Luci Jean Kalman riprese da Valerio Tiberi
Produzione Teatro alla Scala
Milano, 2 luglio 2018

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