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Milano, Teatro alla Scala – Die Fledermaus

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Un pipistrello che fatica a spiccare il volo, questo Fledermaus. La celebre operetta di Strauss, per la prima volta in scena sul palco del Teatro alla Scala di Milano, non convince pienamente per diverse ragioni. Anzitutto per una direzione, affidata alla bacchetta di Cornelius Meister, che rende ragione solo in parte della raffinata scrittura orchestrale, puntando più sul versante malinconico e sognante che non su quello gioioso e danzante della partitura. Che, come noto, costituisce l’approdo del genere musicale “operetta” dalle sponde della Senna, dove era nato e aveva conosciuto il successo, a quelle del Danubio (blu, come l’universo mondo sa, nel più celebre dei valzer degli Strauss). Qui, in quella che molti di noi ricordano come Austria Felix, l’operetta conoscerà fasti straordinari, divenendo insieme l’apice e il canto del cigno di un mondo inesorabilmente destinato a finire. Ecco: a questa dimensione di lento sgretolarsi a fronte di un ossessivo, quasi compulsivo desiderio di vita, ha dato risalto la lettura di Meister, capace in verità anche di valorizzare l’apporto degli ottimi strumentisti della Scala.

Nel complesso, ottimi i cantanti. Eva Mei è una Rosalinde perfettamente a suo agio sia scenicamente che vocalmente, con una spiccata musicalità messa a servizio del suo inconfondibile timbro chiaro e luminoso. Lucentezza vocale che non difetta neppure a Daniela Fally, agile e sicura nei panni dell’avvenente cameriera Adele, mentre Elena Maximova, interprete femminile per un ruolo originariamente maschile, è una Orlofskaya autorevole per ampiezza e colore da autentico mezzosoprano. Sul fronte maschile, bella la prova dell’Eisenstein di Peter Sonn, dal timbro chiaro ed omogeneo, così come l’esibizione di Markus Werba (Falke, dal cui travestimento prende nome l’operetta) e quella di Michael Kraus, nei panni del direttore di prigione. Il tenore Giorgio Berrugi, chiamato anche a dare voce agli stereotipi operistici messi alla berlina dal libretto, ha il bel timbro di uno schietto tenore italiano e accenna diverse arie “nostrane” con slancio e passione. Completano il cast vocale il simpatico avvocato Blind di Kresimir Spicer e la brava Ida di Anna Doris Capitelli, solista dell’Accademia della Scala.

Il regista Cornelius Obonya, affiancato da Carolin Pienkos, ha deciso di ambientare la vicenda ai nostri giorni in una stazione sciistica d’alta quota in Austria. Scelta che funziona fino a un certo punto, non tanto per lo spostamento temporale (anche oggi ci sono super ricchi gaudenti che frequentano località esclusive) quanto per la mancanza di quel quid a livello di concezione generale, in grado, non dico di entusiasmare, ma magari anche di interrogare il pubblico. Tutto si muove quindi sui binari di una placida prevedibilità, con qualche sfilacciamento anzi, dovuto alla non ottimale recitazione degli interpreti che, si capisce, sono più a loro agio nel canto che non nelle parti parlate. E qui devo sottolineare un ulteriore elemento di perplessità: il fatto che, nei parlati appunto, si utilizzino più lingue. Quindi, non solo il tedesco del libretto, ma anche l’italiano e, occasionalmente, il francese. Una sorta di Babele giustificata dal regista con la volontà di rendere omaggio alla multiculturalità dell’impero austro ungarico. Intento nobile ma che, a conti fatti, ingenera confusione nel pubblico e azzoppa lo spettacolo in termini di ritmo teatrale. Nemmeno Paolo Rossi, reclutato nei panni della guardia carceraria Frosch al posto dell’annunciato Nino Frassica, riesce efficace, nonostante alcune battute sapide. Per di più, il suo intervento “muto” nel primo atto, risulta francamente pleonastico e recitato con distrazione.
Apprezzabili le scene e molto belli i costumi, entrambi firmati da Heike Scheele. Dall’elegante razionalismo dell’interno del primo atto a una prigione con vista montagne e stelle dell’ultimo, passando per l’ampia sala delle feste del secondo atto, il “filo conduttore” scenografico è costituito dalle corna di un cervo. Allusione, questa, non tanto ai tradimenti (desiderati ma non consumati) dei protagonisti, quanto alla volontà di caccia dei personaggi maschili nei confronti della “fauna” femminile.
Di alto livello le prestazioni del coro, istruito da Bruno Casoni, e del corpo di ballo, con la coreografia di Heinz Spoerli.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2017/2018
DIE FLEDERMAUS (Il pipistrello)
Operetta in tre atti di Carl Haffner e Richard Genée, da Le Reveillon di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
Musica di Johann Strauss jr.

Eisenstein Peter Sonn
Rosalinde Eva Mei
Dr. Falke Markus Werba
Frank Michael Kraus
Adele Daniela Fally
Princesse Orlofskaya Elena Maximova
Alfred Giorgio Berrugi
Dr. Blind Kresimir Spicer
Ida Anna Doris Capitelli
Frosch Paolo Rossi

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Direttore Cornelius Meister
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Cornelius Obonya
Co-regista Carolin Pienkos
Scene e costumi Heike Scheele
Luci Friedrich Rom
Coreografia Heinz Spoerli
Video Alexander Scherpink
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 21 gennaio 2018

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