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Maria by Callas – L’ultimo mito

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“Dove le parole finiscono comincia la musica”. Inizia con questa citazione, contenuta in una lettera della Divina, il docufilm Maria by Callas di Tom Volf, distribuito nelle sale italiane da Lucky Red, cogliendo da subito il fascino e il mistero che stanno dietro al mito. Perché, come Wagner, che la Callas ebbe in repertorio nei primi anni della sua carriera, è stato l’ultimo mitografo dell’era contemporanea, così la Callas è stata l’ultima autentica incarnazione del mito. Un mito su cui si sono profuse pagine di inchiostro e non pochi metri di pellicole cinematografiche, come per ogni mito che si rispetti, e che continua ad affascinare a quarant’anni dalla morte di Maria. Di Maria sì, perché la Callas è altro. Parole e musica appunto. E delle parole, della donna Maria Tom Volf va alla ricerca, affidandosi alla voce di chi meglio la conosceva: la Callas. Questa dicotomia è nota tanto ai vedovi della Divina quanto, credo, a chi abbia avuto occasione di andare poco oltre il fascino delle sue interpretazioni, di cui questa pellicola ci rende alcuni filmati rarissimi, a partire dai pochi frammenti superstiti della Madama Butterfly di Chicago, l’unica volta che la Callas vestì i panni dell’eroina pucciniana in teatro, passando per la Norma di Trieste accanto a Corelli, Christoff, Nicolai fino ad alcuni minuti del concerto quasi improvvisato al Folk Festival di Lefkada, su un palco di paese, in una piazza, accompagnata da un pianoforte verticale posto in un angolo: vestito giallo e nero, senza maniche in una calda serata estiva.

Chi si aspetti inediti “della Callas”, estratti superstiti delle mitiche registrazioni di cui si vocifera – il Tristano di Genova o la Fedora scaligera – potrebbe restare deluso: dei molti materiali che Tom Volf ha raccolto in giro per il mondo quelli mai visti prima sono per lo più filmati privati e che ci mostrano Maria nella vita di tutti i giorni o dietro le quinte, quando si apprestava a lasciare posto alla Callas; che è bellissima e magnetica come buona parte dei testimoni riporta: nel lungo abito rosso del concerto di Parigi, in quello nero del concerto di Amburgo, elegantissima nelle interviste ufficiali, le quali, con le lettere, lette da Fanny Ardant nell’edizione originale (peccato per una pecca, nella versione italiana, nella lettura di Anna Bonaiuto che confonde “così alla misera che un dì è caduta” con “così alla miseria”), narrano allo spettatore la vita di Maria. Il rapporto con la madre, quello con Meneghini e il grande amore, Onassis. E Pasolini.

Il montaggio è avvincente: potendo contare su una grande storia – come lo sono tutte le storie dei miti – Volf costruisce un film che è un dramma potente. Lo fa con grande rispetto, senza indulgere a morbosi pettegolezzi o curiosità malate di melomane che cerca tracce della passata grandezza nelle ultime apparizioni della Divina. Sulla Callas non c’è molto da dire: pregi, difetti, tutto è stato detto e continuerà a dirsi; questa è la storia di Maria, che, grazie alla musica, ha cercato di innalzarsi verso un mondo migliore di quello in cui viviamo, come dice in una lettera alla “cara Elvira”, l’amica e insegnante di sempre; perché, come tutti i grandi, Maria ha studiato sino all’ultimo per sostenere la Callas. Maria, una donna che ha combattuto con chi della sua gloria voleva nutrirsi: la madre che bramava la fama di cui vedeva rifulgere sugli schermi Shirley Temple; Meneghini, definito un mediocre che accusava gli altri per non avere potuto fare ciò che avrebbe voluto. Sino all’incontro con Onassis, il grande amore che per alcuni anni permise a Maria di prendersi quello spazio che la Callas le aveva tolto. Nelle loro parole – quelle di Maria e quelle della Callas che di Maria parla – emerge un elemento che la ricollega alla sua terra d’origine, la Grecia, e la riporta nel mondo che più le è proprio: il mito, appunto. È il senso di ineluttabilità del destino, su cui più volte ritornano le parole di Maria Callas. Qui è la tragicità del personaggio che emerge da quest’opera di Volf e, naturalmente, dalle interpretazioni callassiane. È l’elemento in cui la dicotomia pare conciliarsi: come Edipo insiste nel ricercare l’assassino di Laio anche quando ha compreso di esserlo lui stesso, così Maria persiste a cercare la Callas, tanto quanto la Callas disperatamente ricercava quei personaggi che sempre più diventavano ostici alla voce e ai nervi di Maria, che non erano più in grado di sostenere la Divina.

L’altro elemento – fondamento di ogni storia – è l’amore. Alla storia con Onassis è dedicata un’ampia parte del film, particolarmente interessante quando Maria, non più la Callas, ci parla del loro riavvicinamento, sino all’ultimo incontro, quando Onassis morente le confessa di averla amata, come ha potuto e saputo fare. Dobbiamo credere a queste sue parole. La morte di Onassis, il grande amore che l’aveva ferita e al cui ricordo si aggrapperà, segna gli ultimi anni di Maria, che, rimasta sola, ricerca l’unica persona che non l’aveva mai tradita, ma che lei stessa si rende conto di avere tradito: la Callas; e la Callas è il pubblico. Gli ultimi fotogrammi, lasciati alle spalle gli eventi ufficiali del tour di addio alle scene con Di Stefano, ci restituiscono immagini di una donna comune, quello che insistentemente ripeteva di essere: alcuni passi di danza accennati in una strada, la cura di alcuni fiori, uno sguardo quasi impaurito da dietro il finestrino di una macchina. Sino all’ultima scena: una donna scarmigliata sdraiata ai margini di una piscina, che lancia senza interesse alcuno la palla al barboncino. Tanto questo è vivace e vivo, tanto Maria è indolente e spenta. Quasi irriconoscibile senza trucco e la carnagione scura. Doveva apparire così la ninfa Eco, tanto disperatamente innamorata di Narciso, tutto preso di se stesso, da consumarsi per lui sino a scomparire. Così l’ultima scena del film è lasciata a un messaggio della Callas al suo pubblico, al quale ha dato tutta la sua arte e più ancora, la vita di Maria. Come Eco, Maria è scomparsa, svanita, il 16 settembre 1977, ma è rimasta la voce a perpetuarne la storia e il mito.

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