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Macerata Opera Festival 2018 – La traviata

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Alla fine, il grande specchio inclinato collocato sulla scena, si raddrizza e, mentre si accendono piano le luci, svela la finzione del teatro. Gli spettatori vedono se stessi come sfondo agli ultimi attimi di vita di Violetta, raccontati con straziante potenza dalla musica, e quello che dovrebbe essere una improvvisa presa di distanza dalla vicenda, diventa invece una sorta di pugno nello stomaco e rovescia addosso al pubblico con forza inaudita la sconvolgente profondità dell’arte quando è somma: ovvero la capacità di raccontare la verità. Come nella Traviata di Giuseppe Verdi, che ha chiuso l’intensa tre giorni inaugurale della 54ª edizione del Macerata Opera Festival, in uno Sferisterio gremito di pubblico. Quella in scena è l’ormai celebre “Traviata degli specchi”, nata proprio qui nel lontano 1992 con le suggestive scene di Josef Svoboda, per la regia di Henning Brockhaus. Da allora, l’allestimento ha girato un po’ tutto il mondo (io stesso ne ho viste altre due produzioni, nei teatri lombardi e sul palco del piccolo teatro di Busseto).
Lo spettacolo, tuttavia, accusa il trascorrere del tempo. Riflessione che balza alla mente soprattutto dopo aver assistito ai due precedenti titoli nello stesso spazio maceratese (Il flauto magico di Vick e L’elisir d’amore di Michieletto), produzioni che, con modalità diverse, rendono ragione della mutata sensibilità del pubblico. Quella di Brockhaus, in fondo, è una non regia, con qualche buona intuizione non sviluppata. Ad esempio, Alfredo che, a tragedia ormai consumata, rilegge le lettere dell’amata sulle note del preludio al primo atto, dando avvio a quello che dovrebbe essere un flashback; oppure ancora l’attrazione fisica di Germont padre per Violetta, che lo respinge nel corso dello stupendo duetto del secondo atto. Idee che tuttavia non riscattano uno spettacolo sostanzialmente decorativo e didascalico, con ampi spazi di vuoto registico, amplificato dalle dimensioni dello Sferisterio. Tanto più che la scena della festa a casa di Flora si avvale della presenza di tre (leggasi proprio tre di numero) ballerini, che si perdono letteralmente sul palcoscenico. Non era forse il caso di far danzare un congruo numero di zingarelle e mattadori?
Resta la suggestione delle scene di Svoboda, disegnate sul pavimento e riflesse dal grande specchio di 25 metri di lunghezza (tanto quanto la buca dell’orchestra) e alto 10. E, naturalmente, il coupe de théâtre finale.

Violetta, si sa, è opera da primadonna. Qui a Macerata i panni della protagonista sono vestiti da Salome Jicia, lanciata dal Rossini Opera Festival e ora alle prese con la complessa umanità di uno dei personaggi indimenticabili del teatro d’opera. La sua interpretazione appare profondamente interiorizzata e offre il meglio nel secondo e terzo atto, quando la donna con le sue speranze e le sue paure prende il sopravvento sulla cortigiana. Il soprano georgiano vanta una bella voce estesa e ampia, dalle suggestive screziature ambrate, che usa con grande sensibilità e attenzione al dettato musicale. Al suo fianco, il venticinquenne tenore peruviano Iván Ayón Rivas è un Alfredo che coniuga l’irruenza e la passione totalizzante della giovinezza con una bella voce di schietto lirico, scura e morbida nei centri e nelle note gravi, e ben proiettata in acuto. Un cantante da tenere d’occhio. Germont padre è Luca Salsi e il suo è un ritratto perfettamente compiuto per presenza scenica, bellezza di voce e sfumature nell’interpretazione. Chapeau.
Complessivamente adeguati gli altri: l’Annina a tratti un po’ isterica di Marianna Mennitti, l’autorevole Barone Douphol di Lorenzo Grante, il notevole marchese di Stefano Marchisio, Mariangela Marini (Flora), Giacomo Medici (Grenvil), Alessandro Pucci (Giuseppe), Giovanni Paci (un domestico di Flora), Roberto Scandura (un commissionario) e Silvano Paolillo (Gastone). Belli costumi di Giancarlo Colis e, pur con i limiti evidenziati sopra, apprezzabili le coreografie di Valentina Escobar.

Erratica, dal podio, la direzione di Keri-Lynn Wilson. Anzitutto, la musicista canadese insiste troppo su piatti e timpani, creando un fastidioso effetto bandistico, e poi accelera eccessivamente in alcuni momenti, come nel coro conclusivo della festa nel primo atto, una vera e propria corsa che lascia senza fiato i coristi e crea grossi problemi di coordinamento tra buca e palcoscenico. Più in generale, la Wilson non sembra particolarmente attenta alle ragioni del canto, anche se poi sa trovare buoni momenti nel duetto Violetta-Germont del secondo atto e nel corso del terzo. L’impressione generale è comunque quella di un approccio non risolto alla partitura verdiana.
Apprezzabile il contributo del coro istruito da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina.

Arena Sferisterio di Macerata – 54° Opera Festival 2018
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Salome Jicia
Alfredo Germont Iván Ayón Rivas
Giorgio Germont Luca Salsi
Flora Bervoix Mariangela Marini
Annina Marianna Mennitti
Gastone Silvano Paolillo
Il Barone Douphol Lorenzo Grante
Il Marchese D’Obigny Stefano Marchisio
Il Dottor Grenvil Giacomo Medici
Un commissionario Roberto Scandura

Giuseppe Alessandro Pucci
Un domestico di Flora Giovanni Paci

Orchestra Regionale delle Marche e Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Direttore Keri-Lynn Wilson
Maestri del coro Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina
Regie e luci Henning Brockhaus
Scene Josef Svoboda
Costumi Giancarlo Colis
Coreografie Valentina Escobar
Allestimento dell’Associazione Arena Sferisterio
Macerata, 22 luglio 2018

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