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Macerata Opera Festival 2018 – Il flauto magico

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Un’opera per il popolo che recupera la sua dimensione popolare. Strano luogo, lo Sferisterio di Macerata: spazio di indubbio fascino estetico, alla porta di una città che è un autentico gioiello nel cuore d’Italia. Nato per il gioco del pallone col bracciale (si ricorda un’ode del sommo Leopardi scritta per un campione che qui colse la vittoria nel 1821), è oggi sede di un festival musicale estivo che coniuga la dimensione popolare, che è nel dna dell’opera, con un’attenzione del tutto singolare alla ricerca. Come è accaduto per il nuovo e attesissimo allestimento che ha inaugurato la 54ª edizione di un Festival racchiuso sotto lo slogan di “verde speranza”: Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart. O meglio, Il flauto magico di Mozart/Vick. Perché il regista inglese ha deciso di mettere in scena l’opera in lingua italiana, basata sulla traduzione poetica di Fedele D’Amico. Ed era il primo motivo di curiosità e interesse di questa produzione. Essendo invece il secondo l’annunciata presenza sulla scena di circa cento figuranti equamente divisi tra residenti di Macerata e immigrati.

Ma andiamo con ordine. La scelta di eseguire il capolavoro di Mozart in italiano ha suscitato, come prevedibile, commenti opposti e generalmente negativi (la filologia prima di tutto!). Personalmente, ero perplesso al momento in cui ho appreso tale decisione, ma mi sono ricreduto ascoltando l’esecuzione. Anzitutto perché – mea culpa- non parlo tedesco, e il fatto di poter capire ciò che gli interpreti cantano (e non solo, ovviamente, quello che dicono nei dialoghi parlati) è cosa davvero buona. Inoltre, la versione di D’Amico/Vick (con l’intervento, per i dialoghi, di Stefano Simone Pintor) è letterariamente pregevole (si rifà alla prima traduzione italiana del Flauto, quella di Giovanni De Gamerra, pubblicata a Dresda nel 1794) e funziona bene dal punto di vista teatrale. Si aggiunga che in un’opera comica la comprensione del testo è importante, se non fondamentale, per coglierne l’ironia.

Graham Vick, nell’intervista a cura di Jacopo Pellegrini pubblicata sul programma di sala della stagione, spiega che, dopo un allestimento di Flauto a Mosca con interpreti russi che si forzavano di cantare in tedesco per un pubblico russo, con esiti evidentemente non soddisfacenti, si era ripromesso di non mettere più in scena un Flauto “con gente e per gente che non capisce quello che dice e quello che sente. L’ultima opera di Mozart nasce per essere uno spettacolo popolare e comico – spiega il regista – perciò ho voluto che questo spettacolo fosse legato alla città e per questo ho preteso di farlo in italiano”. E veniamo così al secondo motivo di interesse dell’allestimento maceratese: il coinvolgimento del “popolo” e, soprattutto, la presenza tra i figuranti di una cinquantina di immigrati. Tutto ciò, assumeva contorni inediti per Macerata alla luce di recenti fatti di cronaca che hanno portato alla ribalta italiana questa tranquilla cittadina di provincia, evidenziando tensioni e problemi che appartengono al vissuto di molti nel nostro Paese e che oggi – complice anche il governo in carica – sono quasi quotidianamente all’ordine del giorno sui media. Dunque, in molti, memori anche dello “sconvolgente” Stiffelio di Parma, ci siamo chiesti: quale messaggio darà Vick su un argomento così scottante e divisivo? E soprattutto, come articolerà il suo messaggio? In realtà, proprio su tale fronte, mi pare che Vick abbia sostanzialmente deluso, non andando oltre un generico auspicio di accoglienza e pacifica convivenza. Il regista inglese ha costruito uno spettacolo ipertrofico, che promette più di quanto mantiene e si conclude con una prevedibilissima e scontata “caduta degli dei”, o meglio degli idoli, che impediscono all’armonia di regnare nel mondo. Si tratta del potere politico-economico (qui incarnato da un luccicante palazzo sul quale campeggia il simbolo dell’euro, ma che nasconde dei missili pronti a essere lanciati), della sede di quella che Vick considera la “sapienza” di oggi, incarnata dall’azienda Apple, e, come poteva mancare?, dalla religione. Anzi, dalle religioni: perché è vero che la scenografia presenta una riproduzione della facciata della Basilica di San Pietro, ma da essa escono i rappresentanti delle più diverse tradizioni religiose. A ciò si deve aggiungere una enorme statua della Vergine Maria con la bocca chiusa da un nastro adesivo (allusione critica alla condizione della donna?) che alla fine resta tranquillamente in piedi e non capisci se ciò accade perché è tecnicamente difficile realizzarne la caduta o se devi cercare dietro tale scelta un qualche altro significato recondito.
Per il resto, lo spettacolo è davvero ricco (ipertrofico dicevo poc’anzi) e nel quadro dei tanti tasselli che lo compongono non mancano belle intuizioni: Papageno vestito da venditore di polli per la Regina della Notte e le sue dame, Pamina che impara ad essere donna guidata dalla madre, il drago dell’inizio che altro non è che una ruspa. Nel secondo atto, c’è addirittura il buon vecchio karaoke con il pubblico invitato a cantare due frasi musicali insieme ai sacerdoti, con tanto di prove prima dell’inizio guidati da un Tamino in versione Fiorello del bel tempo che fu.
I cento figuranti dai quali, sulla carta, ci saremmo attesi chissà quale partecipazione attiva allo spettacolo, in realtà si limitano a qualche rara interazione con i personaggi, passando buona parte del loro tempo a bighellonare in accampamenti per immigrati posti ai due lati dell’immenso palco delle Sferisterio. Salvo poi entrare più incisivamente in scena verso la conclusione dell’opera, quando Vick allude alla tragedia dei migranti in mare, senza però anche qui risolvere la questione e anzi chiudendo lo spettacolo con uno scoordinato “ballo di gruppo” con tanto di fuochi d’artificio.
Se è dunque vero che la sfida del recupero della dimensione popolare può dirsi vinta, l’impressione è che in un’opera già di per sé drammaturgicamente debole, questa regia abbia contribuito a ingenerare confusione, piuttosto che a dipanare le fila di un discorso complesso. Sacrificando peraltro la dimensione più fiabesca e quella esoterica, di fatto non presenti nell’orizzonte di Vick.

E sul fronte musicale? Non pervenuta la direzione del giovane Daniel Cohen, forse anche per le condizioni di ascolto non felicissime di uno spazio aperto come quello dello Sferisterio. Tuttavia, un capolavoro del genere meritava forse un direttore con un po’ più di esperienza e di carattere. Resta un certo gusto nell’accompagnare i cantanti. Che sono nel complesso bravi, adeguati ciascuno al proprio ruolo e, soprattutto, ottimamente preparati dal punto di vista registico. Spiccano l’eccellente Pamina di Valentina Mastrangelo, bella voce e grande musicalità, l’autorevole Sarastro di Antonio Di Matteo (in verità più a suo agio nel canto che nella recitazione), il bravo oratore di Marcell Bakonyi e il cattivo Monostato di Manuel Pierattelli. Tetiana Zhuravel, nonostante qualche cedimento nella prima aria, è una Regina della Notte di bella pasta timbrica e svettante agilità. Giovanni Sala è un Tamino incisivo e convincente, anche se la voce non è memorabile per timbro e ampiezza, mentre Guido Loconsolo disegna un Papageno indubbiamente a fuoco sotto il profilo della recitazione e del canto, quando non deve salire all’acuto (la voce è bella e ampia, ma il passaggio appare faticoso). Brave le tre Dame (Lucrezia Drei, Eleonora Cilli e Adriana Di Paola), mentre i tre Geni (Ilenia Silvestrelli, Caterina Piergiacomi e Emanuele Saltari) hanno accusato qualche problema di intonazione. Giudizio positivo anche per gli altri: la simpatica Papagena di Paola Leoci, Marco Miglietta (sacerdote), Seung Pil Choi (armigero).
Funzionali alla regia le scene e i costumi di Stuart Nunn, così come i movimenti mimici affidati a Ron Howell, mentre alla prima ci sono stati alcuni problemi con le luci di Giuseppe Di Iorio. Sufficiente il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, istruito da Martino Faggiani, con Massimo Fiocchi Malaspina altro maestro del coro.
Alla fine, tra gli applausi, accese contestazioni per Vick e gli altri responsabili della parte visiva.

Arena Sferisterio di Macerata – 54° Opera Festival 2018
IL FLAUTO MAGICO
Opera in due atti di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Versione italiana basata sulla traduzione poetica di Fedele d’Amico; dialoghi a cura di Graham Vick e Stefano Simone Pintor

Tamino Giovanni Sala
Pamina Valentina Mastrangelo
Papageno Guido Loconsolo
Papagena Paola Leoci
Astrifiammante Tetiana Zhuravel
Sarastro Antonio Di Matteo
Monostato Manuel Pierattelli
Prima dama Lucrezia Drei
Seconda dama Eleonora Cilli
Terza dama Adriana Di Paola
I tre geni Ilenia Silvestrelli, Caterina Piergiacomi, Emanuele Saltari*
Oratore Marcell Bakonyi
Sacerdote/Armigero Marco Miglietta
Armigero Seung Pil Choi
Con la partecipazione di 100 cittadini
*Pueri Cantores “D. Zamberletti” (maestro Gian Luca Paolucci)

Orchestra Regionale delle Marche
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Direttore Daniel Cohen
Maestri del coro Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Graham Vick
Scene e costumi Stuart Nunn
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti mimici Ron Howell
Coproduzione dell’Associazione Arena Sferisterio con il Palau de Les Arts Reina Sofía di Valencia; in collaborazione con la Birmingham Opera Company
Macerata, 20 luglio 2018

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