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Lugano, LAC – Il barbiere di Siviglia

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Con Il barbiere di Siviglia l’opera torna sulle rive lucenti del lago di Lugano. E vi si affaccia dalle moderne architetture del LAC-Lugano Arte e Cultura, struttura multifunzionale di recente inaugurazione, casa delle arti, chiamate a dialogare nel segno della profonda convinzione del valore della cultura. Il capolavoro di Gioachino Rossini ha aperto la terza stagione “LuganoMusica” con un entusiastico successo di pubblico, prologo a una stagione ricca di appuntamenti e di grandi nomi  del concertismo internazionale.
Notevole lo sforzo compiuto dagli organizzatori per offrire uno spettacolo che fosse innovativo soprattutto sotto il profilo musicale ed esecutivo rispetto a una tradizione consolidata. Sforzo nel complesso riuscito grazie alla personalità e al carisma di un musicista del calibro di Diego Fasolis. Il direttore svizzero aggiunge un importante tassello al suo personale percorso interpretativo che, dal prediletto repertorio barocco, lo porta ad accostarsi a un capolavoro assoluto del teatro musicale che non esita a inquadrare nella categoria estetica del classico. Tanto che i “suoi” Barocchisti, muniti di strumenti storici del primo Ottocento e con un diapason a 430 Hz, diventano qui “Classicisti” (è Fasolis stesso a suggerire il cambio di identità, nemmeno troppo ironicamente, nelle note di sala). Con loro, il maestro, forte dell’utilizzo dell’edizione critica curata da Alberto Zedda per la Fondazione Rossini, si impegna a riportare nell’esecuzione alcune prassi storiche come l’uso costante delle appoggiature prosodiche, varianti improvvisate, libertà ritmiche. Al contempo, Fasolis fa pulizia di quelli che definisce “gli orpelli romantici ‘strappa – applauso’ quali inutili acuti tenuti e ‘strette’ non indicate dall’autore”.
Quello che ne sortisce è in effetti un Barbiere inaudito. Anzitutto, la musica assume potente rilievo, grazie alla scelta di dilatare i tempi, che, complici gli ottimi strumentisti, consente a Fasolis di sottolineare le preziosità di un’orchestrazione quanto mai raffinata. Ecco quindi emergere la precisa tornitura dei corni (anche se talvolta un po’ a rischio quanto a tenuta), la morbida dolcezza dei fiati, la scioltezza d’eloquio degli archi. Il tutto senza rinunciare a una decisa scolpitura nelle scelte dinamiche e a un fraseggio vario e duttile, molto attento al canto, secondo un incedere che attinge a un’eleganza superiore, in omaggio a quell’idea di classico a cui sopra si accennava.
Il rovescio della medaglia di un tale indirizzo interpretativo sta in una generale sensazione di rallentamento nel procedere del meccanismo comico e teatrale, tanto più che Fasolis decide di rallentare anche i recitativi (forse per consentire al pubblico di coglierne in pieno le sfumature e l’oggettiva ricchezza semantica). L’esito, al netto di alcuni piccoli tagli, è un primo atto che dura considerevolmente più del solito (ma anche il secondo è più lungo della media). Una sensazione in qualche modo spiazzante per un pubblico generalmente abituato ai Barbieri tutti velocità e ritmo indiavolato, amplificata dalle scelte registiche di Carmelo Rifici che costruisce uno spettacolo convincente solo a tratti.

L’ambientazione, affidata ai bei costumi di Margherita Baldoni e alle scene di Guido Buganza, rimanda in modo suggestivo alla tradizione iberica degli azulejos, con un fondale bianco azzurro che resta fisso per tutta la rappresentazione. Ma i riferimenti alla Spagna si fermano qui: Rifici preferisce infatti collocare l’azione in un contesto atemporale e, in qualche modo, astratto. Identifica poi due macro temi che caratterizzano i due atti dell’opera: la febbre dell’oro nel primo e la febbre d’amore nel secondo. Così, nel corso del duetto tra Figaro e Almaviva “All’idea di quel metallo”, la febbre prende vita nelle forme sinuose di un’attrice che sbuca da una fontana e getta copiosamente coriandoli dorati all’indirizzo dei due interpreti (e del barbiere in particolare). Il tema dell’amore trova invece evidenza nel personaggio e, soprattutto, nell’aria di Berta, quando la frase “Ma che cosa è questo amore” viene ripresa da una grande scritta al neon che compare sul fondo della scena. Grandi strumenti musicali, talvolta realizzati anch’essi col neon, diventano stanze, palcoscenico, ingombri intorno ai quali si muovono i protagonisti. Rifici afferma di voler “spogliare l’opera del finto realismo, (…) delle forzature di una narrazione di caratteri”. Ma l’intento, come anticipato, è riuscito solo a metà. Non solo perché non mancano alcune soluzioni comiche già viste, ma soprattutto per un generale sfilacciarsi del ritmo narrativo, nonostante la presenza di un nutrito gruppo di bravi attori/ mimi, chiamati ad animare alcuni momenti dell’opera. Efficace, in tal senso, il Finale primo, con un simpatico balletto che faceva da vivace contrappunto alla “follia organizzata” della musica.

Tra i cantanti, brilla l’Almaviva di Edgardo Rocha, artista che sembra migliorare con gli anni. La voce è quella di un lirico leggero schietto, scura e morbida, emessa con gusto; il fraseggio è vario, le agilità sono precise e intonate. L’interprete è molto attento, sempre elegante nella sua nobiltà, anche quando si traveste da ubriaco o da severo istitutore musicale. Se proprio un’osservazione si deve fare, riguarda un eccessivo alleggerimento in alcuni passaggi virtuosistici. Ma in fondo, si tratta di un peccato veniale. Giorgio Caoduro (Figaro) vanta uno strumento notevole per colore e ampiezza, è il più disinvolto di tutti dal punto di vista teatrale, ma incappa in qualche incertezza sugli acuti. Bene fa Riccardo Novaro nei panni di Bartolo, con una voce chiara ed estesa, anche se l’interprete non è memorabile, così come su un livello di buona medietas si pone il Basilio di Ugo Guagliardo, il cui timbro ha un colore molto interessante. Non convince la Rosina di Lucia Cirillo, scenicamente disinvolta, ma vocalmente in difficoltà soprattutto quando la scrittura scende: la voce appare sfocata e l’interpretazione sfocia quasi nel parlato. Mezzosoprano acuto, si fa apprezzare comunque per il bel timbro e la buona sicurezza nelle agilità. La Berta di Alessandra Palomba è la solita… vecchietta dall’organizzazione vocale discontinua e dall’interpretazione coinvolgente, mentre il Fiorello di Yiannis Vassilakis, pur valente chitarrista (accompagna lui la serenata del Conte), si pone al di sotto della sufficienza per oggettivi limiti vocali. Matteo Bellotto (un ufficiale) e Alfonso De Vreese (Ambrogio) completano con onore il cast. Apprezzabile l’apporto del Coro della Radiotelevisione svizzera, così come quello di Carlo Caputo al fortepiano. Migliorabili le luci di Alessandro Verazzi.

LuganoMusica – Stagione 2018/2019
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Commedia in due atti
Libretto di Cesare Sterbini
Musica di Gioachino Rossini

Il Conte d’Almaviva Edgardo Rocha
Bartolo Riccardo Novaro
Rosina Lucia Cirillo
Figaro Giorgio Caoduro
Basilio Ugo Guagliardo
Berta Alessandra Palomba
Fiorello Yiannis Vassilakis
Un Ufficiale Matteo Bellotto
Ambrogio Alfonso De Vreese

I Barocchisti
Coro della Radiotelevisione svizzera
Direttore Diego Fasolis
Regia Carmelo Rifici
Scene Guido Buganza
Costumi Margherita Baldoni
Luci Alessandro Verazzi
Lugano, LAC Sala Teatro, 3 settembre 2018

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