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Genova, Teatro Carlo Felice – Miseria e nobiltà

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Repubblica Italiana, febbraio 2018, due percezioni distinte: da un lato gli economisti, i politologi, i sociologi raccontano che la crisi è finita, che l’economia va bene e la crescita avanza (lentamente, ma avanza), che il Paese è fuori dal tunnel; dall’altro i cittadini (la “ggente” direbbe qualcuno) che si confrontano con i problemi di tutti i giorni, di chi fatica ad arrivare alla fine del mese, di chi non ha un lavoro o non lo ha mai trovato e ha smesso di cercarlo, di chi non riesce ad andare in pensione, di chi ha le bollette da pagare, di chi, in fin dei conti, tutto questo miglioramento, questa fine della crisi, questa luce in fondo al tunnel fatica proprio tanto a percepirla. Ma le crisi, vere o presunte, reali o percepite che siano, devono essere in qualche modo esorcizzate. Quale sistema migliore, allo scopo, di una serata piacevole a teatro, con uno spettacolo ben confezionato, godibile, magari nuovo? Ben venga quindi la scelta del Teatro Carlo Felice di Genova di presentare in prima assoluta la nuova opera di Marco Tutino, Miseria e nobiltà, tratta dalla omonima commedia di Eduardo Scarpetta. A prescindere dal risultato, c’è da augurarsi che non si tratti di un episodio isolato e che le fondazioni lirico-sinfoniche continuino su questa strada: ciò non vuol dire rinnegare il grande repertorio e i titoli più popolari, significa semplicemente porre in essere quello che un’istituzione culturale dovrebbe perseguire come fine precipuo, ovvero mantenere la memoria del passato e tendere la mano al futuro.
Chi fosse andato a teatro pensando di assistere a una commedia o a una farsa, o avesse avuto in mente il testo in stretto dialetto partenopeo di Scarpetta o, come molto più verosimilmente, il celeberrimo film con Totò, Sophia Loren, Enzo Turco, Carlo Croccolo e una giovanissima Valeria Moriconi, sarà rimasto sicuramente deluso. Questa Miseria e nobiltà, liberamente tratta da Scarpetta, su libretto di Luca Rossi e Fabio Ceresa, non è un’opera comica: non si ride affatto, talvolta si sorride, spesso si riflette, talvolta ci si commuove.
Compositore e librettisti mostrano di conoscere bene i rispettivi “mestieracci”: la musica è fruibile anche dal pubblico più tradizionale del teatro d’opera, non rifugge da una tranquilla tonalità, non rinuncia agli ampi squarci melodici, non respinge il disteso abbandono al canto.
La musica di Marco Tutino sa parlare agli ascoltatori, in particolare a quelli abituati all’opera del grande repertorio. È un lavoro che dimostra conoscenza della tradizione operistica italiana. Si percepisce, al tempo stesso, la considerazione della commedia musicale italiana e del musical d’oltreoceano. Tuttavia, se alcuni passaggi richiamano gli ariosi dell’opera verista e post-verista, se alcune scene hanno il sapore del teatro leggero, non si può mai parlare di vere e proprie citazioni o di un intento di far rivivere generi che ormai appartengono alla storia. Nella sua musica, Tutino fa tesoro del passato per trovare una propria via di teatro musicale, con la chiara intenzione di non scrivere un’opera per soli addetti ai lavori, ma al contrario destinata a una circolazione tra il pubblico più tradizionale.
Nella migliore tradizione operistica, i “poeti” e il musicista mettono in campo quanto necessario per trasformare una pièce destinata alla recitazione in un libretto d’opera, in un testo destinato al canto. Nel teatro d’opera la trasposizione è usanza frequente e consolidata, praticata da molti grandi compositori e librettisti. In Miseria e nobiltà di Tutino, la vicenda è trasposta nell’Italia del giugno 1946, nei giorni del referendum Monarchia-Repubblica, quando la nobiltà del blasone è al tramonto, ma la miseria della fame imperversa. I personaggi perdono completamente ogni parvenza di maschera o di macchietta. Il protagonista, Felice Sciosciammocca, non ha nulla di comico o di clownesco: è, al contrario, un personaggio tormentato, tragico, dai principi solidi e di alta moralità. Ma non sono maschere neppure gli altri personaggi: la cameriera Bettina, moglie di Felice, cui sono riservate pagine di buon impatto emotivo; il figlio di Felice e Bettina, Peppiniello, meno “tonto” di quanto si voglia far credere; il principe di Casador e il nuovo ricco Don Gaetano che solo in apparenza richiamano i “buffi” dell’opera comica e si trasformano negli artefici del cambiamento gattopardesco che la vittoria della Repubblica sulla Monarchia porterà con sé; gli innamorati Gemma (figlia di Gaetano) e il principino di Casador, in cui si può ravvisare qualche rimando alle coppie di amorosi dell’opera settecentesca.

L’allestimento reca le firme di Tiziano Santi per le scene, Gianluca Falaschi per i costumi, Luciano Novelli per le luci. La regia è di Rosetta Cucchi. L’opera è suddivisa in due atti di circa un’ora ciascuno. Nel primo atto, un impianto a scena fissa consente il passaggio tra ambienti esterni e ambienti interni che il libretto richiederebbe: sono sempre ben evidenti la povertà, la miseria, i resti lasciati dalla guerra finita da poco. Il secondo atto si svolge prevalentemente all’interno della sontuosa abitazione di Don Gaetano, uomo ricco senza blasone e padre della ballerina Gemma innamorata corrisposta del principino di Casador, per concludersi – dice la didascalia del libretto – in un “non-luogo onirico” dove si mischiano elementi scenici del primo e del secondo atto. È particolarmente interessante l’idea di fare incontrare proprio in un “non-luogo” due mentalità che sino a quel momento si sono praticamente ignorate, quella dei nobili e quella dei nuovi ricchi: in nome della neonata democrazia devono trovare un accordo affinché tutto rimanga com’è, affinché nulla cambi, affinché la miseria, quella della fame, rimanga sempre sullo sfondo, forse un po’ meno affamata, ma sempre un passo indietro. Scene ben costruite, costumi calati nella situazione drammaturgica, giochi di luce efficaci. Ottimo il lavoro di Rosetta Cucchi sui personaggi che si muovono da autentici attori, con tempi teatrali sempre calibrati, senza ombra di pose tipiche da melodramma in cui potrebbe essere facile cadere in un contesto di questo tipo.

L’orchestra e il coro della Fondazione genovese si disimpegnano al meglio sotto la guida, rispettivamente di Francesco Cilluffo e di Franco Sebastiani: lo spettacolo scorre veloce e mantiene intatta l’attenzione del pubblico – purtroppo non foltissimo – dall’inizio alla fine.
Alessandro Luongo veste i panni del protagonista, Felice Sciosciammocca, con grande appropriatezza scenica; ha una buona linea di canto e una buona musicalità. Sicuramente il volume e la presenza vocale non sono impressionanti, ma il timbro è gradevole e l’interprete è di rango, capace di creare il personaggio pensato da Tutino e dai librettisti. Indubbiamente un’ottima prova.
Non sono da meno gli altri interpreti. Martina Belli ricopre il ruolo di Gemma con una splendida presenza scenica e un bel timbro di mezzosoprano dalla voce rotonda, brunita al punto giusto. Dà vita a Bettina, moglie di Felice e cameriera di Don Gaetano, il soprano Valeria Mastrangelo che canta e interpreta il suo personaggio senza cadere mai nel patetismo strappacuore, sempre in agguato in un ruolo di questo tipo: la lettura della finta lettera scritta da Felice e indirizzata al figlio Peppiniello che crede la madre emigrata in America, è tra i momenti memorabili della serata.
Ben calati nei rispettivi ruoli tutti gli altri interpreti: Francesca Sartorato nella parte commovente e al contempo buffa di Peppiniello, Andrea Concetti in quella del donnaiolo Principe di Casador, Fabrizio Paesano nel ruolo del principino innamorato di Gemma. Alfonso Antoniozzi è un compunto e volutamente impacciato Don Gaetano che sa trasformarsi in una sorta di deus ex machina al momento giusto, mentre Nicola Pamio è impegnato nella doppia veste del contadino e del cameriere.
Lo spettacolo è stato seguito con attenzione e interesse dal pubblico, purtroppo come si è detto non numeroso, che ha tributato al termine un caloroso successo.

Teatro Carlo Felice – Stagione lirica 2017/2018
MISERIA E NOBILTÀ
Opera in due atti, liberamente tratta dalla commedia di Eduardo Scarpetta
Soggetto, sceneggiatura e libretto di Luca Rossi e Fabio Ceresa
Musica di Marco Tutino

Bettina Valentina Mastrangelo
Peppiniello Francesca Sartorato
Gemma Martina Belli
Eugenio Fabrizio Paesano
Cameriere/Contadino Nicola Pamio
Felice Sciosciammocca Alessandro Luongo
Don Gaetano Alfonso Antoniozzi
Ottavio Andrea Concetti

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Francesco Cilluffo
Maestro del coro Franco Sebastiani
Regia Rosetta Cucchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Luciano Novelli
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova e Teatro Verdi di Salerno
Genova, 25 febbraio 2018

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