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Fiume, Teatro Ivan Zajc – Falstaff

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Rijeka (Fiume) sarà nel 2020 capitale europea della cultura, e si prepara a quell’importante appuntamento con un progetto di assoluto rilievo che ha visto l’allestimento consecutivo, nell’arco di poche settimane, della trilogia verdiana ispirata a Shakespeare. Abbiamo assistito al Falstaff e, considerati gli esiti, possiamo dire che la città costiera si è già ben calata nel ruolo che dovrà ricoprire.
L’ultimo titolo del Cigno di Busseto è uno scrigno che raccoglie gemme di indicibile, un capolavoro che chiude non solo una carriera, ma un secolo intero: la pluralità di stili e formule che, a partire da Rossini, avevano fatto da colonna sonora a decenni di grandi fermenti e rivoluzioni, contribuendo all’evoluzione del linguaggio armonico, della scrittura orchestrale, della vocalità e della drammaturgia, complici lo stesso Verdi e il grande rivale Wagner, vi riecheggiano tutti per un’ultima volta dopo essere stati mirabilmente fusi in una lega originalissima, per essere consegnati all’incipiente Novecento (Debussy citerà Falstaff e Tristano nel suo Children’s Corner). Verdi era da poco tornato all’amato Shakespeare, dopo il giovanile Macbeth, con Otello, per il quale aveva potuto già contare sulla collaborazione geniale di Arrigo Boito, che gli approntò, includendo Falstaff, due testi magnifici. E non c’è forse da sorprendersi, giacché il commiato di Falstaff/Verdi avviene con il celebre “tutto nel mondo è burla”, se la gelosia che Jago suggerisce al Moro di temere, qui, in questo generale catastrofico e catartico ribaltamento dei ruoli è benedetta da Mastro Ford.

Il progetto del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc è stato concepito anche come un omaggio alla carriera del basso-baritono fiumano Giorgio Surian, impegnato in tutti e tre i titoli, e, stando a quanto abbiamo potuto leggere dei due precedenti e senza ombra di dubbio per quest’ultimo titolo, alla cui esecuzione abbiamo assistere, si è risolto in un successo strepitoso. Il merito principale è del regista Marin Blažević, che del teatro è direttore artistico e che con Dalibor Laginja firma anche le scene. Blažević crea uno spettacolo tanto originale e nuovo, quanto fedele a spartito e libretto. L’azione si svolge tutta sul proscenio, collegato alla platea da due praticabili posti al lato del boccascena e proteso al centro verso la sala grazie a un terzo. Un’ampia parete, tagliata irregolarmente in due metà, chiude il palcoscenico; sulla sua parte superiore è proiettato il libretto, le cui pagine si sfogliano come quelle di libro. Quella che nei teatri d’oggi è ormai una necessità – l’uso dei soprattitoli in due lingue – diviene qui, tuttavia, un’invenzione scenica, un modo assolutamente nuovo di infrangere la quarta parete e di interagire con il pubblico. Alcune parole del libretto sono infatti sottolineate in rosso – parole chiave che svelano la nascita di questa regia e al tempo stesso creano un ipertesto ricco di stimoli, motteggi, arguzie e illuminazioni, come quando Falstaff riferendosi a Ford (ignaro di averlo in realtà davanti sotto mentite spoglie) canta “il diavolo se lo porti all’inferno con Menelao suo avolo”) e a fianco del verso compare la chiosa: “Alice eterna Elena?”; o nel duettino amoroso fra Fenton e Nannetta quando a margine delle parole “Facciamo la pace e poi … – E poi? – se vuoi ricominciamo” si disegna un’emoticon che strizza l’occhio. È tutto un ammiccare allo spettatore, un rimando a situazioni e contesti diversi. Solo nell’ultima scena il sipario si apre per svelarne altri, dietro a cui appaiono le fate su un cupo fondale irradiate di fasci di luce rossa, e che si alzano uno a uno sino a scoprire la parete di fondo della scena vuota, con la sola porta centrale e le tre grandi finestre aperte sul cielo notturno della piazza esterna al teatro: di là, al termine, della celebre fuga fuggono coristi e interpreti. Si direbbe che la rilettura di Blažević sia scaturita dal verso “Dalle fatate mani germoglino parole”. I cantanti, che all’inizio di ogni atto vagano tra il pubblico, cominciano, al suono dell’orchestra, una strana danza di mani da cui parte l’azione. Vestiti dei bei costumi disegnati da Sandra Dekanić che rimandano nella foggia alla commedia dell’arte, sono una strana banda di guitti, tutti attori e registri della beffa che vanno ideando ai danni gli uni degli altri, sicché i ruoli del paggio che porta le lettere ad Alice e Meg e dei servitori che recano la cesta del bucato è affidato allo stesso Blažević “in borghese”. Falstaff è ricreato ex novo. Non aspettatevi il panciuto cavaliere: complice il fisico asciutto di Surian, è un vecchio allampanato, ancora arzillo e gaudente, tradito tuttavia dal corpo e dall’età: assomiglia più a un Don Chisciotte che insegue i suoi sogni d’amore e i suoi mulini a vento: questo in nome dell’Onore, quello irridendolo. E che sia un capocomico, un drammaturgo lo rivela il fatto che accetta di indossare la pancia solo quando si appresta a recarsi all’appuntamento con Meg e a farsi bello. Uno spettacolo che si vorrebbe raccontare nel dettaglio e rivedere: divertente, intelligente.

Musicalmente il livello è alto: certo si possono muovere degli appunti qui e là, ma va rimarcato l’equilibrio della compagnia e la perfetta armonizzazione delle parti. Mattatore è Giorgio Surian, che si dimostra interprete di rara intelligenza, mai sopra le righe, attento a ogni dettaglio, a ogni lusinga della scrittura di verdiana alle allusioni di Boito. Pensare che è arrivato a queste recite dopo avere cantato Macbeth e Jago rende ancor più l’idea dell’impresa; perché la voce, nonostante gli anni di carriera abbiano velato il timbro a tratti, è ancora fresca. Ford è Robert Kolar, timbro non seducente, ma perfetto nel ruolo e convincente nel monologo del secondo atto, in grado controllare tutti i registri, dal basso a quello acuto. Aljaž Farazin è Fenton: voce chiara, leggera fraseggia molto bene il temibile “Dal labbro il canto estasiato vola”; ottimi Marko Fortunato quale Bardolfo, Dario Bercich come Pistola e Sergej Kiselev nella parte del Dr. Cajus, resa con cura, recitando e, soprattutto, cantando. Sul fronte femminile Anamarija Knego canta sempre sul fiato con timbro omogeneo, incarnando un’Alice arguta e briosa; le fa da contraltare la Meg di Ivana Srbljan, dotata di un bellissimo strumento dal suono caldo, maliziosa e briosa, mentre Bilijana Kovać è una impareggiabile Quickly scenicamente, forse non propriamente a suo agio nella tessitura bassa, ma molto musicale e in parte; Vanja Zelčić, soprano lirico leggero, disegna una soave Nannetta con un buon controllo delle mezzevoci.

L’orchestra del Teatro Zajc è diretta dal finlandese Ville Matvejeff, che dirige con piglio sicuro, sempre attendo agli equilibri fra golfo mistico e palco, anche in considerazione del fatto che quest’ultimo di allarga qui sino a comprendere la platea. Tempi giusti, sa attingere dagli orchestrali una bella varietà di colori, mantenere vivo il ritmo della narrazione e coese le parti anche nei momenti più ostici. Anche il coro diretto da Nicoletta Oliveri – che ha lavorato anche sull’eccellente dizione – supera bene le arguzie ritmiche di Verdi e offre un valido contributo all’esito di questo Falstaff, che meriterebbe di essere riproposto ed esportato.

Teatro Ivan Zajc – Trilogia Verdi Shakespeare Surian
FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Falstaff Giorgio Surian
Alice Ford Anamarija Knego
Nannetta Vanja Zelčić
Mistress Quickly Biljana Kovač
Meg Page Ivana Srbljan
Ford Robert Kolar
Fenton Aljaž Farasin
Dr. Cajus Sergej Kiselev
Bardolfo Marko Fortunato
Pistola Dario Bercich

Orchesta e Coro del Teatro Nazionale Croato di Rijeka Ivan Zajc
Direttore Ville Matvejeff
Direttore del coro Nicoletta Olivieri
Regia Marin Blažević
Scenografia Marin Blažević, Dalibor Laginja
Costumi Sandra Dekanić
Luci Dalibor Fugošić
Coreografia Selma Banich
Animazioni del testo Lada Čale, P.A. Skantze
Produzione del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc
Rijeka, 12 maggio 2018

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