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Firenze, Teatro del Maggio – Rigoletto

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Per il secondo anno consecutivo, il Teatro del Maggio decide di offrire al ritorno dalla pausa estiva tre opere di repertorio, quasi un antipasto della stagione che deve venire. Così se l’anno scorso era toccato a Puccini, quest’anno è la volta della cosiddetta trilogia popolare verdiana ripensata in tre nuove produzioni unite in un progetto drammaturgico e musicale unitario a firma di Francesco Micheli, per la parte scenica, e di Fabio Luisi per quella musicale.
Nella visione generale di Micheli, spiegata in varie interviste e presentazioni durante l’ultimo mese, Giuseppe Verdi viene visto come uno dei padri della patria che con i suoi lavori ha descritto e aiutato in qualche modo il processo di unificazione e nazionalizzazione della penisola, e lo ha fatto soprattutto con le opere della Trilogia, le quali non hanno mai perso la loro attrattiva teatrale e musicale. Il regista ha dunque deciso di connotare ognuno dei tre titoli con uno dei colori della bandiera italiana, collegandoli alla cifra della vicenda narrata. Per sottolineare tale assunto, già mentre il pubblico entra in sala si vedono sul palco a sipario aperto tre schermi col tricolore che ritornano nella stessa conformazione a fine recita. Appena l’opera inizia, una sola tinta finisce per predominare. Dunque Il trovatore è rosso, come il sangue e il fuoco, mentre La traviata è dominata dal bianco, simbolo della purezza di Violetta. A Rigoletto rimane il verde, colore della bile, della rabbia covata, quel desiderio sadico che nell’opera porta i personaggi a farsi del male a vicenda, a goderne, per poi caderne vittime in un circolo vizioso che non può non finire in tragedia. Micheli sottolinea ciò facendo indossare a quasi tutti i personaggi delle maschere, che vengono solitamente tolte quando essi smettono di fingere o si rivelano al mondo per quello che sono; così fa Gilda alla fine del duetto col Duca, e così fa Rigoletto sia entrando in casa nel primo atto, sia quando implora la pietà dei cortigiani. Si decide inoltre di mostrare la Duchessa, solo menzionata nel libretto: essa compare in tutte le scene ambientate a corte, e assiste quindi agli atti di seduzione del consorte, rimanendone un po’ estranea, ma forse soffrendo anche in parte per quella franchezza, come se fosse costretta a un rapporto di coppia aperta che non ha mai veramente voluto. Tuttavia alla fine dell’opera, il Duca canta la sua ripresa di “La donna è mobile” in fondo al palco accanto a lei, come se le scappatelle non significassero nulla a fronte della vita coniugale. Certo è che tale elemento non aggiunge molto alla narrazione, affidata a una regia comunque fluida, costruita bene e con idee interessanti.

L’impianto scenografico a firma di Federica Parolini è alquanto scarno. I già menzionati schermi si rivelano poi come la facciata di altrettante strutture mobili che presentano due ambienti sovrapposti collegati da una scala a chioccola laterale, usati per la casa di Rigoletto e quella di Sparafucile. Gli altri ambienti sono evocati combinando questi elementi scenici girati in continuazione, e da una pedana a scacchiera con eventuali quinte calate dall’alto per rappresentare la corte del Duca. Tutti gli spazi vengono utilizzati e non sprecati, grazie a una buona gestione delle masse, spesso impegnate in coreografie atte a sottolineare il carattere baraccone di certi assiemi, che contrastano così maggiormente con le parti più tragiche; significative risultano infatti quelle del secondo atto, in cui a un Rigoletto statico si contrappone un coro che gioca coreograficamente con le maschere e i fazzoletti, in un effetto allucinato e straniante. Non sono da meno alcune scene intime, per la maggior parte ben curate e credibili; esempio lampante è il duetto tra Gilda e il Duca, in cui i due cantano in stanze separate, senza vedersi, mentre lui si avvicina gradualmente sulla scala, arrivando solo alla fine a incontrare la ragazza: il bacio finale sulla chiusa di “Addio, addio… speranza ed anima” è il perfetto coronamento della scena di seduzione, costruita tutta sulla musica e ottima rappresentazione di due ragazzi che non sanno come approcciarsi. Questa come altre scene, aiutate anche dalle belle luci tendenzialmente fredde di Daniele Naldi, riscattano alcune staticità nei momenti solistici, solitamente più difficili da risolvere. Tuttavia il risultato finale è uno spettacolo efficace, pensato da un regista che sa come gestire un palcoscenico.

A capo di una compatta e attenta Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, Fabio Luisi dal canto suo avvolge l’esecuzione di una routine dorata. Se rimane innegabile il magistero tecnico, dispiegato in un suono levigato e coeso, in una notevole abilità di recupero di tempi e di sostegno dei solisti, qualche dubbio solleva invece l’evocata atmosfera lunare, sfociante nell’apollineo, che rischia di non funzionare in un’opera come Rigoletto. In tutta la parte iniziale l’esasperazione di alcuni tempi e l’effetto cristallino dei suoni, contrapposti a momenti incalzanti in un ottimo gioco ritmico, fanno sembrare tutto un’allucinazione da quadro di Ensor, ma dal secondo atto la direzione si adagia e nel terzo pare di sentire rassicurante musica da salotto, priva di autentico mordente drammatico. Prevalgono insomma una cura del suono e una raffinatezza eccessive che fanno gioire l’orecchio o poco più, mentre dal maestro genovese siamo abituati a operazioni di maggior respiro.

Dal punto di vista vocale troviamo un cast nel complesso omogeneo e assai funzionale. Iván Ayón Rivas è un Duca di Mantova impulsivo e di stampo tradizionale, comunque valido. La voce non è debordante ma ben proiettata, dotata di bel timbro, e risuona senza problemi in sala. Pur partendo cauto in “Questa o quella”, il tenore acquista sicurezza nel corso della recita e offre una prestazione che si distingue per sicurezza e omogeneità della linea. Ben curati risultano anche il fraseggio e il gioco dei colori i quali, uniti a un buon piglio scenico, gli permettono di costruire un personaggio credibile e completo.
Yngve Søberg tratteggia un Rigoletto più pensoso e meditabondo che urlato, e ciò non può che fargli onore. Il ruolo viene costruito di cesello sulla parola e sul fraseggio, anche se a tratti è ancora da rodare in quanto si tratta di un debutto. Il materiale vocale è comunque di buona fattura: strumento ampio, bel timbro ambrato e ricco di colori, linea sicura. Tuttavia quando la voce deve affrontare passaggi in zona acuta, tende a perdere mordente nell’articolazione risultando un po’ generico, ma è un difetto che non inficia una prova dignitosa, avvalorata anche da una buona disinvoltura scenica.
Del terzetto dei protagonisti convince meno la Gilda di Jessica Nuccio, dotata di un timbro metallico che solo poche volte si stempera in sonorità più calde. Bisogna però riconoscere che il soprano affronta la parte con sicurezza, dimostrando una buona padronanza del mezzo vocale. L’interprete si rivela invece poco fantasiosa e ciò la porta a costruire un personaggio convenzionale che, nell’economia dello spettacolo, non rimane particolarmente impresso.
Giorgio Giuseppini potrebbe sembrare un basso troppo chiaro per Sparafucile, ma il timbro non lo mette di certo in difficoltà, dimostrando una notevole sicurezza vocale e scenica. La Maddalena di Marina Ogii ha dalla sua una notevole presenza scenica e una voce scura, non strabordante e leggermente monocroma. Tra i comprimari spiccano per il bel fraseggio e la pregnanza della parola il Marullo di Min Kim, dotato di una bella voce piena, e il Monterone di Carlo Cigni, vocalmente a fuoco. Molto buone risultano anche le altre parti di contorno dove troviamo Giada Frasconi (Giovanna), Gyuseok Jo (Matteo Borsa), Adriano Gramigni (Conte di Ceprano), Marta Pluda (Contessa di Ceprano), Vito Luciano Roberti (Usciere) e Costanza Fontana (Un paggio).
Molto bene fa anche il Coro preparato da Lorenzo Fratini, sempre compatto e presente.
Il pubblico non foltissimo della prima si dimostra partecipe e attento e dispendia applausi sentiti durante tutta la rappresentazione. Alla fine si registra un grande successo per la parte musicale, con punte di entusiasmo per i tre protagonisti e Luisi, mentre gli spettatori si dividono nettamente e rumorosamente sugli autori della messa in scena.

Teatro del Maggio – Settembre 2018
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Duca di Mantova Iván Ayón Rivas
Rigoletto Yngve Søberg
Gilda Jessica Nuccio
Sparafucile Giorgio Giuseppini
Maddalena Marina Ogii
Giovanna Giada Frasconi
Conte di Monterone Carlo Cigni
Marullo Min Kim
Matteo Borsa Gyuseok Jo
Conte di Ceprano Adriano Gramigni
Contessa di Ceprano Marta Pluda
Un usciere Vito Luciano Roberti
Un paggio Costanza Fontana

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Progetto drammaturgico e regia Francesco Micheli
Regista collaboratore Benedetto Sicca
Scene Federica Parolini
Costumi Alessio Rosati
Luci Daniele Naldi
Nuovo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 15 settembre 2018

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