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Firenze, Teatro del Maggio – La traviata

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Con la vicenda di Violetta Valéry va a chiudersi la trilogia verdiana realizzata da Francesco Micheli e Fabio Luisi per rimpolpare gli allestimenti di repertorio che si vedranno spesso a Firenze nei prossimi anni. Tuttavia bisogna subito dire che la tenuta generale dei tre spettacoli, dal punto di vista sia musicale che registico, è andata a sfumare nell’arco della loro realizzazione, e da un Trovatore interessante sotto molteplici aspetti, si arriva a una Traviata che è la classica ciambella senza buco.

Già la regia di Francesco Micheli non pare trovare una sua cifra come negli altri due titoli. Anche stavolta si parte da uno dei tre colori della bandiera italiana, il bianco, simbolo della purezza a cui la protagonista ambisce attraverso la redenzione amorosa. Ritroviamo dunque le tre strutture mobili con schermo già viste in precedenza, che vengono tuttavia relegate quasi ad ambientazioni di contorno, mentre le scene principali si svolgono principalmente libere sul palco o sopra pedane mobili leggermente rialzate, come quella di sapore circense della scena a casa di Flora. Vi sono inoltre elementi che insistono in modo un po’ scontato sulla mercificazione della donna: i manichini vestiti con sgargianti abiti femminili, calati dall’alto nella prima scena per essere poi spogliati e usati come partner di ballo dagli uomini, o i busti formosi alla Niki de Saint Phalle indossati dalle coriste durante il coro dei mattadori. Si nota comunque una attenzione a connotare diversamente le scene inerenti la sfera pubblica da quelle che investono l’ambito privato; ciò si esplica soprattutto attraverso i costumi di Alessio Rosati, tanto semplici e tendenti al bianco durante le scene intime, quanto mirabolanti ed eccentrici durante le due feste – a sottolineare la frivolezza dell’ambiente – nelle quali tra l’altro la protagonista si cambia di abito assai frequentemente. Tuttavia, ci si chiede il motivo di alcune aggiunte drammaturgiche poco utili, che spesso distraggono dal centro della vicenda, come il voler mostrare la signorina Germont e il fidanzato in interno borghese per tutto il duetto tra Violetta e Giorgio, che risulta invece teatralmente annacquato e poco convincente. Sono presenti alcune idee interessanti ma pervase talvolta da una sensazione di “vorrei ma non posso”, ad esempio il Brindisi del primo atto trasformato in una sorta di scena di burlesque in una enorme coppa di champagne che viene riempita di glitter, in cui però i movimenti appaiono vagamente impacciati. Non rischia questo pericolo la bella immagine creata in “Addio, del passato” in cui Violetta si arrampica sui cassetti vuoti di un grande armadio che ricorda i mobili accatastati della morente oberata dai debiti menzionati nel romanzo di Dumas. Nel complesso però il lavoro registico strettamente detto non sembra sempre fluido, e si alternano momenti ispirati e ben diretti ad altri meno interessanti.

Anche Fabio Luisi realizza la direzione meno convincente della Trilogia. L’orchestra risponde in modo egregio e il suono è sempre nitido, levigato e mai prevaricante sui cantanti, ma stavolta manca una visione generale convincente e un vero senso del teatro. Già il preludio inesorabilmente lento, per quanto suonato meravigliosamente, fa presagire il vago intento di voler nobilitare Verdi attraverso la creazione di atmosfere da Tristan non sempre congeniali, impressione confermata poi in buona parte della scena in campagna. Luisi lavora molto sull’esasperazione dei contrasti, calcando pure lui sulla diversità di agogiche richieste dalla contrapposizione tra scene private e quelle pubbliche; ne risulta la ricerca di un ritmo che invece di far marciare compatta la macchina teatrale, tende alla dispersione della drammaticità creata, e così la rutilante e nervosissima festa a casa di Flora si sgonfia totalmente nei distesissimi interventi di Violetta “Che fia? Morir mi sento! Pietà, gran Dio, di me!”. Il terzo atto ha momenti decisamente più efficaci, come un “Addio, del passato” trasformato in una inesorabile marcia funebre. Tuttavia occorre registrare il taglio di tutte le riprese di cabalette e arie, nonché delle ultimissime battute finali, e forse non è un male dato che anche le parti presenti decollano ben poco. Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino si dimostra ben preparato come sempre, pur con qualche scollamento tra le sezioni maschili durante l’insieme dei mattadori.

Il cast si rivela omogeneo e di discreto livello. Zuzana Marková disegna una Violetta nel complesso convincente. Lo strumento non è enorme ma molto ben proiettato, tanto da scavalcare anche le torniture wagneriane che Luisi imprime all’“Amami Alfredo”. Già dalla sua entrata in scena il soprano si fa notare per i centri corposi e morbidi, mentre il registro acuto appare meno seducente ma comunque esteso, tanto che può permettersi il mi bemolle alla fine di un “Sempre libera” giocato con un piglio combattivo e convinto. Pur a fronte di una certa avarizia di colori, l’interprete riesce a piegare la voce alle inflessioni di un personaggio certamente fragile ma deciso e attaccato alla vita fino all’ultima nota, caratteristiche che, unite a una certa disinvoltura scenica, le fanno realizzare un terzo atto sentito e partecipe.
Matteo Lippi dal canto suo offre una prestazione di buon livello nei panni di Alfredo. Il timbro caldo e accattivante si offre nella sua bellezza soprattutto quando la scrittura gravita in zona centrale, ma la voce ben proiettata rimane comunque omogenea e gli acuti sono pieni e ben dispiegati. Il tenore inoltre si disimpegna bene in scena creando un personaggio credibile.
Il Giorgio Germont di Giuseppe Altomare è efficace. La voce è ampia e omogenea, anche se affetta da un leggero vibrato soprattutto nelle salite all’acuto; riesce comunque a piegarsi a finezze espressive con cui il baritono dimostra di essere a suo agio nel ruolo.
Molto bene fanno i comprimari a partire dalla Annina ben realizzata e cantata di Marta Pluda. Ottimi poi Dielli Hoxha nei panni del Barone Douphol e Adriano Gramigni come Dottor Grenvil, i quali dispiegano voci di bel volume e timbro, impegnandosi anche a costruire dei personaggi completi pur con poche battute. Gregory Bonfatti si disimpegna con convinzione e una bella proiezione di voce nel ruolo di Gastone. Risultano assai efficaci il Giuseppe di Luca Tamani e il domestico di Nicolò Ayroldi, il quale riesce a catturare l’attenzione anche solo con una frase ben tornita. Molto buoni appaiono anche la Flora Bervoix di Ana Victoria Pitts e il Marchese d’Obigny di Min Kim.
Il folto pubblico della prima si dimostra attento e partecipe, con una voglia sentita di tributare applausi alla fine di ogni numero. Al termine della recita convinto successo per tutti gli artefici della parte musicale, con punte di entusiasmo per i tre protagonisti, mentre gli spettatori si dividono ancora una volta sui fautori della messa in scena, con fischi e urla ormai abbastanza prevedibili.

Teatro del Maggio – Settembre 2018
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Zuzana Marková
Flora Bervoix Ana Victoria Pitts
Annina Marta Pluda
Alfredo Germont Matteo Lippi
Giorgio Germont Giuseppe Altomare
Gastone Gregory Bonfatti
Barone Douphol Dielli Hoxha
Marchese d’Obigny Min Kim
Dottor Grenvil Adriano Gramigni
Giuseppe Luca Tamani
Un domestico Nicolò Ayroldi
Commissionario Antonio Montesi

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Progetto drammaturgico e regia Francesco Micheli
Regista collaboratore Valentino Villa
Scene Federica Parolini
Costumi Alessio Rosati
Luci Daniele Naldi
Nuovo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 21 settembre 2018

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