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Firenze, Teatro del Maggio – La Cenerentola

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Portare allestimenti concepiti per un ambiente molto particolare, come il Cortile dell’Ammannati di Palazzo Pitti, nello spazio chiuso di una sala teatrale può rivelarsi un azzardo. Alcuni spettacoli reggono molto bene al cambio, come nel caso dell’Elisir d’amore fiorentino firmato Pier Francesco Maestrini, ma altri perdono qualcosa. La Cenerentola secondo Manu Lalli, che ha inaugurato la stagione estiva 2017, rientra in quest’ultimo gruppo, nonostante i vari accorgimenti per adattarla al palco. Rimangono infatti gli elementi scenici fissi di impianto barocco a fungere da quinte laterali e che, girando o spostandosi, suggeriscono da un lato la dimora dove vivono la protagonista e i suoi parenti, dall’altro il castello del principe, arricchito stavolta da un fondale che rimanda alla Grande Galleria della sabauda Reggia di Venaria. È ancora evidenziata anche la passione di Cenerentola per la lettura, visibile sia a livello scenografico che registico: enormi tomi di romanzi di grandi eroine campeggiano sui lati, mentre le sorellastre e il patrigno si sfogano sulla protagonista strappando le pagine di libri a lei cari o del registro dei nomi delle zitelle.
La regista tratta il materiale drammatico nel modo più fiabesco possibile, con tanto di mimi ballerine che, sotto la direzione di Alidoro, visto come vero deus ex machina, fanno interagire i personaggi o animano la scena, talvolta anche in modo un po’ superfluo, come nella ridondante coreografia di “Questo è un nodo avviluppato”. La regia vera e propria, di stampo prettamente tradizionale, scorre senza particolari intoppi e vede i personaggi caratterizzati in modo canonico ma efficace, con gli interpreti ben calati nelle loro parti. In definitiva, uno spettacolo nato per uno spazio all’aperto e che al chiuso appare più superficiale, con un desiderio di sfarzo che Palazzo Pitti riusciva a suggerire e qui non si ritrova pienamente compiuto.

Dal podio, Giuseppe Grazioli guida l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino con ritmo brioso, ottenendo un suono corposo in cui però non esitano a emergere con lucentezza i particolari strumentali della partitura. Sotto tale aspetto, il primo atto appare più ispirato del secondo, anche se la narrazione non perde mai il giusto piglio rossiniano, e a tal proposito bisogna citare l’ottima riuscita di “Nel volto estatico” eseguita in modo vorticoso e inesorabile. Si riscontra un unico difetto: i cantanti avrebbero bisogno di maggior sostegno, soprattutto in alcuni passaggi più concitati, in cui il direttore si lascia prendere la mano e tende a sovrastarli. Sempre puntuali e ben dosati invece risultano gli interventi del coro preparato da Lorenzo Fratini.

Il cast dimostra un buon affiatamento, pur con qualche pecca. Diego Godoy è il classico Don Ramiro dal timbro chiaro e voce non debordante ma ben proiettata. Lo strumento risulta piuttosto agile con un registro centrale connotato da un colore seducente, e una notevole estensione in zona acuta, come evidenziato dalle perigliose variazioni dell’aria nel secondo atto. Il suo principe è più slanciato verso la ricerca dell’afflato lirico piuttosto che del carattere autoritario, ma alla fine il personaggio funziona sia vocalmente che scenicamente.
Christian Senn ben si cala nei panni di Dandini. La voce è piuttosto ampia, emerge con facilità ed è connotata da un bel timbro brunito. Pur non concedendosi in eccessive raffinatezze, il baritono mantiene sempre un accento appropriato, curando il fraseggio e dimostrando una discreta spigliatezza scenica. Molto meno centrato appare il Don Magnifico di Luca Dall’Amico. Pur essendo scenicamente fluido e ben immedesimato, non riesce a dominare la scrittura rossiniana, dal momento che possiede uno strumento non abbastanza duttile per piegarsi alle varie sfumature del personaggio. Perfettibile, inoltre, la dizione. Ugo Guagliardo conclude il quartetto maschile con un Alidoro dal timbro interessante, ma esegue la sua aria in modo un po’ monocromatico.
Molto bene assortite risultano le due sorelle. Eleonora Bellocci è una Clorinda che sa dosare il suo registro acuto con proprietà di accento e disinvoltura. Ana Victoria Pitts invece gioca scioltamente con i colori di una voce a tinte scure.
Ultima, ma non per importanza, è Teresa Iervolino nei panni della protagonista. Lo strumento non è enorme, ma acquista corpo e proiezione nel corso della recita. La linea omogenea e il colore brunito sono uniti ad agilità sempre sgranate con facile precisione. Il personaggio risulta ben costruito, grazie alla convinzione scenica e a un fraseggio attento, anche se non sempre fantasioso. Il mezzosoprano dimostra anche di possedere una notevole musicalità, ben esemplificata nelle variazioni del rondò finale, il quale tuttavia non esplode in veri fuochi d’artificio, mentre nell’entrata al ballo (“Sprezzo quei don”) emergono davvero tutte le qualità dell’interprete.
In chiusura è infatti la Iervolino a ricevere maggior plauso dal folto e attento pubblico, che non manca comunque di festeggiare anche gli altri membri del cast e i realizzatori della messa in scena.

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Stagione 2018/2019
LA CENERENTOLA
Melodramma giocoso in due atti di Jacopo Ferretti
Musica di Gioachino Rossini

Don Ramiro Diego Godoy
Dandini Christian Senn
Don Magnifico Luca Dall’Amico
Clorinda Eleonora Bellocci
Tisbe Ana Victoria Pitts
Angelina Teresa Iervolino
Alidoro Ugo Guagliardo

Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Giuseppe Grazioli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Manu Lalli
Scene Roberta Lazzari
Costumi Gianna Poli
Luci Vincenzo Apicella
Nuovo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 7 novembre 2018

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