Chiudi

Firenze, Teatro del Maggio – La battaglia di Legnano

Condivisioni

A scanso di equivoci, il regista lo afferma chiaramente nelle note di sala. “La mia personale scommessa – scrive Marco Tullio Giordana – è ricavare la ‘contemporaneità’ direttamente dal verbo dell’Autore, rispettandone alla virgola le indicazioni”. Poco prima, quasi a mettere le mani avanti, aveva spiegato: “Non irrido alle letture ‘moderne’, in qualche caso anche coinvolgenti, ma preferisco che lo spettatore – che per me è innanzitutto ascoltatore – possa far rima da solo con la contemporaneità”.
In effetti, il pubblico fiorentino de La battaglia di Legnano, in scena al Teatro del Maggio nell’ambito dell’81° Festival, si è trovato di fronte a uno spettacolo semplicemente, garbatamente, noiosamente illustrativo. Non che avremmo voluto vedere trasformato il Barbarossa (che, per inciso, ha rosse e folte barba e chioma) in un generale americano impegnato in Vietnam o in un graduato serbo alle prese con il disfacimento della ex Jugoslavia. Ma magari qualche guizzo in più non avrebbe guastato. Invece, Giordana si limita a far muovere (poco) personaggi e coro sul palco secondo i binari di una quieta convenzionalità e il sospetto forte è che, dietro lo sbandierato rispetto dell’autore, si celi invece un sostanziale vuoto di idee. Ma tant’è. Ciò detto, le scene di Gianni Carluccio evocano i materiali costruttivi del tempo (mattoni, legno, pietra) creando niente più che uno sfondo, mentre si fanno apprezzare i bei costumi di Francesca Sartori ed Elisabetta Antico, dai colori pastello.

Concentriamoci dunque sulla musica, che presenta note decisamente più positive. A cominciare dalla direzione di Renato Palumbo, che offre una lettura tesa e vibrante di una partitura giovanile non priva di raffinatezze nell’orchestrazione che il maestro sottolinea in modo adeguato (eccellente l’apporto in tal senso di legni e ottoni). Peraltro, Palumbo sfugge anche al rischio, spesso incombente nel Verdi degli “anni di galera”, di spingere troppo sul versante bandistico dell’esecuzione; riesce invece a conferire smalto anche i passi più scopertamente accesi grazie a una attenzione notevole alla precisione ritmica, a un sorvegliato controllo delle sonorità e a una pregevole nobiltà nella tornitura del suono. Tutto ciò, coniugato a una bella attenzione alle ragioni della melodia: in fondo, questa, come altre partiture verdiane di quegli anni, è un’opera fortemente debitrice della stagione del Belcanto. E qui mi preme anche dire che si tratta di un lavoro decisamente interessante, con pagine ispirate e altre certo più convenzionali, ma inserite in un impianto drammaturgico efficace. Pagine che necessitano di esecutori all’altezza, proprio per evitare il rischio della routine. A Firenze ci sono. Il coro istruito da Lorenzo Fratini, anzitutto, assolve con grande bravura al proprio compito, così importante in quella che, come tutti sanno, è l’unica opera scopertamente risorgimentale di Verdi. Concepita nel 1848, andò in scena l’anno successivo in una Roma repubblicana, con il Papa in esilio e Mazzini e Garibaldi in platea. Un vero e proprio trionfo. Facile crederlo ascoltando questo lavoro dal vivo: il suo empito corale è decisamente coinvolgente. E uscendo di teatro, ti viene davvero voglia di cantare o fischiettare “Viva Italia, sacro un patto…”.

Ottimi gli interpreti. Giuseppe Gipali è un Arrigo più lirico che fiero, con quella sua bella voce da tenore all’italiana, morbida e duttile. Ciò che gli si potrebbe chiedere in più è una maggiore attenzione alle sfumature. Vittoria Yeo vanta uno strumento chiaro ed esteso, usato con precisione, sensibilità e gusto sia nelle pagine liriche che in quelle virtuosistiche; l’interprete è accorata e attenta, anche se, nel complesso, non memorabile. Giuseppe Altomare è parso perfetto nel ruolo del tormentato Rolando, grazie a un sicuro piglio interpretativo e a una voce magari timbricamente non eccezionale, ma dal colore scuro molto particolare. Marco Spotti è un Barbarossa imponente sia fisicamente che vocalmente. Buoni gli altri: il Marcovaldo scenicamente irrisolto di Min Kim (ma qui la colpa è del regista), i consoli di Egidio Massimo Naccarato e Nicolò Ayroldi, il podestà di Adriano Gramigni, la Imelda di Giada Frasconi e lo scudiero di Rim Park.

81° Maggio Musicale Fiorentino
LA BATTAGLIA DI LEGNANO
Tragedia lirica in quattro atti
Libretto di Salvatore Cammarano
tratto da La Bataille de Toulouse di Joseph Méry
Musica di Giuseppe Verdi

Federico Barbarossa Marco Spotti
Rolando Giuseppe Altomare
Lida Vittoria Yeo
Arrigo Giuseppe Gipali
Imelda Giada Frasconi
I Console Egidio Massimo Naccarato
II Console Nicolò Ayroldi
Marcovaldo Min Kim
Podestà Adriano Gramigni
Uno scudiero / Un araldo Rim Park

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Renato Palumbo
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Marco Tullio Giordana
Scenografo e Light designer Gianni Carluccio
Costumi Francesca Livia Sartori e Elisabetta Antico
Nuovo allestimento
Firenze, 22 maggio 2018

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino