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Firenze, Teatro del Maggio – Il trovatore

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La trilogia popolare verdiana firmata da Francesco Micheli e Fabio Luisi segna anche il ritorno fiorentino, dopo nove anni dall’ultima proposta, de Il trovatore. L’attesa era ovviamente molta e se il risultato scenico non ha convinto il pubblico della prima (cosa che ultimamente avviene con particolare frequenza, finendo per non fare neanche più notizia), quello musicale sembra aver soddisfatto le aspettative.
Francesco Micheli colloca l’opera all’interno del progetto “tricolore” già spiegato nella recensione del Rigoletto. Sui primi accordi dell’opera, gli schermi in scena si tingono di rosso, a simboleggiare il sangue dei legami sottesi ai personaggi e il fuoco tante volte evocato, quindi entra in scena un uomo vestito di nero, con mantello: le fattezze ricordano assai da vicino quelle di Giuseppe Verdi nei tanti ritratti della vecchiaia a noi rimasti. Costui si rivela essere Ferrando, che svela l’antefatto con l’aiuto di tre pupi siciliani, vestiti come i protagonisti. Egli è dunque il burattinaio della situazione, colui che dispiega e tesse le trame dell’intreccio. La vicenda di Trovatore, vista come opera di guerra ambientata in un medioevo mitizzato, acquista i tratti di un romanzo cavalleresco, che viene narrato in un modo estremamente popolare come può esserlo appunto il linguaggio dei pupi, ben rievocati attraverso gli abiti dei protagonisti, firmati da Alessio Rosati. Sopra la scena aleggiano spesso marionette appese, manovrate dalle masse nelle scene di assieme più conflittuali, anche se il loro uso migliore avviene nel “Miserere”: inizialmente adagiate a terra, vengono lentamente issate in alto sul ritmo incalzante della musica, come se fosse una danza di risveglio dei morti. L’impianto scenico è lo stesso già visto in Rigoletto, con i tre schermi a fare da facciata di altrettante strutture mobili, due fornite di scala a chiocciola laterale e doppio piano, e una raffigurante un grande armadio con cassetti, da cui Ferrando estrae pezzi di pupi durante la scena iniziale in una sorta di rituale macabro. Si aggiunge stavolta una pedana sopraelevata, provvista di baldacchino e adornata da ceri, simile a quelle usate nelle processioni in onore della Madonna: essa compare durante il coro degli zingari, alla fine del quale, da una sorta di gabbia che sembra contenere un’immagine sacra si leva il canto di Azucena, portata in processione quasi come una divinità ctonia, personificazione della sacralità dei legami di sangue; un vero colpo di scena che basterebbe da solo a salvare l’impianto registico, che quanto a disposizioni sceniche vere e proprie non si allontana da una convenzionalità operistica, probabilmente voluta per evocare il mondo marionettistico cui si faceva riferimento. Con questo allestimento Micheli coglie l’ambivalenza di un’opera sospesa tra intellettualismo e forme tradizionali che hanno sempre attratto il pubblico.

Fabio Luisi, a capo di un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in ottima forma, sembra trovarsi più a suo agio qui che in Rigoletto. Il direttore tende a esasperare il belcantismo insito in partitura creando un buon equilibrio tra momenti spediti e oasi liriche di indubbio fascino, fra cui l’accompagnamento mestissimo di “D’amor sull’ali rosee”, reso come un vero commiato al mondo. La sintonia con gli interpreti, sempre ben sostenuti senza però perdere la visione d’insieme, è ottima, come dimostra l’infuocata “Pira” letteralmente respirata insieme a Pretti, in un teatralissimo gioco di rubati. Luisi fa emergere tutta la raffinatezza musicale, data la sua ricerca continua del bel suono, ma ciò viene in qualche modo venato da alcuni squarci allucinati e malati che aprono improvvise e sempre più ampie visioni di morte e delirio man mano l’opera procede, in una atmosfera notturna Sturm und Drang sempre sull’orlo dell’abisso. Completa il lavoro delle masse artistiche l’ottimo Coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini, concitato, compatto e perfettamente a suo agio.

Il cast presenta luci e ombre. Sugli scudi la prova di Piero Pretti, che disegna un Manrico giovane, impetuoso e palpitante. La voce è ben sostenuta in tutta l’estensione, squilla negli acuti, e presenta un timbro pieno e seducente. Si nota inoltre un notevole lavoro sul fraseggio e sulla cura della parola; affronta “Di quella pira” con tutte le agilità del caso imprimendo allo stesso tempo una pregnanza drammatica di notevole spessore. La disinvoltura scenica gli permette inoltre di costruire un personaggio a tutto tondo e decisamente credibile.
Meno a fuoco risulta il Conte di Luna di Massimo Cavalletti. Se la voce è ampia e ben dispiegata, il baritono tende ad avere un’intonazione discontinua, che va a inficiare spesso l’articolazione e il fraseggio, non espresso al massimo del suo potenziale. Colpisce per genericità la Leonora di Jennifer Rowley, non aiutata dal timbro metallico poco piacevole. Se i centri risultano il suo punto di forza, la voce perde corposità in basso, mentre gli acuti appaiono leggermente spinti. Il fraseggio inoltre non brilla per fantasia e il risultato è un personaggio non memorabile. Più a fuoco l’Azucena di Olesya Petrova, dotata di una voce scura, piuttosto ampia, anche se un po’ monocroma. Perfettamente a suo agio nel registro centrale e acuto, sempre ben dispiegato, come da tipica scuola russa, il mezzosoprano disegna alla fine un personaggio convenzionale ma efficace, con buona presa sul pubblico.
Il Ferrando di Gabriele Sagona convince per la buona emissione e la disinvoltura scenica. Il timbro non è scurissimo, ma la linea è omogenea e l’interprete cerca di cesellare la parola scenica nel miglior modo possibile. Alessandra Della Croce si distingue nel ruolo di Ines per lo strumento saldo e la buona cura della parola, e anche le parti secondarie maschili, in cui si annoverano Gyuseok Jo (Ruiz), Nicolò Ayroldi (Un vecchio zingaro) e Luca Tamani (Un messo), risultano assai efficaci sia dal punto di vista vocale che scenico.
Il pubblico della pomeridiana si dimostra entusiasta, attento e partecipe, tributando numerosi e calorosi applausi, durante la recita e a fine spettacolo, a tutto il cast e al direttore.

Teatro del Maggio – Settembre 2018
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvatore Cammarano (completato da Leone Emanuele Bardare)
Musica di Giuseppe Verdi

Il Conte di Luna Massimo Cavalletti
Leonora Jennifer Rowley
Azucena Olesya Petrova
Manrico Piero Pretti
Ferrando Gabriele Sagona
Ines Alessandra Della Croce
Ruiz Gyuseok Jo
Un vecchio zingaro Nicolò Ayroldi
Un messo Luca Tamani

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Progetto drammaturgico e regia Francesco Micheli
Regista collaboratore Paola Rota
Scene Federica Parolini
Costumi Alessio Rosati
Luci Daniele Naldi
Nuovo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 16 settembre 2018

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