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Como, Teatro Sociale – Falstaff

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“Perché dentro c’è la nostra vita, ciascuno può trovarvi un pezzo di sé stesso. Vanità, debolezze, narcisismo, intrighi, l’amore vissuto nella sua forma più fresca e intensa…Tutto questo lo dobbiamo a Verdi”. Con tali parole Riccardo Muti, nel bel libro del 2013 di Leonetta Bentivoglio Il mio Verdi, si riferisce a un’opera a lui molto cara, tratta da Shakespeare: Falstaff. Ultimo titolo di Giuseppe Verdi, composto nel 1893 su libretto di Arrigo Boito (di cui, occorre ricordarlo, nel 2018 si celebra il centenario della morte), torna quest’anno al Teatro Sociale di Como, in apertura di una tournée che, nelle prossime settimane, toccherà gli altri quattro teatri di OperaLombardia.

Addio disincantato al mondo e alla vita, opera buffa al contempo velata di malinconia, testamento scanzonato e nostalgico del “Cigno di Busseto” è, probabilmente, la composizione verdiana più complessa da mettere in scena, proprio per la sua natura ibrida tra serio e faceto, fra allegria e mestizia. Per l’occasione, il compito è stato affidato a Roberto Catalano (a parere di chi scrive, uno dei giovani registi italiani più interessanti sulla piazza), che firma un allestimento – coprodotto da AsLiCo con la Fondazione Rete Lirica delle Marche e il Teatro Marrucino di Chieti – ricco di leggerezza, tenerezza e melanconia. Con uno sguardo estremamente analitico, Catalano confeziona uno spettacolo per nulla scontato, che non si ferma mai in superficie, trasponendo la vicenda in una realtà atemporale fra sogno e realtà, tra verità e finzione. Tra le numerose suggestioni visive, due sono fondamentali in questa elaborata, profonda chiave di lettura: la presenza, nell’incipit dell’opera, a inizio terzo atto e nel finale di un letto e di un trenino giocattolo. A un’attenta osservazione, tali oggetti di uso comune rappresentano una metafora della morte che, agli occhi di Falstaff, assume connotati positivi, per nulla terrificanti: “Tutto nel mondo è burla”, bisogna fare come il panciuto protagonista e prendere la vita e il suo naturale progredire con spensieratezza, come in un gioco. Un gioco, appunto: e difatti in questa regia Sir John non viene gettato nelle acque del Tamigi, ma su di un cumulo di balocchi abbandonati e polverosi, simbolo del suo inappagato desiderio di rimanere eternamente giovane e attraente, come ai tempi in cui era paggio del Duca di Norfolk. Ben caratterizzati sono i vari personaggi, colti nelle loro debolezze umane: e così, Falstaff è una trasandata rockstar in pieno disfacimento psicofisico, un vecchio sovrappeso che si atteggia da giovane e mangia cibo spazzatura da fast food, uno squattrinato leader di una band che strizza l’occhio a Keith Richards (le due lettere inviate ad Alice e Meg recano il celeberrimo logo dei Rolling Stones) e a Cheyenne del film di Sorrentino This Must Be the Place; Ford è un marito nevrotico, affetto da un disturbo ossessivo compulsivo per l’igiene; le allegre comari di Windsor sono delle borghesi bon ton, salutiste convinte che praticano esercizi fisici, prendono il sole e assumono bevande detox (sebbene Meg, di nascosto, si metta a mangiare dolci); Mrs. Quickly ricorda l’attrice Diane Keaton. Eleganti e molto curate le scene di Emanuele Sinisi che, di volta in volta, con agili cambi mostrano ambienti differenti: il bar “The Garter” (l’osteria della Giarrettiera), con tavolo da biliardo; un centro wellness, dove un muretto divide il solarium dal campo da badminton dove si allenano gli uomini; il ricercato salotto di casa Ford, molto da design e improntato a tinte pastellate; il parco di Windsor, in realtà un enorme letto matrimoniale ricoperto da una grande coperta a fantasia vegetale (la quercia di Herne), lo stesso plaid che, nella scena precedente, Alice ha messo sul giaciglio di Falstaff. Un plauso va ai bei costumi di Ilaria Ariemme, di taglio contemporaneo, ben rifiniti in ogni singolo dettaglio e diversificati tra di loro: il protagonista veste abiti neri con borchie, bandane e una simpatica t-shirt dove giganteggia un’effigie di Shakespeare; i suoi scagnozzi sembrano dei malavitosi di mezza tacca; i Ford e i loro amici indossano pregiati vestiti da high society, improntati a delicate nuances del bianco, dell’avorio, del rosa e del lilla, mentre nel finale sono tutti in pigiama o camicia da notte. Efficaci le luci di Fiammetta Baldiserri, molto atmosferiche ed evocative, soprattutto quelle notturne della tregenda.

Alla guida dell’orchestra I Pomeriggi Musicali, troviamo Marcello Mottadelli. La sua è una lettura solida, improntata a un’agogica dei tempi perlopiù brillante e rapinosa di sicuro impatto ma che, in alcuni casi, va a scapito del rapporto buca-palcoscenico, non agevolando i solisti; propende, poi, per un suono compatto, eccessivamente soverchiante nelle parti d’insieme, con pochi guizzi e, sostanzialmente, monolitico e asciutto, povero delle sfumature elegiache che costellano la partitura.

Debuttante nel ruolo del titolo un veterano del repertorio verdiano, il baritono Alberto Gazale. Vocalità ampia che ben corre nella sala, di grana scura e ricca di armonici, salda in acuto e rotonda nei medi e nei gravi, Gazale delinea un protagonista credibile senza abusare troppo di effetti granguignoleschi o veristi. Se le intenzioni nel porgere la frase sono fantasiose e curate e la recitazione gustosa e centrata, si avverte qualche disagio nell’alleggerire la voce, in particolare nella scena del corteggiamento del secondo atto, non sempre a fuoco. Musicale Sarah Tisba, un’Alice Ford scenicamente sbarazzina e spigliata: il soprano affronta la parte con tempra e freschezza e con uno strumento di buon peso, abbastanza omogeneo nei registri, a tratti asprigno in quello acuto, meglio appoggiato in quello medio. Piace il Ford di Paolo Ingrasciotta: in possesso di una voce ben proiettata, morbida nell’emissione e squillante in acuto, il baritono si distingue per un fraseggio dovizioso di inflessioni, sapientemente variegato, e per una caratterizzazione del personaggio ironica e ben rifinita. Daniela Innamorati è una Mrs. Quickly dalla vocalità mezzosopranile di colore caldo, emessa omogeneamente, luminosa nelle note alte e vellutata nei centri e nei gravi; l’interprete è, poi, spontanea e vivace senza mai scadere nel grottesco. Sugli scudi le prove dei due adolescenti innamorati, entrambi vincitori del Concorso AsLiCo 2018. Il soprano Maria Laura Iacobellis (Nannetta), già apprezzata a inaugurazione di stagione nei panni di Corinna, spicca per lo strumento vocale ambrato e pastoso, nonché per un’invidiabile tenuta dei fiati, per la raffinata musicalità e per i preziosi filati; Oreste Cosimo (Fenton) emerge, invece, per una voce tenorile schietta e solare, di timbro gradevole, sicura nella salita all’acuto, per una recitazione naturale e immediata e per la tecnica ferrea. Briosa la Meg Page del mezzosoprano Caterina Piva, vocalmente duttile e tornita e scenicamente elegante; vigoroso e mai petulante il Dottor Cajus di Ugo Tarquini; discontinuo il Bardolfo di Cristiano Olivieri, sonoro il Pistola di Pietro Toscano.
Ben calibrati gli interventi del Coro di OperaLombardia, guidato da Massimo Fiocchi Malaspina. Al termine, festante successo da parte di un pubblico folto e divertito.

Teatro Sociale – Stagione 2018/2019
FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Sir John Falstaff Alberto Gazale
Ford Paolo Ingrasciotta
Fenton Oreste Cosimo
Dott. Cajus Ugo Tarquini
Bardolfo Cristiano Olivieri
Pistola Pietro Toscano
Mrs. Alice Ford Sarah Tisba
Nannetta Maria Laura Iacobellis
Mrs. Quickly Daniela Innamorati
Mrs. Meg Page Caterina Piva

Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Marcello Mottadelli
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Roberto Catalano
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Ilaria Ariemme
Light designer Fiammetta Baldiserri
Nuovo allestimento, coproduzione Teatri di OperaLombardia, Fondazione Rete Lirica delle Marche e Teatro Marrucino di Chieti
Como, 11 novembre 2018

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