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Catania, Teatro Massimo Bellini – Andrea Chénier

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Raccontare la Storia. Sorgente tra le più rigogliose della narrativa per musica, l’Ottocento lungo, lunghissimo del melodramma ama inscrivere le storie particolari nel soffio della grande Storia: di più, sul finire del secolo vuole che siano letteralmente travolte dal respiro appassionato degli eventi. E da qui scaturisce, forse, il più grande dilemma legato all’interpretazione delle opere del periodo cosiddetto verista, composte dai musicisti della Giovane Scuola: come conciliare una drammaturgia a tinte forti, quando non fortissime, con un sentire contemporaneo che ne evidenzi i pregi ma ne alleggerisca i tratti fin troppo marcati? Sono riflessioni, queste, scaturite dalla recente ripresa etnea di Andrea Chénier, il capolavoro di Umberto Giordano in scena al Teatro Massimo Bellini di Catania, dove mancava da oltre un decennio. Come ha suggerito l’ultima inaugurazione scaligera, voluta da Riccardo Chailly e Mario Martone, è dalla risposta a questi interrogativi che scaturisce l’approccio interpretativo all’opera e alla sua controversa, sanguigna estetica fin de siècle.

Racconta la Storia con piglio agguerrito, Antonio Pirolli, sul podio di una compagine orchestrale in grande spolvero, attenta alla ricerca di suoni e colori immaginati per restituire la paletta espressiva della partitura. Attacca infatti il primo quadro con un Allegro che è difficile immaginare più brillante, ma poi sottolinea con ardore ricerche timbriche (l’arpa in luogo del clavicembalo Silbermann suonato dal musicista Fiorinelli), stringenti dettagli narrativi (il guizzante staccato del clarinetto, doppiato dal flauto, per seguire l’ombra dell’Incredibile che si staglia sullo sfondo del gran duetto tra i protagonisti), inquietudini improvvise (i celli che inseguono Maddalena quando si presenta a Gérard) e forse anche ciò che la voce, da sola, non riesce a esprimere (il lagrimevole solo del violoncello che accompagna «La mamma morta»). Puntare i riflettori sui dettagli gli consente di fare poi piena luce sul poderoso affresco che si dispiega nella coralità delle scene d’assieme: il passaggio dei Rappresentanti dei Cinquecento è forse il passaggio più riuscito ed evocativo, momento di vigoroso slancio epico in cui meglio si evidenzia la ricerca di un rutilante turgore sonoro, destinato ad attraversare tutta l’opera.

È un approccio appassionante – e per certi versi potenzialmente esaltante – alla partitura di Giordano, che però costruisce un’invalicabile muraglia sonora, un’impenetrabile quarta parete tale da mettere a durissima prova la resistenza dei cantanti, tutti peraltro già provati da una scrittura che, programmaticamente, indulge al canto spiegato. Nel ruolo eponimo, Hovhannes Ayvazyan tratteggia un ritratto tutto considerato compiuto del poeta francese: fraseggia in maniera attendibile sin dall’attesissimo Improvviso, restituendo unità di prospettiva a una sortita articolata in più momenti; dispone di un registro acuto squillante, se non perentorio, che gli permette di affrontare senza timori sino al Si acuto d’ordinanza (benché non scritto) del Finale. Sarebbe ingeneroso richiedere al tenore armeno, habitué del repertorio spinto al Mariinskij di San Pietroburgo, una tornitura delle frasi che tenga conto dell’empito lirico che dovrebbe connotare gli interventi di Chénier; e certo non lo aiuta la genericità di un timbro privo di calore, se non di malìa: ma è interprete affidabile, e tanto basta, forse, per convincere. Non persuade invece la Maddalena di Coigny di Amarilli Nizza, afflitta da un vibrato fastidioso quanto incontenibile, che tenta di riscattare facendo affidamento sul pathos del Racconto del terzo quadro. È evidente la consentaneità con un repertorio che affronta con grande dimestichezza, ma che purtroppo non è in grado di risolvere su un piano squisitamente vocale. Molto più interessante è il forbito Gérard di Francesco Verna: perché è forse l’unico che, benché al debutto nel ruolo, lo affronti con consapevolezza e con intelligente visione interpretativa. Lo asciuga infatti dalla retorica del cattivo a tutti i costi, che nel corso dei decenni si è depositata sul personaggio, e in luogo del villain lo propone, sin dal dinamico incipit, come l’ultima, estrema personificazione di un grand seigneur, nostalgicamente esiliato dalla grandezza d’animo – se non di ceto – che ne anima l’agire. Facendo affidamento su una vocalità ampia, distesa e morbidamente governata, lo incarna con giovanile eleganza di tratti, priva di arroganza ma non di umanità.
Essenziale, nella riuscita dello spettacolo, è l’approfondimento dei secondi ruoli, autentici cammei in grado di creare – talora nel breve volgere di poche battute – ritratti che s’imprimono nella memoria e arricchiscono il racconto scenico. Catalizza l’attenzione l’Abate di Saverio Pugliese, che poi appare sepolto da un’orrida parrucca, in cui sembra siano esplose tutte le cannonate della presa della Bastiglia, quando s’insinua nei panni di un Incredibile raffinatamente dandy. Lorena Scarlata convince maggiormente come toccante Madelon piuttosto che come caricaturale Contessa di Coigny – fin troppo simile alla Madre di un’esilarante striscia comica ambientata ai tempi della Rivoluzione. Con esiti alterni, infine, si disimpegnano Alessandro Busi, truculento Mathieu, Enrico Marchesini, esile Roucher, Sonia Fortunato, sacrificata dalla tessitura per lei troppo grave di Bersi, Carlo Checchi, garbato Fléville e puntuale Schmidt, e Gianluca Failla, efficace Fouquier Tinville. Merita invece una menzione particolare la prova del Coro, che grazie all’eccellente direzione di Luigi Petrozziello sembra aver ritrovato compattezza di suono e cura delle sfumature: con l’ammirevole Egloga delle Pastorelle, vaporosa nuvola liberty di elegiaco rimpianto, e l’impatto drammatico delle infervorate tricoteuses, nel quadro del Tribunale.

È questo, peraltro, uno dei rari momenti in cui pare affacciarsi la timidissima mano registica di Giandomenico Vaccari, chiamato a operare su un fin troppo sobrio allestimento di repertorio. Poco vale soffermarsi su un disegno scenico che, già in origine, veniva connotato da pochi elementi simbolici: una grande cornice sullo sfondo, immaginata per ospitare ora la nobiltà e gli ultimi rantoli di un immaginario arcadico, ora l’irrompere del Terzo Stato; un’imponente statua di Marat, tanto grezza da ricordare più l’apparato celebrativo del realismo sovietico che la statuaria dell’età rivoluzionaria; e infine un ritratto di (forse) Robespierre, che di nuovo riporta alla memoria le suggestioni pittoriche di Boris Kustodiev. Per il resto latita non soltanto il senso del teatro – in un’opera che invece ne trabocca – ma anche la mera capacità descrittiva degli eventi: abbandonati al loro destino, e spesso soli al centro della scena, i personaggi si abbandonano a una prossemica d’antan, che speravamo ormai definitivamente tramontata (gambe divaricate per gli acuti, mani rivolte al cielo per tutte le altre occasioni, fino all’ulcerante duetto d’amore, intonato mano nella mano); e quando si allontana dalle prescrizioni delle didascalie sceniche (i nobili che si congedano al termine del primo quadro, invece di riprendere «l’interrotta gavotta»; o ancora il popolo che saluta esultante i condannati alla ghigliottina, al finale) spesso approda a soluzioni incongrue. Non solo le avversità del Terrore, allora, inducono a sperare che la «bianca vela» della poesia di Andrea Chénier possa sciogliersi verso più propizi lidi: dove si rappresenta la Storia – che forse è anche un’altra storia.

Teatro Massimo Bellini – Stagione lirica 2018
ANDREA CHÉNIER
Dramma storico in quattro quadri di Luigi Illica
Musica di Umberto Giordano

Andrea Chénier Hovhannes Ayvazyan
Carlo Gérard Francesco Verna
Maddalena di Coigny Amarilli Nizza
La mulatta Bersi Sonia Fortunato
La Contessa di Coigny Lorena Scarlata
Madelon Lorena Scarlata
Roucher Enrico Marchesini
Il romanziero Pietro Fléville Carlo Checchi
Fouquier Tinville Gianluca Failla
Il sanculotto Mathieu Alessandro Busi
Un “Incredibile” Saverio Pugliese
L’Abate Saverio Pugliese
Schmidt Carlo Checchi
Il Maestro di Casa Gianluca Failla
Dumas Carlo Checchi

Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Direttore Antonio Pirolli
Maestro del coro Luigi Petrozziello
Regia  Giandomenico Vaccari
Allestimento del Teatro Massimo Bellini di Catania
Catania, 4 novembre 2018

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