Chiudi

Bologna, Teatro Comunale – I Capuleti e i Montecchi

Condivisioni

Miracoli del caso, delle convenzioni e del genio. Nel dicembre del 1829 Vincenzo Bellini era alla Fenice di Venezia, impegnato a curare una ripresa del suo Pirata, che da un paio d’anni faceva furore in Italia e in Europa. L’evento della stagione doveva essere un’opera tutta nuova di Giovanni Pacini, ma, per troppi impegni accumulati su e giù per la penisola, il “maestro delle cabalette” diede forfait. In quattro e quattr’otto l’impresa fece firmare un contratto a Bellini, che andò subito a bussare alla porta del fido librettista Felice Romani. Si mise così in moto una portentosa macchina creativa, carburata con molto materiale di risulta adeguatamente rimpastato: un libretto già servito a Nicola Vaccaj, brani musicali tolti dalle vecchie partiture di Zaira e di Adelson e Salvini. In poco più di un mese ne uscì I Capuleti e i Montecchi, un capolavoro imprevedibilmente compatto, che non smette di incantare per la cristallina qualità melodica e per il lacerante pathos drammatico.

È questo il titolo scelto come “esame finale” di Opera Next, laboratorio del Comunale di Bologna volto alla formazione di giovani interpreti. Coprodotto dall’Auditorio di Tenerife, lo spettacolo giunge nella sala di Bibiena dopo aver esordito lo scorso autunno al sole delle Canarie. Spontaneità, ottima dizione (vale davvero la pena sottolinearlo), e un’inevitabile spruzzata di inesperienza, sono gli ingredienti principali che si trovano nella compagnia di canto. A convincere sono soprattutto le voci femminili. Nina Solodovnikova è una Giulietta angelicata, dotata di bel timbro argenteo, volume piuttosto generoso e buona padronanza del canto fiorito; la parte è lunga e la fatica a tratti si fa sentire, ma la meravigliosa scena finale non ne ha a soffrire. Piace anche Christina Campsall nel ruolo en travesti di Romeo: il mezzosoprano sembra più a suo agio nelle regioni acute che in quelle gravi, ma nel complesso la voce è omogenea e utilizzata con pertinente espressività.
Sul frangente maschile spiace dover sottolineare una comune titubanza nel far quadrare i conti ritmici, con attacchi spesso sfasati rispetto al passo impresso dal direttore. Ciò comunque nulla toglie alla freschezza delle voci. Gillén Munguia fornisce a Tebaldo timbro chiaro e rotondo, anche se a tratti acerbo; grazie a un fraseggio ben legato, si fa apprezzare soprattutto nel sognante cantabile dell’aria di sortita. Vincenzo Santoro utilizza con buona padronanza un organo compatto e voluminoso, con il quale cerca (spesso riuscendoci) di delineare un Cappelio crudele ma intimamente lacerato. Diego Savini è un onestissimo Lorenzo, dotato di voce vigorosa e buona tecnica.

Sul podio direttoriale siede Federico Santi, che (non a torto) sembra preoccuparsi soprattutto di mantenere nei ranghi i cantanti. A tratti dalla buca escono cose pregevoli (bella la sinfonia, e ineccepibili i soli strumentali che Bellini colloca a introduzione di molti brani), ma la sensazione generale è quella di una lettura un po’ generica. Ottimi i coristi del Comunale, perfettamente a loro agio nei panni di sanguinosi malavitosi.

La tragedia è infatti trasferita nel profondo Meridione degli anni Settanta. A farle da sfondo è un’iperrealistica sala da biliardo: il lustro bancone da bar, le ampie finestre, le pareti smorte delle scene di Andrea Belli portano alla mente le atmosfere livide dei quadri di Edward Hopper. Capuleti e Montecchi sono famiglie mafiose che, fra riti di iniziazione, agguati e ammazzatine, coltivano una faida annosa e insanabile. Non solo l’azione scorre rapida e coinvolgente, ma il dramma viene mostrato sotto una luce nuova e rivelatrice. Durante la sinfonia un gruppetto di ragazzini inscena, come in un flash-back, l’antefatto all’origine dell’odio fra Capuleti e Montecchi: l’omicidio del figlio di Cappelio per mano di Romeo. I fantasmi dell’ucciso e dei suoi compagni continuano ad agire sulla scena: non per alimentare la sete di vendetta, ma per tentare invano di pacificare un mondo cieco e feroce. Archetipo dell’amore puro ostacolato dalla società, da sempre la tragica vicenda di Giulietta e Romeo si presta a trasposizioni di luogo e di tempo: quella ideata dalla regista Silvia Paoli funziona benissimo, e dimostra come si possa rileggere un’opera in modo intelligente senza tradirne il senso originale.

Teatro Comunale – Stagione lirica 2018
I CAPULETI E I MONTECCHI
Tragedia lirica
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Cappelio Vincenzo Santoro
Giulietta Nina Solodovnikova
Romeo Christina Campsall
Tebaldo Gillén Munguia
Lorenzo Diego Savini

Orchestra e Coro del Teatro Comunale
Direttore Federico Santi
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Regia Silvia Paoli
Scene Andrea Belli
Costumi Giulia Giannino
Luci Alessandro Carletti
Luci ripresa da Daniele Naldi
Vocal coach Giulio Zappa
Maestro collaboratore Hana Lee
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con Auditoio de Tenerife
Bologna, 8 maggio 2018

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012