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Bologna, Teatro Comunale – Don Carlo

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Dopo un’assenza ventennale, torna sulle scene del Teatro Comunale di Bologna Don Carlo, uno dei titoli più belli, complessi e tormentati di Verdi. Fra le diverse versioni d’autore disponibili, si è optato per quella tradizionalissima in quattro atti del 1887: una scelta senza dubbio legittima, ma che non si può nascondere lasci qualche rimpianto. In fondo, il materiale artistico sembrava adattissimo per intraprendere strade meno battute, e riesumare, se non l’originale parigino, almeno la versione modenese in cinque atti.

Don Carlo nasce spettacolare. Verdi sfruttò le grandiose possibilità scenotecniche messe a disposizione dall’Opéra di Parigi per dar vita a un meccanismo musical-drammaturgico nel quale i grandi effetti visivi non sono accessori lussuosi, ma organi vitali. Con il passaggio all’idioma italiano e il trasferimento nei più morigerati teatri della Penisola, tale caratteristica non subì alterazioni sostanziali. Certo cadde il balletto, pertinenza tradizionale del palcoscenico parigino, ma furono conservati gli spettacolari quadri collettivi, proprio perché annodati al dramma: si pensi, soprattutto, all’episodio dell’autodafé, dove la tragedia pubblica del popolo fiammingo violentato dalla tirannia spagnola innesca e nutre lo scontro privato fra Don Carlo, Filippo e Rodrigo. Ciò non significa che l’opera debba essere necessariamente inscenata in modo sfarzoso, bensì che il problema della grandiosità spettacolare vada giocoforza affrontato.

Henning Brockhaus, che non è un regista di primo pelo, sceglie di risolvere la questione in senso prettamente scenografico, con l’impiego di mastodontiche pareti mobili (firmate da Nicola Rubertelli) a delineare uno spazio cupo e astratto, squarciato da luci abbaglianti e abitato da personaggi vestiti secondo la moda di inizio Novecento. Rincresce evidenziare che il generoso dispiego di mezzi risulti infruttuoso. L’insieme è visivamente brutto, vanamente grandioso, e invece che suggerire una dimensione onirica (come si presume avrebbe voluto il regista), dà la sensazione di un affastellamento di ingredienti troppo eterogenei. Né lo spettacolo si riscatta col lavoro sulla gestualità degli attori, che sembra spesso delegata all’iniziativa personale, o con alcuni ritrovati narrativi, talvolta ridondanti – che il potere della Chiesa incomba su tutta la vicenda è palese, e non si vede perché ribadirlo facendo comparire a ogni piè sospinto il Grande Inquisitore su un barocco trono mobile. Fin dalle prime battute dello spettacolo era prevedibile che il pubblico si sarebbe fatto sentire: a sipario calato, le sonore disapprovazioni alla regia hanno avuto ancor maggior risalto a ragione degli applausi calorosi riservati invece a tutto il comparto musicale, in primis al direttore d’orchestra.

Al suo personale debutto nel Don Carlo, Michele Mariotti propone una lettura tesa, caratterizzata da varietà di colori e tempi elastici. Quanto maturo sia l’accordo con l’Orchestra del Comunale lo dimostrano l’eccellenza degli impasti timbrici, la calibratura del dialogo fra le sezioni, la cura del dettaglio dinamico. Solidità ed equilibrio del tessuto strumentale agevolano il lavoro di una compagnia vocale nel complesso ottima. Nella parte impervia di Don Carlo, Roberto Aronica offre una prova generosissima: se si volesse spaccare il capello in quattro si dovrebbero sottolineare qualche esitazione negli assieme e una certa legnosità nel porgere la frase, ma la forma vocale è eccellente, con volumi generosi e squilli limpidi. Dmitry Beloselskiy scolpisce un Filippo eminentemente tragico, forse fin troppo monolitico nel primo atto, ma provvisto di timbro pastoso e capace di dosare morbide arcate melodiche negli episodi più intimi. Luca Salsi conferma di essere una delle migliori voci italiane del momento: il suo è un Rodrigo di virile nobiltà, dotato di timbro rotondo e duttilità tecnica, in grado di scolpire la melodia con un fraseggio di grande espressione. Nel comparto femminile convince soprattutto un’applauditissima Veronica Simeoni: malgrado la voce protesa spiccatamente all’acuto, il mezzosoprano tratteggia una Eboli passionale, dal fraseggio elegante, attenta agli accenti e alle inflessioni. Speculare è la prova di Maria José Siri, che mostra equilibrio ed energia nei panni di Elisabetta, ma resta talvolta generica nell’articolazione della frase a causa di una voce cupa, sviluppata soprattutto nel centro-grave. Infine, si fanno molto apprezzare l’eccellente Frate di Luca Tittoto e l’efficace Grande Inquisitore di Luiz-Ottavio Faria: due personaggi che – lo insegnava Verdi al devoto Giulio Ricordi – devono essere «buonissimi», perché, assieme a Filippo, sono i veri «motori» di tutto il dramma.

Teatro Comunale di Bologna – Stagione lirica 2018
DON CARLO
Opera in quattro atti
Libretto di Joseph Méry e Camille Du Locle,
traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini
Musica di Giuseppe Verdi

Filippo II Dmitry Beloselskiy
Don Carlo Roberto Aronica
Rodrigo Luca Salsi
Il Grande Inquisitore Luiz-Ottavio Faria
Un Frate Luca Tittoto
Elisabetta di Valois Maria José Siri
La Principessa Eboli Veronica Simeoni
Tebaldo Nina Solodovnikova
Il Conte di Lerma Massimiliano Brusco
Un Araldo Reale Rosolino Claudio Cardile
Una voce dal cielo Erika Tanaka

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia e luci Henning Brockhaus
Scene Nicola Rubertelli
Costumi Giancarlo Colis
Coreografie Valentina Escobar
Collaboratore alle luci Daniele Naldi
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
in collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”
Bologna, 6 giugno 2018

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