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Bergamo, Teatro Sociale – Il castello di Kenilworth

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All’origine del “ciclo Tudor”. Il titolo di punta del festival Donizetti Opera di quest’anno è il poco rappresentato Il castello di Kenilworth, opera andata in scena per la prima volta nel 1829 a Napoli, tre atti di Andrea Leone Tottola da Hugo e Scribe (che a sua vola attingeva a Scott), primo esemplare del fortunato rapporto con la figura della famosa regina. La quale nel lieto fine fa convergere la nozione della magnanimità regale con la prassi della voce sopranile, per di più in questo caso protagonistica, circondandosi dell’amato e stilizzato Leicester (tenore contraltino), dell’indifesa Amelia (soprano) e dell’infido cortigiano Warney (tenore scuro). Repentino il ripensamento di Elisabetta, alquanto statico il personaggio di Leicester, ma quello di Warney conosce una sua luce sinistra e gode di una lunga e insinuante aria di grande bellezza (“Taci, amor! Se amica speme”), così come quella struggente di Amelia “Par che mi dica ancora”, che è accompagnata dalla glassarmonica. È questa la prima versione del lavoro, poi ripreso l’anno successivo, sempre al San Carlo, con il titolo Elisabetta al castello di Kenilworth, con la parte di Warney affidata a un baritono anziché a un tenore. Il contesto generale è quello di un generoso e gradevole rossinismo, evidente nell’ampio taglio dei pezzi chiusi e nell’astrazione della condotta musicale, nonché nell’adorna scrittura virtuosistica. Chiaro l’esempio della rossiniana Elisabetta regina d’Inghilterra (1815), ma chiaro anche l’approssimarsi di un nucleo drammaturgico nuovo, di respiro squisitamente romantico, nella protervia di Warney e in quella, seppur temporanea, della protagonista. In un certo senso, questo Castello è una sorta di prequel (per dirla con un linguaggio caro al cinema di oggi): in nuce, ci sono i motivi che Donizetti svilupperà e porterà a più alto compimento nella celebre trilogia, dall’accorato lirismo di Bolena al furore di Devereux, passando per il candore di Stuarda. Diverse le pagine che si segnalano, oltre a quelle citate: i duetti, in particolare, e poi il bellissimo finale primo.

“Eva contro Eva”, recita il sottotitolo – slogan scelto dal Festival per quest’opera, al quale potrebbe parimenti essere accostato lo slogan… “Adamo contro Adamo”, visto che non si tratta solo dell’acceso confronto tra due primedonne, ma anche di quello tra due tenori, peraltro tra loro molto diversi per colore e tessitura. A Bergamo c’erano tutti gli ingredienti per un confronto foriero di scintille, grazie a un quartetto di interpreti di alto livello. A cominciare dalla protagonista Jessica Pratt che disegna un personaggio convincente sia scenicamente che vocalmente, dando prova di uno scavo interpretativo importante ed esibendo una voce corposa nei centri e luminosa nei virtuosismi e negli acuti, sempre puliti e penetranti. Carmela Remigio pone la sua straordinaria musicalità a servizio di Amelia, figura dolente alla quale Donizetti, come detto, regala una pagina di straniante bellezza: c’è una lucentezza del tutto singolare nella voce del soprano, che conferisce a ogni frase un particolarissimo colore. La cura nell’accento ed il liquido virtuosismo completano il ritratto in modo assolutamente persuasivo. Bene ha fatto Stefan Pop quale protervo Warney, con la sua voce ampia, duttile nel fraseggio e sicura nell’acuto, mentre Francisco Brito si è disimpegnato con onore nella difficile parte di Leicester, esibendo una voce di colore scuro e un apprezzabile gioco di colori. Dario Russo, possente Lambourne, e Federica Vitali, incisiva Fanny, completano lodevolmente il cast, così come lode merita il coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari.

Dal podio, Riccardo Frizza ha tenuto egregiamente le fila di un discorso musicale che si dipana tra echi di Rossini e impasti romantici, servendo sempre con attenzione i cantanti e tessendo una narrazione serrata, capace di distendersi nelle oasi liriche e ravvivarsi negli scatti cabalettistici, con uno spiccato gusto per la bellezza timbrica e la restituzione della malia melodica.

La regia di Maria Pilar Pérez Aspa, complici le luci di Fiammetta Baldiserri e le scene lineari di Angelo Sala, ha il pregio di spiegare con chiarezza la vicenda, facendo muovere i personaggi su una sorta di scacchiera inclinata che diventerà poi, nel finale, il segno evidente della distanza tra la protagonista e tutti gli altri. I sontuosi costumi sono firmati da Ursula Patzak.

Teatro Sociale – Donizetti Opera 2018
IL CASTELLO DI KENILWORTH
Melodramma di Andrea Leone Tottola
Musica di Gaetano Donizetti
Revisione sull’autografo a cura di Giovanni Schiavotti

Elisabetta Jessica Pratt
Amelia Carmela Remigio
Leicester Francisco Brito
Warney Stefan Pop
Lambourne Dario Russo
Fanny Federica Vitali

Orchestra Donizetti Opera
Coro Donizetti Opera
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Maria Pilar Pérez Aspa
Scene Angelo Sala
Costumi Ursula Patzak
Disegno luci Fiammetta Baldiserri
Nuovo allestimento e produzione della Fondazione Teatro Donizetti
Bergamo, 2 dicembre 2018

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