Vicenza in Lirica 2017 – Leo Nucci canta Verdi

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Il recital rappresenta spesso un punto di arrivo per un cantante, l’occasione per mettere in luce la propria maturità d’interprete attraverso una dialettica espressiva approfondita e variegata. Per Leo Nucci, classe 1942, mezzo secolo di carriera alle spalle e una vocalità ancora sorprendente, la dimensione concertistica sembra divenuta quasi un modo per riproporre il suo repertorio d’elezione con un approccio più essenziale e scavato. È l’impressione ricavata dalla serata verdiana che al Teatro Olimpico ha inaugurato trionfalmente la quinta edizione del festival Vicenza in Lirica. Senza il supporto di trucco, parrucco e costumi, accompagnato dal sestetto Italian Opera Chamber Ensemble, abbiamo ritrovato un Nucci espressivamente pulito, concentrato sulla parola scenica, estraneo a platealità e istrionismi.

Sarà stato per l’essenzialità della cornice strumentale, sarà stato per le dimensioni contenute dello splendido teatro vicentino e la suggestione di un palcoscenico senza confronti (allestito per l’occasione con alcuni dipinti di Vittorio Ferrarini che ritraggono il grande baritono in ruoli verdiani), certo è che nel suo debutto all’Olimpico Nucci ha dato prova, oltre che di una tempra inossidabile, anche di un’intelligenza musicale e interpretativa tuttora capace di approcci originali.
In apertura di programma – dopo aver ricevuto il Premio alla carriera “Vicenza in Lirica 2017” – ha proposto “Pari siamo!” dal Rigoletto: vale a dire il suo ruolo-feticcio, talmente collaudato e sentito che, si tratti di una versione filologica o di un’esibizione estiva all’aperto, il personaggio esce sempre a tutto tondo. Una specie di seconda pelle, una creazione catalogabile nell’alveo delle grandi immedesimazioni. Roba da metodo Stanislavskij. Eppure, in questa occasione, il modo di fraseggiare e accentare risultava ancor più scabro, tormentato e introspettivo. E non perché Nucci abbia fatto di necessità virtù. La vocalità, dicevo, resta per molti aspetti sorprendente: i fiati sono all’occorrenza lunghissimi; gli acuti, magari un po’ più “sparati” di un tempo, suonano sempre potenti, timbrati, squillanti. Com’è comprensibile, i segni lasciati dalla lunghissima carriera qua e là si notano, eppure il cantante non ricorre mai a trucchi o mezzucci, ed è in grado di sostenere ancora i grandi ruoli del suo repertorio senza scendere a compromessi con la scrittura vocale.

In Verdi, suo autore prediletto, Nucci resta un mattatore assoluto. E non solo nello stile agitato, quando si tratta di esprimere sdegno, o lanciare invettive che sfogano nell’acuto, come confermato da “Cortigiani, vil razza dannata” proposto nei bis. A Vicenza, dopo aver intonato l’allegria popolaresca e il tono disimpegnato di una lirica da camera quale il “Brindisi”, l’interprete ha fatto vibrare con sensibilità anche la corda del patetismo: in “O vecchio cor che batti” ha trovato colori e scolpito accenti capaci di restituire la dolente senilità del Doge veneziano dei Due Foscari. Poi, nel Trovatore, si è abbandonato al morbido legato de “Il balen del suo sorriso”, portando al calor bianco l’entusiasmo del pubblico. Ovazioni che si sono ripetute dopo l’aria “Di Provenza il mare, il suol” dalla Traviata, resa nella prima parte con la prosopopea moraleggiante e l’orgoglio tipici del padre verdiano, secondo una formula espressiva se vogliamo tradizionale, ma inaspettatamente cesellata con fraseggio sfumatissimo e insinuante nella seconda. Drammaticità, amarezza e patetismo si sono quindi intrecciati in “Mal per me che m’affidai”, l’aria nella morte di Macbeth prevista da Verdi nella versione del 1847, e soprattutto nella grande scena di Rodrigo dal Don Carlo, dove Nucci ha imposto la sua sapiente e teatrale musicalità, sostenuta da una linea di canto ancora duttile e da una misura intensa e nobile.

Le acclamazioni tributate dal pubblico sono state ricambiate da ben cinque bis: “Largo al factotum” dal Barbiere di Siviglia, eseguito con la verve espressiva di sempre e dedicato alla memoria di Enzo Dara; la già citata invettiva di Rigoletto e un travolgente “Nemico della patria” da Andrea Chénier, cui è seguita una pagina inedita: l’Inno all’amore tratto dall’oratorio Il Sordo, ispirato alla figura di Beethoven e composto, con la collaborazione dello stesso cantante, da Paolo Marcarini, pianista dell’Italian Opera Chamber Ensemble. A chiusura di un concerto che avrebbe fatto tremare i polsi a un baritono trentenne, Nucci ha inoltre coinvolto il pubblico nell’esecuzione della canzone di Ernesto De Curtis “Non ti scordar di me”, portata al successo da Beniamino Gigli. Da ricordare l’accompagnamento puntuale e ben calibrato dei sei strumentisti: Pierantonio Cazzulani e Lino Pietrantoni, violini, Christian Serazzi, viola, Paolo Perucchetti, violoncello, Davide Burani, arpa, e il già citato Paolo Marcarini, pianista oltre che curatore degli arrangiamenti e autore delle piacevoli rielaborazioni di melodie operistiche di Verdi e Donizetti che hanno contrappuntato l’esibizione di Nucci.

Teatro Olimpico – Vicenza in Lirica 2017
LEO NUCCI CANTA VERDI

G. Verdi: Rigoletto “Pari siamo!”
G. Verdi: Macbeth “Mal per me che m’affidai”
P. Marcarini: Lo spazzacamino (strumentale, dalle arie da camera di G. Verdi)
G. Verdi: Brindisi (dalle Arie da camera)
P. Marcarini: “Amore, Patria, Morte” (strumentale, da Aida di G. Verdi)
G. Verdi: I due Foscari “O vecchio cor che batti”
G. Verdi: Il trovatore “Il balen del suo sorriso”
P. Marcarini: Falsaff’s notturno (strumentale, da Falstaff di G. Verdi)
G. Verdi: La traviata “Di Provenza il mare, il suol”
G. Verdi: Don Carlo, Aria e morte di Rodrigo

Bis:
G. Rossini: Il barbiere di Siviglia “Largo al factotum”
G. Verdi: Rigoletto “Cortigiani, vil razza dannata”
P. Marcarini: Le donne di Donizetti (strumentale)
U. Giordano: Andrea Chénier “Nemico della patria”
P. Marcarini-L.Nucci: Il Sordo “Inno all’amore”
E. De Curtis-D. Furnò: “Non ti scordar di me”

Baritono Leo Nucci
Italian Opera Chamber Ensemble
Vicenza, 26 agosto 2017

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