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Vicenza in Lirica 2017 – La finta tedesca, La Dirindina

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Mai dare niente per scontato. Secondo la vulgata musicologica ancora in vigore, gli intermezzi buffi fra Sei e Settecento finiscono per funzionare come dei laboratori: quasi delle fucine dove si va plasmando la drammaturgia della futura opera buffa. Se però consideriamo la vita autonoma e la fortuna di molte di quelle operine, sopravvissute alle tante operone serie nelle quale vengono piazzate tra un atto e l’altro, si potrebbe formulare un’ipotesi diversa. Altrettanto plausibile. E cioè che la drammaturgia dell’intermezzo è così ben definita e compiuta da costituire un genere a sé. Autonomo e autosufficiente. Soggetto a cristallizzazioni, più che a racchiudere i germi di sviluppi successivi.

Prendiamo La finta tedesca di Johann Adolf Hasse e La Dirindina di Domenico Scarlatti, proposte con successo dal festival Vicenza in Lirica 2017 nel cortile di Palazzo Leoni Montanari. Partiture e libretti di entrambi questi lavori accolgono gli elementi verbali e musicali più tipici degli intermezzi, dando vita a due microcosmi ben stagliati in ogni elemento.
Nell’operina di Hasse, troviamo Carlotta, una bella e scaltra servetta che riesce a farsi sposare dal padrone, il ricco e ingenuo Pantaleone, servendosi di tutte le simulazioni e i travestimenti di rito. Nella Dirindina, invece, l’argomento è vecchio quasi quanto il teatro musicale: l’opera che deride se stessa e i suoi protagonisti attraverso l’interloquire di una canterina scarsamente dotata, un vecchio maestro di musica e un castrato.
Andata in scena al San Bartolomeo di Napoli nel 1728 ed eseguita per la prima volta in tempi moderni al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto nel 2015, La finta tedesca colpisce anzitutto per le bizzarrie linguistiche del libretto, dove si mescolano dialetto bolognese, alliterazioni germaniche e ampollosi latinismi. Hasse coglie tutte le sollecitazioni dei versi, confezionando una partitura dove la musica asseconda con spigliatezza melodica la varietà delle situazioni, i giochi teatrali e onomatopeici.
Nella Dirindina, anche la musica di Scarlatti asseconda puntualmente le occasioni comiche offerte dal libretto di Girolamo Gigli, dando luogo a un congegno efficace sia sul piano teatrale che dell’effervescenza ritmica e della freschezza melodica. Talmente efficace che, alla vigilia della prima romana del 1715, finisce per urtare la suscettibilità di alcuni cantanti protetti da personaggi potenti. E l’intermezzo, composto per essere inserito fra i due atti dell’Ambleto dello stesso Scarlatti, verrà bloccato in extremis dalla censura proprio per le pruriginose intemperanze del testo.

Nell’edizione allestita da Vicenza in Lirica il meccanismo farsesco di questi due intermezzi ha ancora una volta funzionato e divertito. Il versante esecutivo poteva contare sulla conduzione di Gianluigi Dettori che, nel lavoro di Hasse, si è servito dell’edizione critica curata da Claudio Toscani. Alla guida dei Solisti dell’Orchestra Sinfonica dei Colli Morenici, il direttore ha affrontato quindi le partiture con tutti i crismi filologici indispensabili, garantendo una lettura che aveva la brillantezza e la flessibilità che convengono a partiture del genere. Equilibrato e vitale anche il rapporto instaurato con i cantanti, indotti a sostenere i rispettivi ruoli con proprietà stilistica.

Da parte loro, i giovani interpreti hanno avuto il merito di gestirsi autonomamente sotto il profilo scenico, mancando una regia vera e propria. E ci sono riusciti molto bene, grazie a una recitazione spontanea, vivace e senza cadute di gusto. Lorenzo Malagola Barbieri ha sostenuto sia il ruolo di Pantaleone che quello di Don Carissimo, il maestro di musica, con una vocalità ben timbrata in zona medio-grave, caratterizzando con fraseggio e accento adeguati entrambi i personaggi. Sabrina Cortese ha tratteggiato le figure di Carlotta della Finta tedesca (già interpretata a Spoleto) e di Dirindina esibendo timbro gradevole, emissioni corrette, espressione brillante e disinvolta. Nell’intermezzo di Scarlatti, il controtenore Giuseppe Montagno, pur con un timbro non ammaliante, è stato un passabile Liscione, il castrato ascrivibile alla tipologia della “virtuosa canaglia” che incita la protagonista a compensare la scarsa professionalità con la bellezza e i più bassi espedienti.
Lo spettacolo si deve fondamentalmente a questi tre protagonisti. Per la parte scenografica, sono bastati un tavolo, un candelabro, qualche sedia: la cornice seicentesca del cortile di Palazzo Leoni Montanari, col suo splendido porticato e la loggia d’Ercole, era più che sufficiente a completare magnificamente il quadro visivo.

Cortile di Palazzo Leoni Montanari – Vicenza in Lirica 2017
LA FINTA TEDESCA
Tre intermezzi di Johann Adolf Hasse

Pantaleone Lorenzo Malagola Barbieri
Carlotta Sabrina Cortese

LA DIRINDINA
Intermezzo per musica
Libretto di Girolamo Gigli
Musica di Domenico Scarlatti

Don Carissimo Lorenzo Malagola Barbieri
Dirindina Sabrina Cortese
Liscione Giuseppe Montagno

I Solisti dell’Orchestra Sinfonica dei Colli Morenici
Direttore Gianluigi Dettori
Costumi Sartoria Sattin
Vicenza, 8 settembre 2017

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