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Verona, Teatro Filarmonico – Norma

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Opera difficile, ineseguibile, inavvicinabile. A ogni apparizione sui nostri cartelloni, si ripetono puntualmente le solite litanie sul rischio di mettere in scena Norma. E non senza ragione. I ruoli principali, quello della protagonista su tutti, richiedono voci potenti ma capaci di piegarsi alle agilità, di reggere tessiture ingrate, di conciliare dimensione atletica ed espressività, belcanto e perorazione drammatica. Al direttore, poi, viene richiesto di districare gli stilemi neoclassici e gli ardori romantici che si fondono nella partitura di Vincenzo Bellini.
Eppure, a dispetto dell’aura di opera impossibile e del mito di una protagonista ormai introvabile, Norma viene rappresentata sempre più frequentemente in piccoli e grandi teatri (con l’eccezione della Scala). Un paradosso che si spiega con la decisione da parte dei responsabili artistici di avallare scientemente una tradizione interpretativa adulterata. Da qualche tempo infatti è tutto un proliferare di Norme lillipuziane, di sopranini che fino a non molti anni fa avrebbero sostenuto al massimo il ruolo di Clotilde, e vengono spacciate per interpreti credibili in nome di una presunta liricizzazione del personaggio. Al quale si pretenderebbe di restituire, col supporto di una ripulitura filologica ad hoc, una dimensione più umana e meno sacrale. Ma la realtà è che certe scelte sono dettate, a seconda dei casi, da cinismo, faciloneria, o ignoranza in materia di vocalità e storia dell’interpretazione operistica.

In questo quadro generale si inserisce l’edizione in scena fino al 30 aprile al Teatro Filarmonico di Verona. Una produzione non peggiore di tante altre viste negli ultimi tempi, ma comunque sottotono e deludente. Anzitutto è una Norma senza Norma. Prevista nel secondo cast e chiamata a sostituire alla prima l’indisposta Csilla Boross, Francesca Sassu non ha infatti i requisiti vocali né il temperamento per sostenere una parte tanto onerosa. Non è un soprano drammatico di coloratura (la ricordo come apprezzabile Musetta in Bohème e prima Dama nel Flauto magico), e non si può nemmeno dire che abbia un particolare spessore lirico: la voce è piccola ed è inutile chiederle ampiezza sacerdotale, invettive furenti o mordente nel fraseggio e nelle agilità. Il versante tragico e passionale resta irrisolto e il personaggio si riduce di fatto al tratteggio di una timida novizia.
La presenza di Anna Maria Chiuri nei panni di Adalgisa dà luogo a un controsenso drammatico e psicologico, posto che il volume, il timbro scuro e l’accento incisivo concorrono a renderla più volitiva e matura, a tratti addirittura matronale, rispetto a Norma. Il mezzosoprano non ha una voce ammaliante, negli acuti tende a forzare, tuttavia fraseggia in modo vario e approfondito, riuscendo ad assecondare una scrittura fiorita e distesa su un lirismo morbido e composto.
Quanto a peso vocale, colore timbrico e temperamento, Rubens Pelizzari avrebbe mezzi adeguati per sostenere il ruolo di Pollione; purtroppo il fraseggio risulta generico e la linea interpretativa non è caratterizzata dalle indispensabili eleganze belcantistiche. Marko Mimica esibisce quindi una voce di bel timbro scuro, piuttosto corposa, nell’insieme sicura nelle frequenti incursioni in acuto: è un Oroveso credibile, anche se gli mancano a tratti un po’ di compostezza e nobiltà. Funzionali i contributi di Madina Karbeli (Clotilde) e Antonello Ceron (Flavio).

La direzione di Francesco Ivan Ciampa ha il pregio di calibrare con molta attenzione il rapporto voci-strumenti, specie quando canta la protagonista. Certo non risulta improntata a scrupoli filologici, considerati i tagli a cui è sottoposta la partitura; nondimeno la soppressione sistematica di tutti i “da capo” si spiega proprio con l’intenzione di favorire la tenuta dei cantanti. Per il resto, la conduzione procede senza intoppi ma anche senza particolari approfondimenti drammatici o guizzi interpretativi.

Per la parte visiva, viene ripreso l’allestimento firmato integralmente da Hugo de Ana già proposto dalla Fondazione Arena nel 2004. Il monumentale impianto neoclassico (una parete decorata sul fondo e due grandiose colonne semoventi che definiscono genericamente gli spazi) sarebbe di per sé suggestivo nella sua elegante freddezza. La cornice è impreziosita da costumi stile impero, contaminati dalla foggia romana degli scudi e degli elmi. In questa edizione de Ana fa inoltre un uso piuttosto insistito di proiezioni: ritratti di Napoleone Bonaparte, dipinti di David e sculture di Canova, oltre a citazioni di arte greco-romana. C’è anche un bizzarro colpo di scena finale: Norma e Pollione non vanno insieme al rogo, ma muoiono trafitti da una selva di lance.
L’ambientazione napoleonica non disturba affatto e, anzi, potrebbe offrire prospettive inedite se i proponimenti registici fossero più chiari. È vero che la recitazione in questa ripresa è più accurata e approfondita; si intuisce che l’intenzione di De Ana è di far percepire, in contrasto con la compostezza neoclassica del quadro visivo, fremiti passionali e civili che anticipano il fuoco romantico. Purtroppo, nemmeno in questa occasione la metafora politica è chiara e, ammesso che Pollione sia un ufficiale napoleonico, non si riesce a comprendere fino in fondo la riscrittura della vicenda. Dove si svolga realmente l’azione, tra chi si combatta la guerra, quale funzione ricopra Norma e in cosa consistano i suoi riti, lo si può solo ipotizzare.
Il pubblico della prima, per la cronaca, ha applaudito tutti con grande calore.

Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2016/2017
NORMA
Opera in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Pollione Rubens Pelizzari
Oroveso Marko Mimica
Norma Francesca Sassu
Adalgisa Anna Maria Chiuri
Clotilde Madina Karbeli
Flavio Antonello Ceron

Orchestra, Coro e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia, scene, costumi Hugo de Ana
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, 23 aprile 2017

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