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Verona, Teatro Filarmonico – La vedova allegra

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Metafora di un mondo che sta per morire a occhi aperti, La vedova allegra (Die lustige Witwe) è la dimostrazione che la fine di un’epoca può essere rappresentata in modo gioioso e gaudente. Eppure molti registi, spinti dalla smania di dare maggiore dignità all’operetta, hanno preferito riversare nei loro allestimenti ondate di cupezza, evidenziando il senso della disgregazione di una società. Hanno voluto ricordarci che la Vienna elegante dei valzer maliziosi era anche la “Stazione sperimentale della fine del mondo”, secondo una definizione di Karl Kraus, tracciando in qualche caso una identificazione tra l’Austria felix sull’orlo del baratro e il nostro tempo.

Naturalmente, in una traduzione scenica, si possono percorrere anche strade più rassicuranti, senza incupirsi di fronte allo spiritoso ingranaggio narrativo del capolavoro di Franz Lehár e a una genuinità melodica che passa dal languore sentimentale alla vivacità più indiavolata. È il caso dell’allestimento ideato nel 2005 da Gino Landi, con le scene di Ivan Stefanutti e i costumi di William Orlandi, riproposto dalla Fondazione Arena di Verona per l’apertura della stagione 2017-18 del Teatro Filarmonico. Uno spettacolo sontuoso e tradizionale, rispettoso dell’atmosfera belle époque e capace di suscitare ancora una volta l’entusiasmo del pubblico.
In fondo, la ricetta per far funzionare la festa è semplice: consiste nel non trasformare l’operetta in un’opera, nel non lasciarsi prendere da nostalgie, ma rappresentarla in tutta la sua convenzionalità e artificiosità di teatro d’intrattenimento. Naturalmente ci vogliono senso dell’eleganza, coscienza della fragilità del genere e grande rispetto. Landi rende brillantemente la vivacità dell’operetta, si ferma all’allegria suggerita dal titolo e non va alla ricerca di qualcos’altro. Nel suo spettacolo – ripreso per l’occasione da Federico Bertolani – c’è insomma l’espressione della festa, non del suo rimpianto, c’è la ricerca di un ritmo di recitazione brillante, magari di impronta televisiva, ma non grottesco o corrosivo, o allusivo di chissà quali profondità e simbolismi. Se vogliamo, risultano fuori stile i cedimenti a una comicità da avanspettacolo e l’attualizzazione di alcune battute. Soprattutto quelle affidate a Njegus, anzi a una macchiettistica Signorina Njegus, improbabile e invadente segretaria partenopea: il ruolo dell’intrigante cancelliere dell’ambasciata di Pontevedro a Parigi è infatti sostenuto come qualche anno fa da Marisa Laurito, sempre brava, simpatica e travolgente, ma impegnata a riproporre se stessa e il suo istrionismo più che il personaggio previsto da Lehár.

Dal podio, Sergio Alapont guida con oculatezza la macchina teatrale, garantendo l’equilibrio fra scena e orchestra. Nel confronto con una musica che, a seconda dell’approccio esecutivo, oscilla tra grossolanità e raffinatezza, superficialità e poesia, il direttore sembra attenersi prudentemente a una via di mezzo. In altre parole, sia il versante brioso che gli umori lirico-sentimentali sono restituiti senza fragranze mitteleuropee, in modo diligente, puntuale, ma generico.

La protagonista è Mihaela Marcu, una Hanna Glavari ideale quanto a physique du rôle, un po’ meno a fuoco sotto il profilo vocale: canta con pochi colori e risulta a tratti incolore pure nella caratterizzazione. Più portata a restituire i fraseggi malinconici che le ironie e le malizie della bella vedova, il soprano rumeno interpreta con espressione e abbandono adeguati la romanza della “Vilja”. Scioltezza e brio, elementi portanti del linguaggio operettistico, non sono una prerogativa nemmeno di Desirée Rancatore, che nella parte di Valencienne è penalizzata oltretutto da una tessitura troppo centrale per la sua vocalità. L’impegno è indubbio, c’è qualche apprezzabile eleganza sentimentale, buona volontà nell’indossare i panni della grisette nel terzo atto, ma nell’insieme è chiaro che la cantante non si muove nel suo elemento naturale.
Sul fronte maschile, Enrico Maria Marabelli tratteggia un Conte Danilo dignitoso e corretto, anche se non particolarmente rifinito vocalmente e autorevole per presenza scenica, mentre Giorgio Misseri, impegnato come Camille, è un amoroso convincente, sicuro e timbrato negli acuti, elegante nel fraseggio.
Nel complesso ben distribuite le parti di fianco, tra le quali si distinguono il Barone Zeta disinvolto nella recitazione e adeguato nella vocalità di Giovanni Romeo, il Kromow ben caratterizzato di Andrea Cortese e il Visconte Cascada di Francesco Paolo Vultaggio.
Eccellente il contributo del corpo di ballo nella selezione del Gaîté Parisienne di Offenbach-Rosenthal inserito nel terzo atto.

Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2017/2018
LA VEDOVA ALLEGRA
Operetta in tre atti
Musica di Franz Lehár

Barone Mirko Zeta Giovanni Romeo
Valencienne Desirée Rancatore
Conte Danilo Enrico Maria Marabelli
Hanna Glawari Mihaela Marcu
Camille de Rossillon Giorgio Misseri
Visconte Cascada Francesco Paolo Vultaggio
Raoul de St. Brioche Stefano Consolini
Bogdanowitsch Daniele Piscopo
Sylviane Serena Muscariello
Kromow Andrea Cortese
Olga Lara Rotili
Pritschitsch Nicola Ebau
Praškowia Francesca Paola Geretto
Njegus Marisa Laurito

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Sergio Alapont
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e coreografia Gino Landi
Regia ripresa da Federico Bertolani
Scene Ivan Stefanutti
Costumi William Orlandi
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Coordinatore del ballo Gaetano Petrosino
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, 17 dicembre 2017

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