Venezia, Teatro Malibran – Eccessivo è il dolor quand’egli è muto, Cefalo e Procri

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La seconda metà del Novecento rappresenta, specie per quanto riguarda l’opera, uno dei periodi più bui della cultura musicale europea. Dopo il 1945 l’unica musica ammessa, in ambito colto, è quella dodecafonica sostenuta dalla Scuola di Darmstadt. Con conseguenze che, per la tradizione lirica, saranno devastanti: dall’interruzione di una cultura secolare nasceranno, in nome del diktat seriale internazionalizzato, ben poche opere. E quelle poche saranno sistematicamente incapaci di comunicare con il pubblico.
Del tutto diversa la situazione nella prima metà del secolo. Nei teatri e nelle sale da concerto si eseguivano composizioni contemporanee in grande quantità. In Italia, negli anni Trenta, si rappresentavano per esempio una cinquantina di opere liriche nuove ogni anno. La rivista di Casa Ricordi “Musica d’oggi” commentava quasi esclusivamente l’attività dei compositori: gli ultimi titoli del teatro musicale, quelli in lavorazione, le novità sinfoniche e cameristiche in Italia e all’estero. Un’epoca musicalmente viva, come lo erano stati i secoli precedenti.
A quel periodo ci riporta il ripescaggio di Cefalo e Procri di Ernst Krenek che La Fenice propone in dittico al Teatro Malibran con una novità di Silvia Colasanti ispirata allo stesso mito greco: Eccessivo è il dolor quand’egli è muto.

Il breve lavoro del compositore austriaco va in scena al Teatro Goldoni il 15 settembre 1934, su commissione di Alfredo Casella, nell’ambito del terzo Festival internazionale di musica contemporanea di Venezia. All’epoca la città lagunare non è ancora la morta gora culturale travestita da Disneyland dei nostri giorni. Alla neonata Biennale Musica, con l’avallo e il sostegno economico del regime fascista, si sperimenta intensamente e si rivalutano autori e repertori, in una calibrata commistione tra passato e presente: da notare che la sera stessa della prima di Krenek, alla Fenice viene data, alla presenza di Mussolini, la prima veneziana del Così fan tutte. Evento storico, se si considera che a Venezia non era mai stata rappresentata un’opera di Mozart completa.
Va ricordato che nella stagione sinfonica 2016-17 La Fenice ha puntato i riflettori proprio sul repertorio del primo Novecento italiano, riproponendo, fra le altre, composizioni di autori attivi nel ventennio fascista e trascurati in sede esecutiva e musicologica per puro pregiudizio ideologico. Un aspetto sottolineato, nell’ambito della stagione lirica, anche da questa ripresa di Cefalo e Procri, opera italiana a tutti gli effetti, composta da Krenek su libretto in lingua italiana, e rappresentata nel ’34 insieme ad altre due “opere da camera”: Teresa nel bosco di Vittorio Rieti e Una favola di Andersen di Antonio Veretti. Ulteriore conferma del fatto che, pur in un contesto nazionale di prevalente conservatorismo, il panorama degli anni Trenta era tutt’altro che provinciale e Venezia, nella fattispecie, aveva un ruolo di primo piano nella ricerca musicale.
Detto questo, se l’operazione della Fenice è utile per riconsiderare un periodo rimosso della storia della musica, è anche vero che la favola in un prologo e tre scene di Krenek resta un lavoro marginale e non può essere oggetto di impossibili rivalutazioni. La versione ovidiana del mito di Cefalo e Procri – storia di un amore coniugale infelice, turbata dall’infedeltà di entrambi e conclusa, dopo la riconciliazione, da un involontario uxoricidio – diventa una “moralità pseudo-classica” drammaturgicamente indebolita da un lieto fine incongruo, oltre che dai versi eruditi e non privi di manierismi di Rinaldo Küfferle. La stessa musica di Krenek oscilla con molto eclettismo e poca convinzione tra atonalità e rimandi neoclassici, tra wagnerismi e forme chiuse dell’opera italiana. Accolta negativamente al suo debutto, e mai più eseguita, oggi la si ascolta con curiosità e interesse, ma non si può dire che entusiasmi.

Pur non essendo un’opera teatrale, il lavoro di Silvia Colasanti – che al Malibran precede l’atto unico di Krenek – risulta più comunicativo e coinvolgente dal punto di vista drammatico. Del resto la compositrice romana è nota per non condividere dogmi e radicalismi avanguardistici e per non aver mai voluto fare tabula rasa del passato. Anzi, con il passato si confronta senza tabù, e lo fa utilizzando “anche” le conquiste delle avanguardie per volgerle ai propri fini. Nelle sue opere ricorrono spesso temi legati alla cultura classica: nel caso di Eccessivo è il dolor quand’egli è muto, Colasanti affronta il mito di Cefalo e Procri partendo dal Lamento di Procri tratto da Gli amori d’Apollo e di Dafne di Francesco Cavalli (Venezia, 1640).
Il brano, strutturato in tre parti, inizia con una introduzione strumentale inquieta e aspra seguita dal Lamento, dove la linea vocale quasi invariata rispetto a quella barocca si accompagna a una alterazione dei tempi e della scansione metronomica. La conclusione è affidata quindi alla trascrizione per piccola orchestra di un pezzo sinfonico della stessa compositrice, Ciò che resta, presentato in prima assoluta al Malibran lo scorso giugno.
In questa sovrapposizione tra antico e moderno, tra barocco e musica contemporanea, l’autrice riporta in primo piano la componente tragica del mito, con i suoi risvolti di gelosia, equivoco, fatalità. Ma lo sguardo rivolto al passato (Ciò che resta, per l’appunto) implica anche un senso spiccato di nostalgia e di abbandono. Colasanti individua una serie di percorsi armonici arcaici, che vengono rielaborati, trasformati, mimetizzati sia da un punto di vista armonico che timbrico, ed evidenzia in quei percorsi dei tratti di modernità.
Oltre all’idea armonica e timbrica molto forte, nel brano emergono percorsi melodici significativi, chiaramente frammentati, elaborati, ma che rappresentano un altro elemento importante a livello di comunicazione. A ciò si aggiunge la componente drammaturgica, presente nella musica di Colasanti non solo nelle opere concepite esplicitamente per il teatro, ma anche nel repertorio strumentale, dove la compositrice denota uno spiccato gusto della narrazione e, con i suoni, tende sempre a raccontare delle storie.

Anche per questo, nel mettere in scena il dittico veneziano, Valentino Villa, al suo debutto nella regia lirica dopo un’intensa attività nella prosa, non ha difficoltà a dare adeguata veste teatrale al lavoro di Colasanti, collegandolo all’opera di Krenek in una messinscena unitaria. Lo spettacolo ha una impronta asettica, dovuta soprattutto all’impianto di Massimo Checchetto, e procede per tabelaux vivants. Il regista privilegia la dimensione umana dei personaggi: non ci sono dèi in scena, ma persone di potere che, in una sorta di laboratorio, manipolano i destini dei due protagonisti. In contrasto con questo mondo quasi robotico, il mondo degli umani è relegato sul fondo, come in un monitor televisivo, tra paesaggi montani e luci (Vilmo Furian) di indubbia suggestione. Appropriati ai diversi contesti i costumi di Carlos Tieppo.

Apprezzabile nell’insieme la realizzazione musicale. La conduzione efficiente e precisa di Tito Ceccherini conferisce il rilievo più consono agli assetti strumentali e stilistici dei due lavori. Del neoclassicismo dodecafonico di Krenek il direttore coglie soprattutto il rapido incalzare, il senso di tensione unitaria che evita ogni dispersione. Del lavoro di Colasanti valorizza invece al meglio le preziosità armoniche e timbriche, ma anche i fermenti e le inquietudini che si fondano sulla consapevolezza di un passato musicale letto, rivisto e personalizzato, come fonte di ricchezza e occasione per riflettere sul presente.
Nella compagnia di canto si segnala la prova di Silvia Frigato, che veste i panni di Procri sia nel brano di Colasanti che nell’opera di Krenek. Nel Lamento, il giovane soprano mette a partito l’esperienza accumulata nel repertorio barocco: è espressiva nel fraseggio, precisa negli accenti, chiara nella dizione. Peccato che il volume limitato la penalizzi e la voce venga a tratti coperta dallo strumentale pur contenuto predisposto dalla compositrice. Disagi che quasi non si notano tuttavia nell’opera di Krenek, egregiamente cantata e interpretata.
Leonardo Cortellazzi si conferma un professionista affidabile e nel ruolo di Cefalo fa sostanzialmente il suo dovere. Ottimo il giovanile Crono di William Corrò e credibili le prove di Francesca Ascioti e Cristina Baggio, rispettivamente Diana e Aurora.
Pubblico poco numeroso, applausi cordiali.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2016/17
ECCESSIVO È IL DOLOR QUAND’EGLI È MUTO
Dal Lamento di Procri di Francesco Cavalli
Musica di Silvia Colasanti

Procri Silvia Frigato

CEFALO E PROCRI
Moralità pseudo-classica in un prologo e tre quadri
Libretto di Rinaldo Küfferle
Musica di Ernst Krenek

Cefalo Leonardo Cortellazzi
Procri Silvia Frigato
Diana Francesca Ascioti
Aurora Cristina Baggio
Crono William Corrò

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Tito Ceccherini
Regia Valentino Villa
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Luci Vilmo Furian
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 29 settembre 2017

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