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Venezia, Teatro La Fenice – L’occasione fa il ladro

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A soli vent’anni Gioachino Rossini è un compositore già capace di assimilare e rinnovare la tradizione operistica sia sul versante serio che su quello buffo. Lo dimostra anche la cifra comica, raffinata e personale, impressa alle cinque farse composte per il San Moisè di Venezia tra il 1810 e il 1813. Tra queste L’occasione fa il ladro, proposta dal Teatro La Fenice nell’allestimento realizzato cinque anni fa per il bicentenario della prima assoluta (24 novembre 1812). Una “burletta per musica” snella, rapida, che raccoglie le convenzioni buffe destinate a essere dissolte dal giovane musicista di lì a poco.

Un’architettura equilibrata di nove numeri sostiene una scrittura arguta, seducente per impasti e coloriti, costellata di lampi geniali fin dalla sinfonia (con tanto di “tempesta”), che si fonde con l’introduzione senza soluzione di continuità drammatica. Non sarà un capolavoro assoluto, ma questo atto unico – steso in appena undici giorni – rivela grande vitalità musicale e funzionalità scenica. La vicenda è all’insegna del disimpegno sorridente: in una locanda lo scambio di valige tra il Conte Alberto e Don Parmenione mette in moto uno scambio di ruoli, un doppio corteggiamento pieno di equivoci e doppie nozze finali. Vero è che, a parte gli evidenti omaggi a Mozart, Rossini fa emergere solo a tratti una urgenza innovatrice e resta sostanzialmente fedele allo spirito dell’intermezzo settecentesco, dove l’azione e la comicità sono solo allusioni teatrali e non ancora commedia di sentimenti più complessi e umanizzati. Ma basteranno pochi mesi e il giovane compositore, sempre a Venezia, approderà – parallelamente alle vertigini eroiche di Tancredi – alla compiutezza comica assoluta de L’italiana in Algeri.

L’edizione veneziana è nata nel quadro del progetto “Atelier della Fenice”, coordinato da Bepi Morassi e riservato agli allievi della Scuola di scenografia dell’Accademia di belle arti di Venezia. All’inizio, un video con la mano di Rossini che scrive una lettera alla madre, una serie di azioni mimiche accompagnate da proiezioni di lampi, pioggia e trucchi di tuoni a vista, lasciano presagire uno spettacolo vivace e pieno di inventiva. Buona anche l’idea dell’azione che si materializza dalle pagine di un libretto d’epoca, con le didascalie dei luoghi in cui si svolge la vicenda. Peccato che dopo la trovata iniziale tutto si risolva in una uniformità e opacità di luci, colori, toni, e in una regia (Elisabetta Brusa) dove la stilizzazione buffa dei personaggi risulta indubbiamente elegante, estranea a ogni possibile caduta guittesca, ma lascia una sensazione complessiva di staticità, anche se la recitazione è a tratti molto accurata. L’effetto nebbia e la monotonia delle immagini, insomma, non restituiscono in pieno il senso di un’azione vitale e incalzante.

Qualcosa di analogo avviene in orchestra. La direzione di Michele Gamba, complessivamente apprezzabile, è più raffinata che brillante. Predilige le sonorità morbide, eleganti, coglie con delicato abbandono le parentesi elegiache; è inoltre precisa, attenta al palcoscenico e alle esigenze delle voci, mai sovrastate. Si vorrebbe solo maggiore nerbo nei momenti più parossistici e un po’ di brio nel rendere la dimensione vitalistica e l’energia del ritmo rossiniano.

La compagnia di canto è nell’insieme efficace. Spicca in particolare il Parmenione di Omar Montanari: la voce è sempre ben timbrata, corretta nell’emissione, il fraseggio espressivo, l’interprete brillante, estraneo a forzature. Molto applaudita Rocío Peréz, un soprano leggero, piuttosto esile nei centri ma capace di suoni ben proiettati nel settore acuto e sopracuto. Non ha forse la tempra e i lampi viperini della primadonna buffa, ma risolve in modo apprezzabile la densa coloratura di Berenice, è espressiva nei passi languidi e stilisticamente sempre sorvegliata.
Giorgio Misseri se la cava discretamente nel ruolo del Conte Alberto: l’emissione non è fermissima al centro, mentre gli acuti risultano timbrati e squillanti (a parte un’incertezza in quello che conclude l’aria “D’ogni più sacro impegno”). Niente da dire, pure nel suo caso, sotto il profilo stilistico.
Il ruolo di Martino è caratterizzato con misura scenica, accento e fraseggio ben scolpiti da Armando Gabba. Funzionale Enrico Iviglia come Don Eusebio, passabile la Ernestina di Rosa Bove. Successo caloroso per tutti gli artefici della produzione.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2016/17
L’OCCASIONE FA IL LADRO
ossia Il cambio della valigia
Burletta per musica in un atto
Libretto di Luigi Prividali
Musica di Gioachino Rossini

Don Eusebio Enrico Iviglia
Berenice Rocío Peréz
Conte Alberto Giorgio Misseri
Don Parmenione Omar Montanari
Ernestina Rosa Bove
Martino Armando Gabba

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Michele Gamba
Maestro al fortepiano Alberto Boischio
Regia Elisabetta Brusa
Scene Alberto Galeazzo
Costumi Laura Palumbo
Costruzioni Sara Martinelli
Direzione laboratorio scene Giuseppe Ranchetti
Direzione laboratorio progettazione costumi Paola Cortellazzo
Direzione laboratorio costumi Giovanna Fiorentini
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice in collaborazione con
Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia
Venezia, 2 settembre 2017

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