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Venezia, Teatro La Fenice – Don Giovanni

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A chiusura della stagione 2016-17, è tornato con successo al Teatro La Fenice il Don Giovanni allestito nel 2010 da Damiano Michieletto: il più riuscito e travolgente fra quelli della trilogia Mozart-Da Ponte realizzata dal vulcanico regista a Venezia in collaborazione con Paolo Fantin, geniale scenografo, e Carla Teti, eccellente costumista.

L’ambientazione a ridosso della rivoluzione francese, in un palazzo-labirinto in disfacimento e ruotante su se stesso (un impianto scenico davvero formidabile), presenta un protagonista intrappolato nella giostra delle nevrosi, schiavo della fame sensuale e dell’impulso trasgressivo, animato da passioni caotiche e pulsioni violente, in un crescendo di eccessi che culmina nel banchetto-orgia del finale. La vitalità del grande dissoluto è solo apparente e risulta ben presto ammalata, mortifera.
Portato meccanicamente all’autodistruzione, Don Giovanni finisce a sua volta per travolgere gli altri come in un vortice. Tutti ne sono condizionati: Leporello è un personaggio fragile, complessato, balbuziente, privo di ogni connotazione buffonesca; Don Ottavio è invece un giovane bloccato da un senso di impotenza psicologica, mentre le donne, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, sono afflitte da insicurezza e senso di precarietà nei sentimenti.
Con coerenza, Michieletto elimina ogni riferimento al soprannaturale. Non c’è nemmeno il deus ex machina. Tutto avviene nell’inconscio di Don Giovanni, che nelle sue avventure si confronta esclusivamente con la figura paterna: crede di agire in funzione delle prede che intende conquistare, in realtà è in lotta con gli uomini che vuole sconfiggere. Non è l’amore delle donne che lo muove, ma il rifiuto di accettare le regole e l’autorità del padre. È questo il vero nemico da annientare, senza cedimenti e pentimenti, come il regista sottolinea alla fine riproponendo con un flashback la scena dell’uccisione a bastonate del Commendatore.
Una visione cupa e angosciante che sfocia in un finale tutt’altro che lieto e che non porta a una ricomposizione dell’ordine. La morte di Don Giovanni è come un cataclisma che si abbatte sul palazzo-labirinto: nulla sarà più come prima. Gli altri protagonisti continueranno a sentire la sua mancanza e a subirne il condizionamento, lasciando la sensazione di una umanità irrimediabilmente lacerata.

L’esecuzione può contare sulla direzione di Stefano Montanari. Interprete che in Mozart, come nel repertorio barocco, ho sempre trovato interessante, ma che in questa occasione mi convince di meno. Premesso che, in generale, la moda dei tempi ultra veloci inizia a stancare, perché si traduce spesso in un appiattimento del discorso musicale e crea marasmi nella concertazione con le voci, mi sembra che Montanari, proprio per la tendenza alla speditezza e secchezza ritmica, sacrifichi la complessità e la varietà espressiva di alcune pagine. Sia l’introduzione lenta dell’ouverture che tutta la scena del Commendatore, per esempio, mancano di mistero e potenza drammatica, risultano estranee a ogni risvolto ultraterreno o premonizione romantica. Certo, la lettura di Montanari è volutamente antiromantica e antiretorica, punta a una resa orchestrale incalzante e a legare le scene con una continuità mozzafiato. Ha insomma una sua logica e un obiettivo preciso: dominare l’arco evolutivo della partitura e costruire il discorso drammatico all’interno dei canoni dell’opera buffa. Tuttavia, certe scelte sono al limite dell’eccentricità e il prezzo da pagare, proprio in termini di resa drammatica, è a tratti eccessivo. Di positivo c’è che Montanari non annoia mai, riesce a far percepire la presenza dell’orchestra come un’entità vitale e comunicativa, e inoltre dà adeguato respiro ai fraseggi liricamente distesi di alcune arie.

Al convincente esito teatrale di questa ripresa contribuiscono i cantanti, che recitano tutti benissimo, pur con prestazioni vocali alterne. Per quanto riguarda l’immedesimazione scenica ed espressiva, Adrian Sâmpetrean è efficacissimo e restituisce il personaggio di Don Giovanni così come lo vuole Michieletto. Peccato che la linea di canto e la tenuta non siano sempre irreprensibili e gli acuti, in particolare, si risolvano per lo più in suoni stretti in gola.
Più equilibrata la prova di Omar Montanari, che aderisce al ribaltamento della dimensione buffa voluto dal regista dando vita a un Leporello introspettivo e tormentato, capace di trasformare le connotazioni comico-burlesche in amara ironia con vocalità timbrata e, tolta qualche sporadica emissione nelle note più basse, ben controllata.
Meno convincente, rispetto ad altre occasioni, il Don Ottavio di Antonio Poli: per quanto il timbro a voce piena sia sempre brunito e piacevole, l’emissione non è impeccabile, il fraseggio risulta meno morbido e duttile, e al posto delle mezzevoci si ascoltano falsetti filiformi.
Quanto a Francesca Dotto, si conferma un soprano in cerca d’autore: una condizione che la porta spesso ad affrontare ruoli superiori alle sue possibilità. Qui riesce in qualche modo a tenere in piedi il personaggio di Donn’Anna perché fraseggia con immedesimazione e recita bene, ma la sua vocalità chiara e leggera non è l’ideale per un ruolo che richiede altro spessore e altra caratura drammatica.
Carmela Remigio ripropone per l’ennesima volta la sua collaudata, veemente Donna Elvira, dimostrando di avere la capacità di convincere ogni volta lo spettatore, di irretirlo e portarlo dalla sua parte a dispetto dei limiti timbrici e della discontinuità dell’emissione.
La Zerlina di Giulia Semenzato non è la soubrette-zanzarina che si ascolta solitamente in questa parte: è corretta, canta in modo spontaneo, senza leziosità. Apprezzabile anche il Masetto di William Corrò, mentre Attila Jun è un Commendatore di una certa imponenza vocale, ma anche piuttosto oscillante e ruvido.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2016/2017
DON GIOVANNI
Dramma giocoso in due atti KV 527
Libretto di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Don Giovanni Adrian Sâmpetrean
Donna Anna Francesca Dotto
Don Ottavio Antonio Poli
Il commendatore Attia Jun
Donna Elvira Carmela Remigio
Leporello Omar Montanari
Masetto William Corrò
Zerlina Giulia Semenzato

Orchestra e coro del Teatro La Fenice
Direttore Stefano Montanari
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Fabio Berettin
Venezia, 13 ottobre 2017

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