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Venezia, Teatro La Fenice – Concerto di Capodanno 2018

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Fin dalla prima edizione, l’impostazione del programma del Concerto di Capodanno al Teatro La Fenice lascia ampio margine a interrogativi vari in merito alle scelte artistiche. Lo si è sempre ribadito: la seconda parte, teletrasmessa, soggiace alle tempistiche e alle esigenze della Rai. Dopo tanti anni risulta improbabile un cambio di rotta nell’impostazione o, almeno, maggiore coerenza nella scelta del percorso musicale e nell’esecuzione integrale dei brani proposti. Tralasciate ulteriori considerazioni in questo senso, ciò che continua a colpire è l’incongruenza con la prima parte del concerto. A personale memoria e ascolto in teatro, solo in occasione del Capodanno 2007/2008, con la presenza sul podio di Roberto Abbado, sono state proposte partiture verdiane decisamente più in sintonia con il messaggio che tale evento vorrebbe trasmettere. Incomodare Čajkovskij, Beethoven e Dvořák, che tornano ciclicamente negli anni, oltre a essere fuorviante, appare decontestualizzato e poco funzionale. Non si discute il livello dell’interpretazione (spesso più alto della parte trasmessa in diretta tv), bensì il significato intrinseco dell’operazione.

Ed eccoci, per l’appunto, a trattare di Dvořák che apre il programma del Capodanno 2018 (questa recensione si riferisce al concerto del 30 dicembre). La Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Dal nuovo mondo porta in sala tutta la sua veemente fusione di linguaggi eterogenei, dagli spirituals ai canti delle piantagioni, misti a elementi tipici del folklore boemo. L’intreccio di una simile congerie musicale si fonde nei tipici quattro movimenti in cui l’autore condensa le caratteristiche precipue del proprio stile. Myung-Whun Chung, per la prima volta impegnato in quest’evento veneziano, esalta della partitura le venature malinconiche, mettendo in risalto la distensione, intessuta di struggente inventiva melodica, del Largo dove la compostezza lascia spazio alla forte intensità drammatica. Il direttore coreano sviluppa la sinfonia secondo un rigore formale che non si abbandona al facile effetto ma persegue un’idea superiore, tesa alla valorizzazione del contesto storico in cui l’opera è stata concepita. Anche l’elemento ritmico, così pervasivo, fa trapelare una sottile agitazione, culminante nell’intreccio tematico del conclusivo Allegro con fuoco. Chung plasma le volute sonore dell’Orchestra del Teatro La Fenice, compagine con cui ha un rapporto privilegiato, ottenendo una risposta compatta, vivida e malleabile al contempo.

L’attesa seconda parte del programma è la classica passerella di brani, tratti perlopiù dall’opera italiana. L’orchestra propone il Prélude da Carmen, la Barcarolle (versione orchestrale) da Les Contes d’Hoffmann, il solo Can-can desunto dalla Danza delle Ore (La Gioconda), la Sinfonia da L’italiana in Algeri e i ballabili da Otello (inspiegabilmente tagliati, nonostante i circa cinque minuti totali). Il direttore si muove con disinvoltura tra Verdi, Rossini, Ponchielli, Offenbach e Bizet, in un repertorio che affronta con costanza e dedizione. Inutile ribadire la sua piena padronanza delle esigenze drammaturgiche dei singoli pezzi. Non viene mai accantonato l’intento descrittivo e la contestualizzazione è garantita da un’attenta cura delle dinamiche e del fraseggio, veemente e terso. Si aggiunge il Coro della fondazione veneziana, preparato con dedizione da Claudio Marino Moretti, per l’esecuzione di “Di Madride noi siam mattadori” da La traviata e dell’immancabile “Va’ pensiero” da Nabucco.
Ai due solisti, presenza classica di questo concerto, vengono riservati soltanto un paio di interventi ciascuno, altro enigma dell’impostazione artistica del programma. A causa di un’indisposizione, l’annunciata Maria Agresta cede la scena a Serena Farnocchia che supplisce con diligenza la collega. Il soprano si cimenta con “O mio babbino caro” da Gianni Schicchi e con “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly. Due proposte pucciniane risolte con circospezione ma discreta efficacia, considerato il subentro last minute, per quanto attiene al fraseggio e alle intenzioni espressive.
Alla voce femminile risponde quella maschile di Michael Fabiano. Il tenore statunitense affronta “Questa o quella” da Rigoletto (medesima proposta dello scorso capodanno) e “Nessun dorma” (con l’intervento della sezione femminile del coro) da Turandot. La sua prestazione suscita impressioni contrastanti: da un lato colpiscono il ragguardevole volume e il timbro luminoso, dall’altro la scarsa perizia esecutiva, l’interpretazione generica, l’intonazione problematica e gli acuti raggiunti non senza tensioni. Uno strumento dotato di interessanti potenzialità, ma sorretto da tecnica perfettibile. I solisti si uniscono nel conclusivo “Libiam ne’ lieti calici” da Traviata, ancora con l’ausilio del coro, immediatamente bissato a grande richiesta. Pubblico sempre plaudente, in piedi al termine della serata per omaggiare gli artisti.

Teatro La Fenice
CONCERTO DI CAPODANNO 2018

Antonín Dvořák,
Sinfonia n. 9 in mi minore, Op. 95 Dal nuovo mondo 

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Georges Bizet
Carmen: Prélude 

Giuseppe Verdi
La traviata: «Di Madride noi siam mattadori» 

Jacques Offenbach
Les Contes d’Hoffmann: Barcarolle 

Giuseppe Verdi
Rigoletto: «Questa o quella per me pari sono» 

Giacomo Puccini
Gianni Schicchi: «O mio babbino caro» 

Amilcare Ponchielli
La Gioconda: Can-can dalla Danza delle ore 

Gioachino Rossini
L’italiana in Algeri: Sinfonia 

Giacomo Puccini
Turandot: «Nessun dorma» 

Giuseppe Verdi
Otello: Ballabili Canzone greca, Danza, La muranese, Canto guerriero 

Giacomo Puccini
Madama Butterfly: «Un bel dì vedremo» 

Giuseppe Verdi
Nabucco: «Va’ pensiero sull’ali dorate»,
La traviata: «Libiam ne’ lieti calici»

Soprano Serena Farnocchia
Tenore Michael Fabiano  

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Venezia, 30 dicembre 2017

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