Trieste, Teatro Verdi – Tristan und Isolde

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L’ascolto di Tristan und Isolde è un’esperienza mistica e totalizzante. Chi vi si accinga si trova innanzi a un testo musicale, letterario e filosofico di portata straordinaria e trascendente tanto quanto il genio di Richard Wagner è capace di penetrare nei più intimi abissi dell’animo umano. Wagner è l’ultimo mitografo che l’umanità abbia conosciuto, capace di dare significato nuovo e universale a quanto nuovo di per sé non è. Tristan und Isolde ha un valore totemico. È lo spartiacque a cui in qualche modo per secoli sembra avere teso la storia della musica e del pensiero e da cui, riplasmato nella mente di Wagner, ha origine quanto viene dopo. L’effetto che questo testo, intendendo la totalità di musica, parole e contenuto filosofico, ha avuto è evidente nei riflessi che si ritrovano non solo nella musica a esso posteriore, ma nella stessa letteratura e nell’aspirazione sinestetica che attraversa le arti dopo il Tristano.

Il nuovo allestimento creato dal Teatro Verdi di Trieste per riportare sulle sue scene questo capolavoro dopo un’assenza durata 21 anni, rifugge da ogni tentazione di imporre una sovrastruttura interpretativa che non trovi giustificazione nel dettato del compositore, e sembra volere ripartire da un piano meramente umano per trascendere all’universale.
La scenografia disegnata da Pier Paolo Bisleri costringe i personaggi in un uno spazio perennemente soffocante, in cui l’anelito all’annientamento nella morte e alla libertà dell’amore è simboleggiato da un cielo libero che, dopo la prima scena, si schiude sul fondo della scena. I costumi di Virginia Carnabuci collocano invece l’azione in un’atemporalità che parte da un’astratta commistione di tagli medioevali e fogge ottocentesche.
All’apertura del sipario siamo sottocoperta, dove è piantato l’albero maestro della nave che trasporta Isolde e Brangäne in Cornovaglia. Ampie pareti di ferro su cui riverberano riflessi rugginosi conferiscono un’aria soffocante, che contrasta con le immagini evocate dal canto del giovane marinaio. Quando Isolde impone di spalancare le cortine, il fondale viene fatto scorrere, lasciando che lo sguardo scorra sul ponte e, di là da quello, su un mare tempestoso sotto il cielo plumbeo. Funzionale, sebbene non bellissimo a vedersi, il cambio scena successivo; dopo la richiesta di Brangäne a Tristan di recarsi a omaggiare la sua signora, viene calata dall’alto, fra tre teli bianchi, una pedana con una chaise longue. Dietro a questa, su un mobile è posato lo scrigno con le pozioni consegnate da Isolde da sua madre. Tuttavia, l’espediente ha il pregio di riportarci nell’intimità in cui si svolge l’incontro di Isolde con Tristan. Anche il giardino del secondo atto non ci libera dal senso di prigionia suggerito dagli alti fusti degli alberi, quasi inferriate di una cella, unico talamo possibile per Tristan und Isolde, al di là dei quali rimane un irraggiungibile cielo notturno che l’aurora screzia di luce all’arrivo di Re Make. Il terzo atto è dominato da un ponte che attraversa il fondale, mentre sulla scena sostanzialmente spoglia incombono ancora le alte e cupe pareti laterali.
La regia di Guglielmo Ferro priva i personaggi della icastica ieraticità di cui la musica e la mitografia wagneriana sembra rivestirli. Ferro non costringe i personaggi a gesti arbitrari, né li piega a situazioni non previste, ma sembra talvolta esplicitare in movenze sceniche moti d’animo che Wagner limita a giochi di sguardi, come quando Isolde, che invece di bere la pozione dalla coppa, la sugge con un bacio dalle labbra del cavaliere, cade con lui a terra. Più che uno svenimento, una momentanea, illusoria morte a cui i due amanti anelano ritornare. Talvolta la regia non convince appieno nel suo apparente intento di naturalizzazione dei personaggi, come quando Isolde, irrompendo in scena in veste bianca, accolto l’ultimo abbraccio di Tristan, si limita a camminare distrattamente intorno al cadavere dell’amato.

Ma lo spettacolo funziona molto bene nel suo complesso e si dimostra tanto attento al libretto quanto impostato su una coerente idea interpretativa, a cui corrisponde, sul piano musicale, quella di Christopher Franklin capace anch’essa di liberarsi di ogni tentazione psicanalitica e di ritrovare quello che è necessario all’esecuzione nella partitura e nel libretto di Wagner. In tal senso va riconosciuto a tutti gli artisti di avere saputo creare uno spettacolo unitario. Quella di Franklin è una direzione pulita e limpida, tesa a un fine ben preciso come l’agognata risoluzione dell’accordo di Tristano. Riporta l’orchestra a essere la vera deuteragonista dell’opera, la voce interiore dei protagonisti, quella che ci svela quanto le loro parole non possono dire. L’equilibrio fra i settori della concentratissima Orchestra del Verdi e fra quest’ultima e solisti è perfetto: il golfo mistico non prevarica mai le voci, né una famiglia di strumenti predomina sugli altri. Incisi, singole figurazioni e leitmotive sono nettamente distinguibili e mai isolati in sé.

Di ottimo livello i cantanti, quasi tutti debuttanti al Verdi. Allison Oakes domina senza problemi la parte di Isolde; voce possente, a tratti ferrigna, canta con grande musicalità e buon controllo del suo strumento che sa piegare a tutte le sfumature, arrivando alla scena finale della trasfigurazione d’amore sorprendentemente riposata così da offrire una coinvolgente esecuzione della celebre pagina.
Le è accanto nel ruolo eponimo Bryan Register, voce dal timbro piuttosto chiaro come Heldentenor, non particolarmente possente, che a tratti sembra tuttavia faticare nel passaggio, ma che disegna un convincente Tristan dilaniato fra amore e dovere e sofferente.
Amorevole e premurosa Brangäne è la scandinava Susanne Resmark, bel timbro di mezzosoprano, perfettamente contrastante con quello di Isolde, pieno del registro medio basso, sicuro in quello acuto, a tratti forse penalizzato da qualche suono aperto che fa scivolare la voce indietro.
Di casa sul palcoscenico triestino Nicolò Ceriani nella parte di Kurwenal, sfrontato e spavaldo amico di Tristan, in possesso di tecnica sicura, musicalità e grandi doti di attore. Di rilievo il König Marke di Aleksey Birkus. Bellissimo timbro di basso, sempre omogeneo tanto nei gravi che nel registro acuto, sa rendere in ogni sfaccettatura il dignitoso, sgomento dolore per il doppio tradimento. Una prova autorevole in una pagina che richiede controllo dei propri mezzi e grande capacità di analisi psicologica.
All’altezza degli interpreti principali Motoharu Takei, già apprezzato nel Die Zauberflöte e che impersona Melot, Andrea Schifaudo quale Giovane Marinaio, Dax Velenich nel ruolo del Pastore e Hitoshi Fujiyama in quello di un Timoniere. La marginalità che il coro ha in quest’opera non ha impedito alle voci maschili del Coro del Verdi, diretto con consueta perizia da Francesca Tosi, di distinguersi nel primo atto dando il proprio essenziale contributo alla gioiosa esplosione del finale e a uno spettacolo di grande impatto, capace di catturare l’attenzione per tutta la sua ragguardevole durata e che si segnala sin qui come il più significativo della stagione, riconfermando la vocazione wagneriana di Trieste.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
TRISTAN UND ISOLDE
Azione in tre atti su musica e libretto di Richard Wagner

Tristan Bryan Register
Marke Alexey Birkus
Isolde Allison Oakes
Kurwenal Nicolò Ceriani
Melot Motoharu Takei
Brangäne Susanne Resmark
Giovane marinario Andrea Schifaudo
Un pastore Dax Velenich
Un timoniere Hitoshi Fujiyama

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Christopher Franklin
Direttore del coro Francesca Tosi
Regia Guglielmo Ferro
Scene Pier Paolo Bisleri
Costumi Virginia Carnabuci
Nuovo allestimento della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Trieste, 7 aprile 2017

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