Trieste, Teatro Verdi – Tosca

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Il Teatro Verdi di Trieste chiude la Stagione d’opera e balletto con Tosca di Giacomo Puccini, nell’allestimento del Comune di Bassano del Grappa/Opera Festival e del Comune di Padova, interamente affidato a Hugo de Ana che firma regia, scene, costumi e luci.

Se la vexata quaestio di come si possa tenere vivo lo spettacolo d’opera e renderlo (ancora) appetibile al pubblico, è resa tanto più complessa dalla frequenza con cui un titolo come questo viene rappresentato, va detto che de Ana offre la sua chiara e peculiare risposta. Che è tutta nella capacità di accostare elementi già visti in maniera del tutto nuova. Attenzione massima è riservata tanto a libretto e partitura (quindi a tempi drammatici e musicali) quanto alla tradizione, riferita alla presenza del capolavoro pucciniano sia sulle scene teatrali che nel cinema. Da subito de Ana individua il carattere precipuo del testo, la sua dimensione da autentico thriller e la perfetta struttura cinematografica, tanto in anticipo – come numerose soluzioni armoniche, ritmiche e strumentali utilizzate qui da Puccini – sugli sviluppi del Novecento. Non solo, assimila il colore orchestrale dei primi tre accordi e lo rende visivamente con sovrabbondanza di neri e algide luci. Se uno dei riferimenti è il cinema, allora non poteva mancare un omaggio alle didascalie in sovraimpressione tanto care alle pellicole: a ogni inizio d’atto compaiono, lettera dopo lettera, scritte proiettate su un invisibile schermo sul proscenio che ci introducono nel momento storico della vicenda.
La sovrapposizione di cinema e azione teatrale infatti è continua. Risuonati i tre accordi del tema di Scarpia, ad esempio, quando l’orchestra si precipita nelle due scale sincopate discendenti, assistiamo contemporaneamente alla fuga di Angelotti e al suo arrivo a Sant’Andra (proiettati in primo piano) e alla sua affannosa ricerca della chiave per entrare nella cappella Attavanti all’interno della chiesa, con il bravo Zoltán Nagy che entra in scena. Quando Tosca, ingannata da Scarpia con l’espediente del ventaglio, esce per recarsi alla villa, mentre il bigotto satiro dispone a Spoletta di seguirla, in primo piano vediamo quanto succede all’esterno della chiesa: Tosca angosciata si appoggia al portale e poi sale sulla carrozza. Ancora, durante il monologo che apre il secondo atto, le immagini proiettate ci sdoppiano e ci precipitano nel cuore della festa dove coppie danzanti attendono la diva. C’è un effettivo ribaltamento dei piani narrativi: quello che avviene fuori scena è mostrato su questo invisibile schermo in primo piano, sicché i personaggi reali recitano, di fatto, oltre questa proiezione dei loro pensieri e delle loro ossessioni. L’espediente, che all’inizio è spiazzante, mi pare debole solo durante il preludio del terzo atto, quando la corsa di Tosca verso Castel Sant’Angelo si sovrappone con troppo peso alle atmosfere magiche dell’alba romana disegnata da Puccini. Ma per il resto dello spettacolo funziona bene e avvince trovando soluzioni ingegnose. L’affastellarsi di immagini di santi, statue, ritratti contribuisce a creare un’atmosfera opprimente e carica di paure e minacce, siano esse esterne o nascano dagli intimi tormenti dei protagonisti. Altrettanto lo è la scena – con l’eccezione dell’ultimo atto – piena di tele, tavoli, drappeggi e quant’altro in un trionfo di barocco. Solo quando Scarpia entra in scena – uno dei momenti di maggiore effetto dello spettacolo – questa profusione di immagini sembra rarefarsi: basta la sua presenza accompagnata da luci taglienti e fredde a colmare gli spazi.
La cura di de Ana per il gesto scenico si nota anche nei dettagli. Tosca afferra il tagliacarte trovandolo sul basamento di una colonna dello studio di Palazzo Farnese: è sul proscenio e si mostra di spalle al pubblico, la cui attenzione si accentra tutta su quella lama celata dietro la schiena, con l’ignaro barone sullo sfondo. È cinema sapientemente prestato al teatro. Impressionante il finale primo. Mentre Scarpia, sul proscenio, dispone il pedinamento di Tosca, l’imponente colonna nera che dominava al centro della scena impallando l’altare sullo sfondo si sposta lentamente a destra, cambiando prospettiva. Il movimento è accompagnato dall’ingresso a sinistra, in secondo piano, di masse di miserabili che si spostano verso il lato opposto, si prostrano e poi voltandosi verso il pubblico, avanzano. Una luce glaciale piove sull’altare bianco sul fondo lasciando in ombra tutti i primi piani: il pensiero va agli Altari della Paura di Anatole France, a un dio lontano che non consola gli umiliati e offesi alle cui spalle, incurante di loro, sfila il clero. All’impatto visivo si somma la prestazione del Coro del Teatro Verdi diretto da Francesca Tosi che offre una prova impeccabile con un perfetto amalgama di voci. Un Te Deum granitico, terrificante e terrificato.

L’altra colonna portante dello spettacolo è Fabrizio Maria Carminati, che ha diretto con tempi serrati, attento al minimo dettaglio, fedele alle indicazioni agogiche e dinamiche di Puccini ma anche abbracciando appieno la lettura di de Ana. Ben coadiuvato dall’Orchestra del Teatro Verdi ha saputo attingere a una tavolozza di colori ricchissima, rifuggendo alla tentazione di cedere a languori legati più alla tradizione esecutiva che al testo e mettendo in luce dettagli che hanno dato risalto alla sconcertante modernità della partitura pucciniana, proiettandola in quel Novecento musicale a cui appartiene di diritto, non solo anagraficamente. Suono pulito, fraseggio scolpito, ha tracciato un possente arco drammatico, senza cedimenti con pieno controllo delle sezioni dell’orchestra e dei piani diversi piani sonori.

La recita a cui ho potuto assistere vedeva impegnato il secondo cast e, sebbene qualche imperfezione ci sia stata, non sono mancate le sorprese. Mario è Luciano Ganci, bel timbro morbido, omogeneo, possiede acuti squillanti, non forza salendo e canta con naturalezza, in maschera. Fraseggia bene e strappa meritati applausi dopo le romanze ottenendo un personale successo, anche se talora sul passaggio l’emissione pare incerta e “ne andasse della vita” (variante del più usuale “la vita mi costasse”) – complice una evidente tensione all’inizio della frase – gli costa il si acuto.
Floria Tosca è Francesca Tiburzi, più un lirico spinto che un soprano drammatico, non è parsa pienamente convincente nel duetto del primo atto, più attenta forse a trovare un colore giusto per il registro medio che a interpretare. Ma le pagine successive sono centrate (molto bello “ed io veniva a lui”) e, quasi inaspettatamente, trova gli accenti e il gesto giusto negli atti successivi: il suo “Vissi d’arte” è partecipato ed equilibrato e se “la lama” non è pienamente affilata e il finale “davanti a Dio” non ha l’impeto ferino e teatrale di Tosca/diva, traccia tuttavia un personaggio vittima della propria cieca gelosia prima ancora che di Scarpia, qui interpretato da Leo An. Baritono coreano, timbro chiaro, ha il pregio di non abbandonarsi a grida, ghigni o altri effetti a cui siamo stati abituati, pregio questo condiviso con tutto il cast.
Tutti cantano e recitano abbracciando la medesima idea e lettura. E non è poco. Così gli ottimi Dario Giorgelè (Sagrestano), Motoharu Takei (Spoletta), Fumiyuki Kato (Sciarrone), Giovanni Palumbo (Un carceriere). Alla voce del Pastore e all’ottimo coro de I Piccoli Cantori della città di Trieste diretto da Cristina Semeraro, va il merito di avere correttamente contribuito all’esito brillante dello spettacolo.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
TOSCA
Melodramma in due atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Francesca Tiburzi
Mario Cavaradossi Luciano Ganci
Il barone Scarpia Leo An
Cesare Angelotti Zoltán Nagy
Il sagrestano Dario Giorgelè
Spoletta Motoharu Takei
Sciarrone Fumiyuki Kato
Un carceriere Giovanni Palumbo

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Direttore del coro Francesca Tosi
Regia, scene, costumi e luci Hugo de Ana
Con la partecipazione de I piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro
Allestimento del Comune di Bassano del Grappa/Opera Festival e del Comune di Padova
Trieste, 15 giugno 2017

 

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