Trieste, Teatro Verdi – Les pêcheurs de perles

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Les pêcheurs de perles (I pescatori di perle) di Georges Bizet riapprodano al Teatro Verdi di Trieste dopo nove anni di assenza.
Nonostante una buona accoglienza da parte del pubblico, l’opera non ebbe un grande successo di critica, tanto che, in vita Bizet, non fu più rappresentata. Il titolo riprese a circolare dopo l’Esposizione universale del 1889, ma con versioni del finale via via rimaneggiate che lo rendessero più spettacolare; qui si è adottata quella che vede Zurga ucciso dal sacerdote Nourabad. La vicenda ripropone il consueto triangolo amoroso con tanto di anagnorisis (l’espediente del riconoscimento), inserendovi tuttavia elementi di originalità che non sono tanto da ricercarsi nell’ambientazione esotica (l’isola di Ceylon), di moda nella seconda metà dell’Ottocento, quanto nella centralità del sentimento che lega di due protagonisti maschili. Non è la gelosia, infatti, il motore della vicenda, ma l’amicizia che aveva spinto Nadir e Zurga, eletto capo dei pescatori, a separarsi anni prima, perché il loro legame non fosse turbato dall’amore che entrambi nutrivano per una giovane sacerdotessa del tempio di Brahama. E l’amicizia funge anche da deus ex machina della vicenda: dopo avere riconosciuto in Léïla, che ha tradito i propri voti di sacerdotessa venendo sorpresa con Nadir, colei che lo aveva salvato da morte certa, Zurga sacrifica il proprio amore per lei pur di salvare l’amico e favorire la fuga dei due amanti. Ma la peculiarità dell’opera – forse quella che, con l’elemento esotico, maggiormente influenza la musica di Bizet – risiede nel fatto che sulla scena assistiamo a ben poca azione rispetto a quella che il soggetto sembrerebbe promettere: Les pêcheurs de perles sono infatti un’opera della memoria. Solo il coro dei pescatori e il sacerdote Nourabad agiscono nel tempo presente dell’azione scenica, mentre i tre protagonisti vivono ciascuno nel ricordo del passato, vagheggiato in quasi tutti i pezzi che hanno reso celebre l’opera: da Au fond du temple saint a Je crois entendre encore, sino all’aria di Zurga O Nadir tendre ami de mon jeune âge. Se dunque l’ambientazione esotica ha un riflesso alquanto pallido nella scrittura di Bizet (la Spagna e l’amore sensuale e ribelle di Carmen impregneranno e plasmeranno in tutt’altra maniera l’ultima partitura del compositore), la malinconia tenue del ricordo trova, al contrario, una piena corrispondenza nella musica dei Pescatori di perle. Le melodie languide e ampie, i colori notturni, il frequente uso di tempi ternari tipici sì delle barcarole ma anche di ninna nanne e serenate, armonie raffinate, pur fra pagine di minore impatto, danno voce alla diafana magia del ricordo avendo facile presa sull’ascoltatore. La scrittura musicale complessa richiede ai solisti un perfetto controllo dei fiati e del fraseggio, e a orchestra e coro una sensibilità particolare nella resa di colori.

Il cast scritturato dal Teatro Verdi è all’altezza della prova, a partire dal tenore messicano Jésus León, dotato di una voce di tenore lirico leggero, con un volume non grande, ma una buona tecnica che gli permette di affrontare con sicurezza la difficile parte di Nadir. Fraseggia molto bene e sa trovare i giusti colori per una delle pagine più belle del repertorio lirico per tenore, Je crois entendre encore, riscuotendo ampi consensi da parte del pubblico. Con Mihaela Marcu, Léïla, offre una sognante interpretazione del duetto del secondo atto, e le due voci si amalgamano molto bene. Bel timbro sopranile, la romena delinea il ritratto di una fanciulla che dal ricordo di un amore più vagheggiato che vissuto, si trasforma in donna pronta al sacrificio pur di difenderlo. La sua è una prova in crescendo e dopo una non propriamente ineccepibile O Dieu Brahama, si fa apprezzare per le mezzevoci e il fraseggio, con una bella lettura di Comme autrefois, riuscendo pienamente convincente soprattutto nel duetto del terzo atto con Zurga, forse la sua pagina migliore.
Amico premuroso, amante dolente, capo autorevole, Domenico Balzani, dopo la buona impressione data come Bartolo nel Barbiere di Siviglia, ottiene un personale successo nella parte di Zurga. Voce baritonale calda e brunita, sonora e squillante negli acuti, perfettamente in maschera, ricca di colori, domina la parte con sicurezza sapendo trovare per ogni pagina i giusti accenti. Completa degnamente il cast di solisti Gianluca Breda che veste gli abiti di Nourabad e, in una parte che non gli riserva pagine solistiche di rilievo, fa sfoggio di una possente voce di basso.
Il coro diretto da Francesca Tosi ha qui un’ulteriore occasione per dimostrare le proprie buone qualità: la partitura ne prevede la presenza pressoché costante in scena, facendone un autentico protagonista che il pubblico ha particolarmente applaudito nel finale secondo.

L’Orchestra è diretta da Oleg Caetani che stacca tempi non eccessivamente dilatati e riesce ad attingere, seppure in maniera non sempre uniforme, dalla compagine del Verdi a una ricca tavolozza di colori, dimostrandosi attento ai particolari anche quando l’orchestra svolge un mero compito di accompagnamento. Le preziosità delle armonie e dei cromatismi di cui Bizet ingemma lo spartito trovano una giusta resa tanto sotto la sua bacchetta che nell’allestimento scenico.

Lo spettacolo è quello del 2008 per la regia di Fabio Sparvoli qui ripresa da Carlo Antonio De Lucia. La lezione di Strehler con cui Sparvoli aveva collaborato si vede, e il suo fascino risiede tutto nei richiami ai pittori pompier, con sfondi scuri e pastelli chiari per i primi piani, ricordando certe tele di Lawrence Alma Tadema. Sin dall’apertura del sipario dominano i blu intensi del mare e del cielo che contrastano nettamente con le chiare dune sabbiose della spiaggia; unico elemento scenico un tronco a evocare trascorsi marosi. L’idea del trascorrere del tempo è evocata anche nei quadri successivi: una grande testa del dio Brahama corrosa e crollata sulla sabbia, la facciata di un tempio soffocato da liane e radici all’inizio del terzo, traducono in immagini visive il rimpianto per il lento disfacimento di un passato fiorente da cui i personaggi non riescono a staccarsi e riflettono i mutamenti a cui la società del tempo si preparava. Belli i costumi di Alessandra Torella, tutti giocati sui colori marini, tinte terrose e rossi cupi; ed efficaci, nel disegnare un Oriente caro all’immaginario ottocentesco, le scene di Giorgio Ricchelli. Funzionale il corpo di ballo, la cui azione coreografica riequilibra una disposizione scenica delle masse e dei solisti al contrario volutamente statica e plastica.
Il pubblico ha applaudito generosamente, ammaliato dalle piccole perle di cui gli acerbi Pêcheurs sono ricchi.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
LES PÊCHEURS DE PERLES
Opéra-lyrique in tre atti di Eugène Cormon e Michel Carré
Musica di Georges Bizet

Nadir Jésus Léon
Zurga Domenico Balzani
Léïla Mihaela Marcu
Nourabad Gianluca Breda

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Oleg Caetani
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Fabio Sparvoli
ripresa da Carlo Antonio De Lucia
Scene Giorgio Ricchelli
Costumi Alessandra Torella
Allestimento della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Trieste, 10 marzo 2017

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