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Trieste, Teatro Verdi – La sonnambula

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Ci sono sogni che vanno (psico)analizzati e altri che vanno semplicemente sognati. La Sonnambula, che ritorna sulle scene del Teatro Verdi di Trieste nell’allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, appartiene a quest’ultima categoria. Il linguaggio musicale adottato da Bellini è improntato a una profonda semplicità e chiarezza che non sono sinonimi di superficialità. La capacità di rendere un sentimento e la psicologia di un personaggio, sia la commozione con cui Elvino porge l’anello nuziale ad Amina, sia lo straziante e compunto dolore di Amina nell’ultima scena di sonnambulismo, sono tanto più sorprendenti se la loro trasparenza di scrittura è paragonata alla densità della scrittura con cui Wagner (recentemente ascoltato al Verdi e che di Bellini era uno strenuo ammiratore) persegue il medesimo intento. La partitura belliniana riflette in questo modo la dimensione della vicenda, fatta di sentimenti puri, elementari (amore, gelosia) e di spiriti ingenui i cui sogni a occhi aperti si screziano talora di incubi (la sonnambula confusa per un fantasma) e i cui incubi si tramutano in sogni malinconici (Amina ripudiata che in sonno ritrova Elvino e trova nella purezza del suo amore innocente la forza di augurargli una vita felice).

La regia di Giorgio Barberio Corsetti, assistito da Fabio Chertisch e con la consulenza alla drammaturgia di Fabio Condemi, coglie questi aspetti onirici, ambientando la storia in un mondo irreale costituito da una stanza arredata con mobili di dimensioni gigantesche: una immensa poltrona da salotto, una cassettiera sul cui ripiano trovano spazio di volta in volta coristi o i personaggi, un gigantesco letto nuziale su cui Elvino fa il suo ingresso in scena e su cui Amina a fine opera lo ritrova intonando “Ah non giunge uman pensiero”. Nella prima scena del secondo atto, questo mondo “lillipuziano” si inverte e minuscole case sul palcoscenico fanno apparire tutti dei giganti. I colori tendenzialmente viranti al grigio, sono accesi dai bei costumi di Cristian Taraborrelli, di taglio ottocentesco con un prevalere di tinte terrose e toni caldi, mentre Amina è costantemente vestita in bianca vesta e Lisa in abito nero. Le luci di Marco Giusti fondono in un compiuto amalgama il tutto.
L’impianto generale consente soluzioni di una certa originalità, come quando, nel secondo quadro del primo atto, Amina appare sulla gigantesca cassettiera i cui cassetti si aprono progressivamente dall’alto in basso per permetterle di discenderne e farla poi sparire in uno di essi, che si richiude per farla ricomparire nell’ultimo. Di riflesso, nel finale secondo il mulino non è che un piccolo soprammobile, forse uno di quei vecchi carillon della nonna, posato su alto mobile da cui la sonnambula rischia di cadere.
I quattro protagonisti si muovono su questi sproporzionati arredi e, con essi e su essi, vengono spostati da figuranti in ampie giacche di panno bordeaux o vestiti come mimi in pantaloni neri, maglia a righe bianche e nere e bretelle rosse; così si genera talvolta una confusione da trasloco, mentre a tratti il coro viene relegato e quasi schiacciato ai lati della scena. Ciò che tuttavia disturba la sostanziale godibilità onirica di questa lettura è un eccessivo scavo psicanalitico. E se Lisa appare come una minacciosa figura di una fiaba, inquietantemente inutili sono i quattro bambolotti di pezza che replicano i protagonisti sul proscenio, dove, sin dall’ingresso in sala, allo sguardo del pubblico è offerta una riproduzione in miniatura del letto matrimoniale su cui di volta in volta, col progredire della vicenda, vengono collocate le controfigure in pezza di Amina, Elvino, Lisa, il Conte.
Di pessimo gusto poi il lenzuolino grigio posto al centro della scena con ai lati quattro rose rosse – una sorta di velario funebre – da cui Amina, sollevandolo, trarrà i fantocci che ritraggono lei stessa e il suo sposo. Il recente Flauto magico, in cui un simile espediente – i personaggi come proiezione di giochi di bambole – aveva dimostrato di funzionare alla perfezione, perché fondato su altra premessa, depone a sfavore di questa sovrastruttura interpretativa. L’eccesso di (psico)analisi traspare anche dalle note di regia dove addirittura si parla di uno sfiorato incesto fra Amina e il Conte che nella prima stesura del libretto le era padre, di una Sonnambula come storia di formazione, di una trovatella che si porta dietro l’infanzia. La semplicità dell’idea base, questo mondo in cui tutto è sproporzionato, sarebbe stata sufficiente a rendere lo spettacolo piacevole e fornire l’aggancio fra la drammaturgia della rilettura e il mondo sospeso fra realtà e sogno (e, per un tratto, incubo) di Amina.

Sul piano musicale la recita ha presentato luci e ombre, evidenziati da dubbiosi silenzi del pubblico (come dopo “Prendi l’anel ti dono”) o applausi tiepidi alla fine di alcuni dei brani più celebri. La parte di Amina, nel primo cast, è sostenuta da Aleksandra Kubas-Kruk. Voce dotata di un bel timbro, è più a suo agio e convincente nelle pagine liriche e nella scena clou dell’ultimo atto, l’aria “Ah non credea mirarti” con tutto l’intenso recitativo che la precede, dove sfoggia mezzevoci e pianissimi ben sostenuti. La parte virtuosistica non è perfettamente a fuoco, non tanto nei picchettati, ben eseguiti e puliti, quanto nei gruppetti e nelle scale in cui l’emissione tende a essere gutturale, mentre gli acuti risultano talora forzati. Il volume non è eccelso, ma è nel complesso un’Amina credibile, apprezzata dal pubblico.
Come Elvino l’affianca Bogdan Mihai: con un repertorio di ruoli rossiniani e donizettiani alle spalle, debutta non solo sulle scene triestine, ma anche il suo primo ruolo belliniano. La voce è piccola, da tenore di grazia, più nei modi che nell’emissione; gli acuti suonano flebili e viene facilmente coperto nelle scene di insieme. Se le intenzioni ci sono, lo strumento è povero di colori e il timbro non bello. Una recita al limite della sufficienza che gli è costata qualche contestazione alla fine.
Filippo Polinelli veste i panni del Conte e ci offre una buona prova, sostanzialmente corretta, dimostrando pieno controllo dei suoi mezzi vocali. Olga Dyadiv – che rivaleggia con la Kubas-Kruk in bellezza – affronta senza problemi il ruolo di Lisa, strappando forse gli applausi più convinti al termine delle sue due arie, di cui la prima le permette di sfoggiare un bel timbro nel registro medio e un buon uso dei colori. Come già nel Flauto magico, la voce nei passi virtuosistici è, invece, aspra a tratti. L’Alessio di Marc Pujol, la Teresa di Namiko Kishi e il Notaio di Motoharu Takei sono tre eccellenti e solidi comprimari a complemento del cast. Guillermo García Calvo dirige l’Orchestra del Verdi mantenendo tempi giusti, nel rispetto della limpida semplicità della scrittura belliniana e delle esigenze del palcoscenico. Come sempre buona la prova del Coro diretto da Francesca Tosi.
Spettacolo nel complesso soddisfacente, ma quando, con Amina ci risvegliamo, riscopriamo che ci è mancata la sua semplicità. Avremmo voluto semplicemente sognare.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
LA SONNAMBUA
Melodramma in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Il conte Rodolfo Filippo Polinelli
Amina Aleksandra Kubas-Kruk
Elvino Bogdan Mihai
Lisa Olga Dyadiv
Alessio Marc Pujol
Teresa Namiko Kishi
Un notaio Motoharu Takei

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Guillermo García Calvo
Direttore del coro Francesca Tosi
Regia Giorgio Barberio Corsetti
Scene e costumi Cristian Taraborrelli
Disegno luci Marco Giusti
Consulente alla drammaturgia Fabio Condemi
Allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari
Trieste, 5 maggio 2017

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