Trieste, Teatro Verdi – Gianni Schicchi, Cavalleria rusticana

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Che la definizione di Trittico fosse un mero pretesto per cercare di dare organicità, oltre che un ordine esecutivo, ai tre atti unici composti da Puccini come tre entità drammaturgicamente e musicalmente autonome, fu cosa evidente da subito. Non è mai stato sufficiente, come non lo è stata la volontà dell’autore, a impedire che le opere vivessero di vita propria, salvo essere di volta in volta riproposte in accostamenti talora peregrini ad altri titoli.
Il dittico che la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ha presentato in collaborazione con la Kitakyūshū City Opera (K.C.O.), primo di un progetto triennale di attività di produzione, co-produzione e formazione sottoscritto in occasione del 150° anniversario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Italia, inverte la progressione della (debole) idea organizzativa originaria, che attraverso il dramma borghese di Suor Angelica, porta dalle tinte fosche del Tabarro alla comicità del Gianni Schicchi, qui presentato in coppia con Cavalleria rusticana. E forse non è un caso, giacché proprio Il tabarro costituisce l’epigono di quel filone del “verismo da coltello” inaugurato proprio dal giovane Mascagni.

Entrambi gli allestimenti della Kitakyūshū City Opera erano quanto di più classico e tradizionale ci si potesse aspettare, con un didascalico rispetto delle ambientazioni previste dal libretto. Per Gianni Schicchi sono stati realizzati funzionali quinte dipinte raffiguranti due ampie gallerie ai lati del letto a baldacchino e variopinti costumi di foggia trecentesca; per Cavalleria rusticana i consueti tavoli da trattoria in proscenio, una scalinata dominata da una croce di giunchi e alcuni muretti a evocare, con l’aiuto di immagini di paesaggi che venivano proiettate sul fondale, la Sicilia. La regia di Carlo Antonio De Lucia si è limitata a essenziali indicazioni su come i cantanti dovessero disporsi in scena e a pochi apporti personali, peraltro di dubbia efficacia, come il ritorno in vita di Buoso Donati nel finale del titolo pucciniano o la rappresentazione di una Pietà durante il preludio di Cavalleria, con le comparse che all’improvviso si alzavano e se ne uscivano di scena portandosi via lo scagno su cui erano sedute.

Due i cast previsti per ciascun titolo, che prevedevano in entrambi i casi interpreti italiani e giapponesi. Nel Gianni Schicchi il ruolo eponimo era affidato, nella recita del 23 febbraio, a Giovanni Guarino, credibile e simpatico nel ruolo dell’arguto homo novus, ma non esente da un certo affaticamento vocale; Gianni Leccese è stato a tratti messo in difficoltà dalla tessitura di Rinuccio, e certo la tendenza a cantare con suoni aperti e una voce tenue, quasi da tenore di grazia, non lo hanno aiutato. Corretta la Lauretta di Miyki Shirakawa che ha bene fraseggiato “O mio babbino caro” e si è bene disimpegnata con la sua parte, ma ha faticato a salire al re bemolle del duettino finale. I dodici solisti che interpretavano i parenti e che Puccini usa come un coro da camera erano tutti bene caratterizzati e vocalmente corretti, a partire dal più vecchio Simone di Chikara To e dalla Zita di Ayako Tutsui, sino al notaio di Carlo Torriani con una menzione particolare all’accento bolognese di Yoshio Hamada nel ruolo di mastro Spinelloccio.
Cavalleria rusticana era forse, delle due opere, la più attesa perché vedeva il ritorno di una cantante che il pubblico triestino ha più volte applaudito, Dimitra Theodossiou. La lunga frequentazione di ruoli fra più ardui del repertorio operistico ha lasciato inevitabili segni sulla voce del soprano greco, la cui interpretazione ed esecuzione della parte di Santuzza mi sono parse inferiori alle aspettative innescate dall’annuncio della sua partecipazione alle due serate. La voce è suonata disomogenea, a tratti priva del giusto peso e colore nel registro basso, sostanzialmente affaticata, mentre gli acuti erano tutti attaccati con prudenza, dal basso, piano e poi rinforzati, suonando fissi. Più volte le è mancato l’accento drammatico, la tragicità della dolente gelosia che spinge Santuzza a denunciare apertamente la condotta di Turiddu ad Alfio, risultando la sua lettura eccessivamente lirica. Piatta e nella peggiore tradizione verista la malapasqua scagliata a Turiddu, interpretato da Pietro Giuliacci che ha offerto una prova sostanzialmente corretta: il fraseggio non è certo un esempio di raffinatezza, è quasi un’intenzione allo stato grezzo, ma il tenore sostiene bene con il diaframma una voce di timbro non bello, eppure squillante. Quando respira si capisce che l’acuto verrà centrato e porta a termine la recita senza incidenti e con un buon successo di pubblico.
Purtroppo, devo registrare che Gudo Hasui ha evidenziato gravi problemi tecnici e vocali nel ruolo di Alfio, mentre bene ha cantato Michiko Honda, Mamma Lucia. Veronica Esposito è stata una Lola decorosa nel canto, ma le movenze e il costume hanno fatto apparire il personaggio come una donna di malaffare più che una moglie adultera.

Le cose migliori della serata sono venute dall’orchestra e dal coro, anzi dai cori. Il Coro del Teatro di Verdi era infatti affiancato da quello della Kitakyūshū City Opera e va dato merito a Francesca Tosi di averli bene amalgamati. Una bella prova che ha strappato al pubblico gli applausi a mio avviso più meritati della serata, al termine della preghiera e del brindisi.
Francesco Quattrocchi ha diretto con pulizia, cura del particolare, e attenzione ai registri stilistici e orchestrali dei due compositori, con un orecchio attento ad assecondare i cantanti e uno a rendere tanto la ricchezza ritmica e coloristica di Gianni Schicchi, quanto la tensione delle arcate melodiche mascagnane, più nei singoli pezzi chiusi, tuttavia, che nella narrazione generale. A lui e ai professori d’orchestra il pubblico ha riservato un caloroso applauso alla fine del celebre Intermezzo.
Il dittico, che nelle intenzioni voleva essere anche un banco di prova per gli allievi dell’Accademia Operistica Internazionale, oltre che un primo passo di una collaborazione che darà di certo frutti più gustosi, è stato bene accolto dal pubblico triestino che ha dimostrato di essere disponibile a concedere tutte le “attenuanti” tanto al povero Gianni Schicchi che a tutti gli interpreti.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
GIANNI SCHICCHI
Opera in un atto su libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi Giovanni Guarino
Lauretta Myuki Shirakawa
Zita Ayako Tutsui
Rinuccio Gianni Leccese
Gherardo Vincenzo Maria Sarinelli
Nella Yuka Onishi
Gherardino Elisabetta Vegliach
Betto di Signa Shinnosuke Hata
Simone Chikara To
Marco Yusuke Ito
La Ciesca Sachimi Yamada
Maestro Spinelloccio Yoshio Hamada
Ser Amantio di Nicolao Carlo Torriani
Pinellino Shinji Hokada
Guccio Takuya Kubota

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CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto, su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Dimitra Theodossiou
Turiddu Piero Giuliacci
Alfio Gudo Hasui
Lola Veronica Esposito
Lucia Michiko Honda

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Francesco Quattrocchi
Maestro del coro Francesca Tosi
Coro Kitakyūshū City Opera
Regia Carlo Antonio De Lucia
Assistente alla regia Marika Urbano
Assistente al direttore Ayaka Mieno
Allestimento Kitakyūshū City Opera – Accademia Operistica Internazionale
Trieste, 23 febbraio 2017

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