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Trieste, Teatro Verdi – Evgenij Onegin

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Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij ha felicemente inaugurato la stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste, che nei mesi prossimi proporrà alcuni fra i titoli più popolari del repertorio operistico. La scelta di affidare l’apertura al protagonista eponimo dell’opera di Čajkovskij, tratta dall’omonimo romanzo in versi di Puškin, parrebbe quasi programmatica, se pensiamo che il melodramma attinge prevalentemente a racconti amorosi. La scelta del compositore, autore anche del libretto con Konstantin Šilovskj, di evitare l’uso di termini quali “opera”, optando per la definizione “scene liriche” sottolinea la reale assenza di un’azione vera e propria. Più che racconto di un amore vissuto, infatti, quella di Onegin e Tat’jana è il resoconto di un’idea dell’amore che segna la vita dei due protagonisti: la giovane Tat’jana che prima ancora che di un uomo si invaghisce dell’amore e Onegin, per il quale il rifiuto della convenzione di una vita coniugale e borghese a cui l’amore condurrebbe, è una posa esistenziale, un aspetto di quella noia di vivere tipica dell’intellettuale romantico, dannato per definizione che prelude già al decadentismo. Nonostante i loro duetti, i due non si incontrano mai sul piano dei sentimenti: non è una storia d’amore, è una storia di quanto avrebbe potuto essere e non è stato. “La felicità era così vicina a noi, così vicina” è l’unica frase che i due cantano insieme. E se Tat’jana segue un suo percorso di crescita e maturazione, si sa ritagliare una posizione nella vita e nella società, Onegin rimane vittima della sua posa, condannandosi a peregrinare come una sorta di Olandese per il quale non si scorge tuttavia una via di redenzione.

Questo duplice piano – l’immobilismo di Onegin e il coming to age di Tat’jana – è la chiave di lettura della regia di Vera Petrova che concepisce il tutto come un flash back di Evgenij. A ogni inizio d’atto e cambio di scena egli entra o rimane solo in proscenio separato dalla scena e da Tatjana da un sipario, che a tratti lascia trasparire i ricordi, la memoria di quanto è o non è stato. Lo spettacolo funziona piuttosto bene, anche se i movimenti del coro risultano alquanto goffi e nelle scene deputate manca una reale coreografia: i canti dei mietitori nel primo atto, ma soprattutto le grandi scene del valzer nel secondo e della polacca nel terzo sono risolti con passerelle in proscenio che risultano alquanto povere e prive di senso. L’allestimento con le scene di Alexander Kostyuchencko, è quello del Teatro dell’Opera di Sofia, mai visto in Italia ed è di impianto assolutamente tradizionale. Grandi pannelli bianchi e mobili che fungono da ampie vetrate nelle scene di interno o, ruotando, rivelano spazi esterni e profili di alberi, costituiscono una soluzione funzionale anche se non di grande raffinatezza e non sempre valorizzata dalle luci. Il quadro più riuscito è senza dubbio quello del duello, giocato tutto sui toni del bianco e del nero. Anche la tavolozza dei colori utilizzata per costumi di Steve Almerighi tradisce a tratti, nelle scene di massa, qualche asprezza nell’amalgama con certi arancioni troppo accesi usati accanto ai viola, azzurri o al rosso vivo della giacca di Un Capitano delle Guardie. Ma nel complesso l’allestimento è gradevole e di buon livello, senza cadute nel cattivo gusto.

Il vero punto di forza risiede nel cast, omogeno e di ottimo livello, a partire dalle voci femminili. Il giovane soprano Valentina Mastrangelo ha un timbro brunito omogeneo e pieno in tutti i registri. Fraseggia egregiamente e sa usare i suoi mezzi vocali con sapienza senza mai sforzare l’emissione, tutta sul fiato: con estrema naturalezza la sua voce riempie la sala. Interprete musicalissima e dotata di buone doti di attrice e di una figura alta e slanciata, disegna una Tat’jana sognatrice e ingenua che nel suo percorso verso l’età adulta scopre la dignità della sua persona e del suo ruolo. Al termine della lunga aria della lettera strappa al numeroso pubblico della prima lunghi e meritati applausi.
Anastasia Boldyreva, di origine russa, è Ol’ga, vocalmente la sorella ideale della Mastrangelo: sfoggia un bel timbro caldo di mezzosoprano, che si armonizza molto bene con quello della collega, ed è sostenuto da una tecnica sicura pure in una parte che non offre grandi pagine solistiche. A completare l’eccellente quartetto femminile Giovanna Lanza veste i panni di Larina, mentre Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva è Filipp’evna. Entrambe hanno offerto due belle prove in due ruoli che non sono affatto secondari né dal punto musicale – specie nelle prime scene – né da quello drammaturgico configurandosi come il modello a cui Tat’jana tende, il suo legame con la realtà nella giovinezza e il ruolo a cui la condurrà la vita: non a caso scompaiono entrambe nell’ultima parte dell’opera.
Sul piano maschile le cose vanno altrettanto bene. Il romeno Cătălin Toropoc veste i panni di Onegjn: ha un timbro di baritono scuro, che suona nell’ottava bassa quasi come quello di un basso, ma mantiene un bel colore anche negli acuti, che tuttavia sembrano in alcuni punti non perfettamente sicuri. Pur dotato di uno strumento possente, sa cantare con morbidezza all’occorrenza e risulta convincente nella parte. Sprezzante, annoiato troppo legato al suo ruolo per rendersi conto degli irrimediabili errori che sta commettendo, il più tragico di tutti quello che porta all’uccisione di Lenskij, interpretato dal tenore armeno Tigran Ohanyan. Voce piuttosto chiara nel timbro, è supportata da una buona tecnica. Musicalmente risolve dignitosamente l’aria del primo atto, e convince appieno nella meravigliosa scena che lo vede protagonista nel secondo, fraseggiando con gusto e ben dosando i colori. Vladimir Sazdovski, il Principe Gremin, offre una buona esecuzione dell’aria in cui si risolve sostanzialmente la sua parte, mentre Dmytro Kyforuk presta voce a Triquet, interpretando senza caricature vocali i couplet di Triquet. Completano il cast Roberto Gentili, Zaretskij, e Hiroshi Okawa, Capitano delle guardie.

La direzione dell’Orchestra del Teatro Verdi è affidata a Fabrizio Maria Carminati che è una presenza costante delle ultime stagioni. Qui tuttavia non convince appieno. Pur offrendo una lettura corretta ed equilibrata nella concertazione, sembra mancare dell’afflato che pervade la partitura risultando, sin dal preludio, poco trascinante. Anche le grandi scene di ballo risultano, seppure chiare nella resa architettonica, poco brillanti al pari della scena della lettera dove anche alcuni esitando risultano privare di slancio il brano.
Eccellente il coro diretto da Francesca Tosi, che offre l’ennesima prova di grande livello e offre il suo importante contributo alla resa di uno spettacolo che fa bene sperare per i prossimi appuntamenti della stagione.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2017/2018
EVGENIJ ONEGIN
Scene liriche in tre atti e sette quadri su libretto
di Pëtr Il’ič Čajkovskij e di Konstantin Šilovskij
dal romanzo omonimo di Aleksandr Puškin
Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Larina Giovanna Lanza
Tat’jana Valentina Mastrangelo
Ol’ga Anastasia Boldyreva
Filipp’evna Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva
Evgenij Onegin Cătălin Toropoc
Vladimir Lenskij Tigran Ohanyan
Il Principe Gremin Vladimir Sazdovski
Un capitano delle guardie Hiroshi Okawa
Zaretskij Roberto Gentili
Triquet Dmytro Kyforuk

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Direttore del coro Francesca Tosi
Regia Vera Petrova
Scene Alexander Kostyuchencko
Costumi Steve Almerighi
Allestimento Teatro dell’Opera di Stato di Sofia
Trieste, 17 novembre 2017

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