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Trieste, Teatro Verdi – Die Zauberflöte

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A vent’anni dalla sua ultima apparizione, Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart ritorna al Teatro Verdi di Trieste in un nuovo allestimento affidato alla regia dell’argentina Valentina Carrasco. La premessa fondamentale per apprezzare, prima che per comprendere, lo spettacolo, è che chi vi assista si abbandoni completamente alla dimensione del gioco, con la stessa libertà, innocenza e quel pizzico di sadica perfidia che anima i fanciulli. Sono loro, due fratelli, Iside e Osiride, i demiurghi che, con i loro fantocci, danno qui vita alla storia, ambientata in una grande casa di bambole a tre piani, le cui pareti si aprono e chiudono per rivelare i diversi ambienti in cui si muovono i personaggi. Se durante la sinfonia assistiamo all’antefatto che il libretto relega al dialogo del secondo atto fra Astrifiammante, Regina della notte, e Pamina (la morte del padre, il passaggio del Cerchio del Sole a Sarastro che prende in custodia Pamina e bandisce la Regina della notte dal Castello), nel corso dei due atti quello che accade sul palco altro non è, infatti, che la proiezione di quel mondo fantastico immaginato dai bambini per i loro pupazzi, dove tutto diviene lecito.

Così non ci stupiamo che il serpente che assale Tamino nella prima scena venga ucciso dalle tre damigelle – tre donne un po’ figlie dei fiori, un po’ new age – con una padellata in testa, o che Papageno arrivi in bicicletta carico di piumini per la polvere. Visto in quest’ottica tutto ha senso e diverte, perché trattato con gusto e garbo: i tre genietti trasformati in bambole meccaniche stile Toy Story (il Marinaretto, il Ranger e lo Sceriffo), la Regina della Notte che nel secondo atto telefona da una cabina a Pamina, rinchiusa nella camera da letto del primo piano della casa, per esortarla a uccidere Sarastro, le prove iniziatiche rese con giochi d’ombra, riflesso delle sadiche torture a cui i due fratelli sottopongono le loro bambole ora bruciacchiandole con gli Sparkler, quei bastoncini che, accesi, spargono scintille tutt’intorno, ora immergendole in ciotole d’acqua; perfino le ormai abusate camice nere, di cui la costumista Nidia Tusal veste Monostatos e gli schiavi. E poco importa che un esterrefatto Superman si ritrovi gettato in scena per un momentaneo capriccio di Osiride o che Papagena rotoli su palco con altri attoniti personaggi – prontamente scacciati da Iside – perché la scatola dei giochi si rovescia. Tutto possono i bambini, che grazie alla loro fantasia, libera da inibizioni, creano e disfanno a loro piacimento, come piccoli dei nietzchiani, infiniti mondi. Quello a cui assistiamo, non disturba, perché, di fatto, nulla aggiunge e nulla toglie alla storia di Schikaneder e Mozart, dove ciascuno è il contrario di ciò che in un primo momento appare e di cui anzi, questa lettura, risolve brillantemente le non poche contraddizioni che ne caratterizzano lo sviluppo.

In una cosa, nondimeno, la Carrasco si è spinta oltre: nella creazione della Polizia Femminista Triestina, tre donne poliziotto che nel corso dell’azione multano quanti si lascino andare a considerazioni misogine, non risparmiando neppure Sarastro. Quel maschilismo, che così mette alla berlina e che può apparire non politicamente corretto, è pure figlio di quel tempo e ha una sua ragione nel testo. Se il padre morente di Pamina ammonisce la moglie Astrifiammante di “non ricercare l’essenza che è incomprensibile allo spirito femminile”, se il Primo Sacerdote afferma che “una donna fa poco e chiacchiera molto” e lo stesso Sarastro, appunto, sostiene che senza un uomo che la guidi “suole ogni donna deviare dalla via che le è propria”, è pure vero che Pamina e Papageno insegnano che “l’uomo con la donna e la donna con l’uomo s’innalzano fino alla divinità” e Tamino, con i due armigeri, canta che “una donna che non teme notte e morte è degna, e viene iniziata”. Servono Ragione e Sentimento appunto per vincere il maschilismo, e forse il concetto stesso di polizia femminista non entrerebbe nei giochi di bambini.

Anche il cast chiamato a sostenere le numerose parti si è dimostrato all’altezza e nel complesso convincente ed equilibrato. Molto si è fatto apprezzare per freschezza vocale e spigliatezza scenica il Papageno di Peter Kellner che era al suo debutto italiano, forse il più applaudito del primo cast. Elena Galitskaya ha reso bene le angosce amorose di Pamina – figlia e amante – offrendo un’intensa interpretazione dell’aria del secondo atto, dimostrando di avere sempre ben chiaro il fraseggio mozartiano. Katharina Melnikova vestiva i panni di Astrifiammante: corretta nell’esecuzione della prima aria, in cui tuttavia è parsa carente del piglio solenne e imperioso richiesto dall’allegro moderato, è risultata più convincente nella seconda in cui le agilità avevano la giusta precisione e il timbro risuonava omogeno anche nei sovracuti. Il Tamino di Merto Sungu, di origine turca, è certo un personaggio simpatico, un giovanotto alla mano capace di mettersi alla prova e pronto a diventare uomo, anche se il suo canto, specie nel primo atto, è sembrato povero di colori e delle raffinatezze richiesta dalla parte. Nobile nel fraseggio e con bel timbro non forzato neppure nei suoni gravi il Sarastro del basso David Steffens, e ottima la prova di Motoharu Takei nel ruolo di Monostatos. Forse un po’ troppo bassa la parte di Papagena per la voce di Lina Johnson che proviene da ben altri ruoli (Rosina, Regina della Notte, Oscar) e che risultava talora difficile a sentirsi. Buono tutto il resto del cast a partire dalle tre damigelle di Olga Dyadiv, Patrizia Angileri, Isabel de Paoli, ai tre genietti di Elena Boscarol, Simonetta Cavalli e Vania Soldan, all’oratore di Horst Lamnek, dotato di un bel timbro di basso, ai due sacerdoti Giuliano Pelizon e Francesco Paccorini.

Nel secondo cast – ascoltato alla recita del 14 gennaio, e che ricanterà il 21 gennaio – Tamino era Vassilis Kavayas, voce chiara e bene in maschera, mentre Papageno era affidato a Dario Giorgelè che ha offerto una bella prova vocale. Spiccava la Pamina di Lucrezia Drei, a proprio agio tanto nei momenti più lievi della parte che nel pathos dell’aria del secondo atto, che ha reso con ottimo fraseggio e ricchezza di colori. La Regina di Olga Dyadiv (Prima Dama nell’altro cast) è stata precisa nei picchettati, ma scale e terzine non sono risuonate propriamente cristalline e fluide. Petar Naydenov è stato un Sarastro corretto, ma piatto e poco autoritario e solenne. Rinako Hara ha preso il posto della Dyadiv come Prima Dama, bene integrandosi con le sue compagne.
La direzione di Pedro Halffter Caro si è dimostrata attenta alle esigenze del canto e capace di trovare in orchestra i giusti colori e tempi, senza cali nella tensione narrativa, ben assecondato dalla compagine del Verdi.
Malauguratamente, la regista Carrasco ha scordato, nell’uscire a ringraziare il pubblico, l’assunto del suo allestimento: che tutto è gioco. Avrebbe fatto meglio ad accogliere con leggerezza, senza la supponenza che è sembrata dimostrare quasi provocandolo, i fischi che parte del pubblico le ha riservato a fine recita. Purtroppo il raggiungimento della Ragione ci priva talora della spensieratezza del divertimento.
Uno spettacolo che merita di essere visto e che senz’altro migliorerà nelle repliche.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2016/2017
DIE ZAUBERFLÖTE
Opera tedesca in due atti KV 620
Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Sarastro David Steffens/Petar Naydenov
Pamina Elena Galitskaya/Lucrezia Drei
Tamino Merto Sungu/Vassilis Kavayas
Regina della notte Katharina Melnikova/Olga Dyadiv
Papageno Peter Kellner/Dario Giorgelè
Papagena Lina Johnson
Prima Dama Olga Diadiv/Rinako Hara
Seconda Dama Patrizia Angileri
Terza Dama Isabel De Paoli
Monostatos Motoharu Takei
Oratore Horst Lamnek
Primo sacerdote/Secondo armigero Giuliano Pelizon
Secondo sacerdote/Primo armigero Francesco Paccorini
Fanciulli Elena Boscarol, Simonetta Cavalli, Vania Soldan

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Pedro Halffter Caro
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga
Costumi Nidia Tosal
Luci Peter van Praet
Nuovo allestimento della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
in collaborazione con Sawakami Opera Foundation
Trieste, 13 e 14 gennaio 2016

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