Trieste, Teatro Verdi – Brundibár

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Brundibár è un fiore sbocciato nel fango. Il Teatro Verdi di Trieste lo propone come titolo di chiusura della stagione dedicata a “L’opera in un atto”, in una nuova produzione della Fondazione che giunge quasi come una coda del Festival Viktor Ullman dedicato alla Musica degenerata, alla musica concentrazionaria e dell’esilio che si è svolto in Friuli Venezia Giulia.
Lo spettacolo – che ha fra i destinatari anche le scuole, e che auspichiamo molti studenti, e non solo, possano vedere – è allestito nella Sala Victor de Sabata del Ridotto ed è preceduto da una nota drammatizzata scritta da Nicolò Ceriani e affidata alle voci recitanti di Enrico Bergamasco e Giacomo Segulia, nei panni del Gelataio e del Fornaio, due dei personaggi dell’opera. Lo scopo della breve scena è quello di introdurre la trama di un titolo poco conosciuto e, soprattutto, il contesto in cui esso è nato. L’idea originale, funzionale e perfettamente integrata nell’opera vera e propria, rivela ancora una volta le doti di uomo di teatro di Ceriani e testimonia della cura con cui si è lavorato a questo spettacolo, il cui valore trascende quello meramente musicale.

Hans Krása scrisse l’opera, su libretto di Adolf Hoffmeister, per un concorso bandito a Praga per opere per bambini nel 1938. A seguito dell’invasione nazista, l’opera non venne eseguita che qualche anno dopo nel ghetto della città, nell’orfanotrofio ebraico sito in Belgicka Street. Tuttavia di quella prima versione non ci è giunta la partitura. L’autore fu in seguito imprigionato nel campo di Theresienstadt dove riorchestrò l’opera affidandone poi l’esecuzione ai musicisti e a bambini prigionieri come lui. Fra il 1943 e il 1945 si contano 55 repliche nel campo e il suo allestimento fu sfruttato dalla propaganda nazista nel documentario Theresienstadt – eine Dokumentarfilm aus den jüdische Siedlungsgebiet. A una di quelle recite assistettero nel 1944 anche membri della Croce Rossa Internazionale: fu considerato un esempio delle attenzioni che si prestavano allo stile di vita dei prigionieri, ai quali era concesso fare musica e allestire spettacoli. Due settimane dopo Hans Krása morirà, neppure 45enne, nelle camere a gas del campo di Auschwitz.

La regia della produzione triestina è affidata a Lorenzo Giossi che firma anche scene, costumi e luci. Con pochi mezzi Giossi crea uno spettacolo di profonda poesia che nella sua semplicità può essere annoverato fra i più belli e riusciti a cui abbiamo potuto assistere nel corso di questa doppia Stagione al Teatro Verdi. Usciti di scena i due attori, sul palco allestito nella sala del Ridotto prendono posto, alla sinistra del pubblico, l’Orchestra del Teatro Verdi in una compagine ridotta, di poco più di una quindicina di elementi, superbamente diretta da Davide Casali. Esperto di musica ebraica e contemporanea, nonché direttore del sopra ciato Festival Ullman, Casali offre una lettura attenta, trascinante, di volta in volta sognante e distaccata della partitura, evidenziando tutti gli influssi stilistici che la pervadono: sia quelli derivanti dalla musica colta – Ravel, Schönberg, Weill (autore con Brecth di Der Jasager che fu probabilmente il diretto ispiratore dell’opera) -, sia quelli di matrice popolare come il jazz e la musica ebraica che vi giocano un importante ruolo.
Alla destra degli spettatori si posizionano invece I Piccoli Cantori della Città di Trieste, diretti e preparati da Cristina Semeraro che hanno eseguito e recitato, tutti, solisti e coro, con la disinvoltura e perizia pari a quella dei loro colleghi adulti che si esibiscono nella sala principale del Teatro. Sono vestiti in semplici abiti grigi, che restituiscono ad un tempo il clima di povertà in cui è ambientata la favola di Brundibár, sia quello storico della prima esecuzione. Schierati in doppia fila sul proscenio formano un sipario umano all’aprirsi del quale si offre alla nostra vista un unico elemento scenico: un carretto dei gelati che si trasforma nell’organetto suonato dal perfido Brundibár. I fratelli Pepicek e Aninka – Maria Vittoria Capaldo e Sofie Pfeifer – alla ricerca del latte per loro mamma malata, dovranno scontrarsi con quest’ultimo per ottenerlo. Scacciati e derisi da un poliziotto (Giovanna Izzi), non hanno infatti altro mezzo che la loro voce per procurarsi i soldi necessari per acquistarlo dall’avido lattaio, interpretato da Iris Fabri. Ma i loro canti non sono ascoltati dagli adulti, che continuano a gettare i loro denari nel cappello di Brundibár. Luca Tongiorgi, ne fa un personaggio inquietante, demoniaco, ghignante che ipnotizza con la sua musica meccanica chi lo ascolti. In loro aiuto vengono un cane, un gatto e un passero, che li consolano nelle tenebre della notte.
Giossi non realizza veri costumi per questi tre personaggi, ma semplicemente pone in mano ai ragazzini che li interpretano tre pupazzi realizzati poveramente, con ingegno e fantasia come dovette accadere nelle recite di Therezin. L’uccellino è fatto di pochi stracci che calzano il bracco di Irene Morpurgo, il Gatto è costruito con una scatola rettangolare e una di cartone quadrata per la testa ed è mosso da Teresa Fornasero, il cane nelle mani di Marta Halupca è fatto di panno.

L’elemento fondamentale che anima tanto la storia quanto l’allestimento è, del resto, la fantasia: quella dei bambini, che sanno far parlare chi non ha voce, e nel cui mondo una palla di gelato è capace di staccarsi dal cono del Gelataio e, attaccata a una povera canna da pesca, diventare una luna che illumina il sonno dei due piccoli protagonisti nel breve e intenso intermezzo. Al loro risveglio, aiutati dai tre animali e degli altri bambini, riescono infine con il loro canto a sconfiggere la malvagia musica di Brundibár, e a imprigionarlo nel lungo foglio di carta forata del suo organetto, recuperando anche i soldi che essi si erano guadagnati e aveva loro rubati.
L’opera finisce con una marcia di vittoria che inneggia al potere della musica e al coraggio dei bambini: “la gioia e il nostro canto l’hanno sconfitto”. Ma quest’ultimo numero della partitura suona, ai nostri orecchi, come una beffa. La Storia, lo sappiamo, ha scritto per molti di loro come per il loro autore un finale diverso. Così, il senso di straniamento che coglie lo spettatore fra il lusso dorato delle colonne della Sala del Ridotto è tanto maggiore al pensiero che ancora oggi esistono altri campi in cui la musica, una canzone, una fiaba o un fantoccio costituiscono l’unica, effimera fuga da una realtà tragica. Ascoltando quest’ultimo canto, ripensando a quel contesto e alla semplice poesia della produzione a cui abbiamo assistito, non può non venire in mente, come ultimo pensiero, un frammento di Menandro, commediografo del IV secolo A.C.: “che grande cosa è l’Uomo quando è veramente un Uomo”. E questo è un vangelo laico da cui quotidianamente dovrebbero sbocciare a mille altri fiori come Brundibár.

Teatro Verdi, Sala del Ridotto Victor de Sabata
Stagione lirica e di balletto 2016/2017
BRUNDIBÁR
Opera per bambini in due parti
Libretto di Adolf Hoffmeister
Musica di Hans Krása

Pepicek Maria Vittoria Capaldo
Aninka, sua sorella Sofie Pfeifer
Brundibár, suonatore d’organetto Luca Tongiorgi
Il gelataio Enrico Bergamasco
Il fornaio Giacomo Segulia
Il lattaio Iris Fabi
Il poliziotto Giovanna Izzi
Il cane Marta Halupca
Il gatto Teresa Fornasaro
Il passero Irene Morpurgo
Cori di scolari e di adulti

Orchestra e tecnici della Fondazione lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Davide Casali
Coro I Piccoli Cantori Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro
Regia, scene e costumi Lorenzo Giossi
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 14 maggio 2017

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