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Torre del Lago, Festival Puccini 2017 – Turandot

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Il 63° Festival Puccini di Torre del Lago si apre con una Turandot complessivamente non alla altezza delle aspettative. Lo spettacolo, un nuovo allestimento, rappresenta il debutto di Alfonso Signorini nella regia d’opera.
Signorini palesa immediatamente il proprio intento, che è quello di mostrare l’aspetto più intimo e fragile di Turandot: nessuna virago irraggiungibile dunque, ma una figura femminile che sotto i paramenti nasconde le proprie insicurezze, debolezze e timori. Nulla di nuovo sotto il sole, se si considera quanti e quali professionisti del settore ci abbiano provato, chi con successo e chi no, prima di lui. Quello che funziona poco è la gestione dello spazio scenico, soprattutto per quanto riguarda il posizionamento degli interpreti e l’interazione fra di essi. Qui, Turandot – che in realtà è e rimane “mito” sino all’attimo in cui il bacio di Calaf la rende “terrena” – scende a contatto con i comuni mortali troppo presto e troppo in fretta. Chiunque può avvicinarla, non ci sono distanze di sicurezza tra lei e gli altri. Riesce perciò difficile crederle quando dice “cosa umana non sono” visto che poco prima perfino l’umile schiava Liù ha potuto rincorrerla (e quasi strattonarla per un braccio) al fine di farsi ascoltare. Questa sorta di diminutio della protagonista, a mio avviso non giova né al personaggio, che viene privato in questo modo di gran parte del suo fascino misterioso, né alla drammaturgia dell’opera. Altrove, le trovate di Signorini lasciano perplessi, sollevando più di un dubbio sul gusto di certe soluzioni. Il terzetto delle maschere, per esempio, dove i tre si passano di mano in mano la testa recisa del principe di Samarcanda. Per non parlare poi della conclusione, quando Calaf e Turandot, dopo aver amoreggiato a fianco del cadavere di Liù (che resta morta in scena per tutto il tempo al pari del povero Altoum praticamente mummificato sul trono), sanciscono la “regalità” dell’animo della schiava, ponendole (magra consolazione) una corona in testa.
Le scene di Carla Tolomeo, bidimensionali, antiquate e spente nelle cromìe, non aiutano a far scattare il colpo d’occhio desiderato. Le cose vanno meglio con i costumi di Fausto Puglisi e Leila Fteita, anche se l’amplissimo camicione bianco di piume e paillettes che Turandot indossa nell’ultimo atto, si rivela forse più utile alla Serafin per prodursi in scenografici inchini durante i saluti finali, piuttosto che all’economia dell’insieme.

Poche gioie anche sul versante musicale. La bacchetta di Alberto Veronesi è mossa da un’urgenza che, in diversi punti, risulta eccessivamente precipitosa. Gli accordi iniziali che sfociano nel declamato del mandarino, ad esempio, si esauriscono in pochissimi istanti, togliendo all’incipit la ieratica marzialità che dovrebbe caratterizzarne la tinta. Il maestro sembra voler arrivare quanto prima alle pagine dai tempi più dilatati, e difatti, dopo un “Gira la cote” in cui il disordinato accavallarsi delle battute pone non poco a cimento il pur bravo coro, l’atmosfera si distende e la quadratura ritmica comincia pian piano a delinearsi con maggiore e migliore chiarezza. Nonostante la concertazione poco attenta e ispirata, si ravvisa comunque qualche buon momento nell’accompagnamento delle arie. Per il resto, è pressoché impossibile parlare con profitto di timbriche e dinamiche, considerata l’acustica generalmente infelice del Gran Teatro.

Martina Serafin è una Turandot afflitta da una vocalità depauperata negli armonici e stridente negli estremi acuti, che si fanno sempre più aspri (a anche malfermi nel vibrato) durante l’arco della recita. Però fraseggia ovunque con gusto, pone attenzione a ciascuna frase dosandone il peso e curandone l’inflessione, e si segnala anche per la dizione chiarissima. Sugli scudi della sua prova va senza dubbio l’aria della reggia, caratterizzata da felici intuizioni espressive, mentre nella grande scena degli enigmi, il soprano, pur lavorando bene sull’accento, non può sopperire a quanto le manca in termini di autorevolezza vocale.
Carmen Giannattasio (Liù) delude a causa di un’emissione in cui la pronuncia viene totalmente sacrificata in favore di un suono che è sì scuro e rotondo, ma veicolato da un canto avaro di sfumature e carente di comunicativa. Oltretutto sembra che la cantante abbia qualche difficoltà nell’alleggerire a dovere, laddove il compositore lo prescrive.
Il Calaf di Stefano La Colla dà il suo meglio quando la tessitura si mantiene sulla fascia centrale. In quella zona, esibisce voce morbida e di bel colore, così come dimostra la buona riuscita di “Non piangere Liù”, e riesce perfino a cantare proficuamente nel piano. Diversamente, quando la tessitura gravita sul passaggio di registro per poi salire, si evidenziano mende tecniche che vanno a compromettere la bontà del suono, come pure l’efficacia delle note acute. In tal senso “Nessun dorma”, forse complice anche un velo di emozione, non risuona eroico e spavaldo come dovrebbe.
George Andguladze è un Timur dalla vocalità tornita e dalla resa scenica sicura. I tre ministri hanno le voci di Andrea Zaupa (Ping), Tiziano Barontini (Pong) e Ugo Tarquini (Pang). Zaupa, benché sia il più sonoro dei tre, è anche quello più approssimativo quanto a tenuta musicale, mentre gli altri due approdano a esiti sufficienti grazie a due voci di tenore abbastanza simili nel timbro e coese nella resa.
Il Coro del Festival Puccini diretto da Salvo Sgrò, nonostante gli (inevitabili) scollamenti con la buca di cui si diceva, si dimostra musicalmente preparato e vocalmente uniforme.

Gran Teatro Giacomo Puccini – 63° Festival Puccini 2017
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Martina Serafin
Altoum Nicola Pisaniello
Timur George Andguladze
Calaf Stefano La Colla
Liù Carmen Giannattasio
Ping Andrea Zaupa
Pang Ugo Tarquini
Pong Tiziano Barontini
Un mandarino Carmine Monaco D’Ambrosia
Il Principe di Persia Samuele Simoncini
I Ancella Francesca Pacini
II Ancella Donatella De Caro

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Coro delle voci bianche del Festival Puccini 
Direttore Alberto Veronesi
Maestro del coro Salvo Sgrò
Maestro del coro di Voci Bianche Viviana Apicella
Regia Alfonso Signorini
Scene Carla Tolomeo
Costumi Fausto Puglisi e Leila Fteita
Disegno luci Valerio Alfieri
Coreografia Cristina Gaeta
Nuova produzione
Torre del Lago, 14 luglio 2017

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