Torino, Teatro Regio – Katia Kabanova

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“Ho cominciato a scrivere una nuova opera. Il personaggio principale è una donna di animo dolce e gentile. Ella svanisce al solo pensarla, un alito di vento la spezzerebbe via – figuriamoci la tempesta che le scoppia sul capo”. Con tali parole, indirizzate da Leoš Janáček a Kamila Stösslová, una donna sposata di cui era innamorato e che considerava la sua musa, il compositore ceco parla dell’inizio della stesura di una sua nuova creazione, tratta dal dramma in cinque atti Groža (L’uragano) di Aleksandr Ostrovskij. Ecco, in nuce, l’argomento di Katia Kabanova, opera in tre atti su musica e libretto di Janáček stesso, che debutta con straordinario successo il 23 novembre 1921 al Teatro Nazionale di Brno.
La vicenda di questa “Madame Bovary russa” si svolge a Kalinov, sulle rive del Volga, e vede come protagonista Katěrina Kabanová (detta Katia), sposa fragile e romantica che, macchiatasi di adulterio, decide di espiare il peccato gettandosi nelle gelide acque del fiume, sfuggendo così ai sensi di colpa, alle vessazioni continue della suocera e all’opprimente, gretta società che la circonda. Una storia di conflitti, dunque: tra ragione e sentimento; tra passione e dovere coniugale; tra una mentalità ipocrita e corrotta e un cocente desiderio di evasione che, ineluttabilmente, sfocerà nel suicidio come forma di protesta e di affrancamento.

Dopo la frizzante edizione de La piccola volpe astuta dello scorso anno, prosegue il Progetto Janáček-Carsen programmato dal Teatro Regio di Torino, che prevede per ogni stagione una pièce del musicista nativo di Hukvaldy riletta dal regista canadese Robert Carsen. Titolo mai eseguito nella città sabauda, Katia Kabanova si avvale dell’allestimento concepito nel 2004 per l’Opera Vlaanderen (Anversa/Gand), qui ripreso da Maria Lamont, e che negli anni è stato visto anche in altri teatri. Grazie alle essenziali scene di Patrick Kinmonth (responsabile anche dei rigorosi costumi di foggia novecentesca), e al suggestivo gioco di luci dalle cromie tendenzialmente fredde ideato da Peter Van Praet e dallo stesso Carsen, il regista canadese concepisce uno spettacolo estremamente poetico e intimista, dove emergono prepotentemente l’introspezione psicologica e i caratteri dei numerosi personaggi.
Il palcoscenico è occupato da un’enorme piscina contenente circa 11.000 litri d’acqua, sulla cui superficie vengono, di volta in volta, composte e scomposte delle passerelle lignee. L’acqua, appunto: l’acqua del fiume Volga, la quieta sostanza materna che, indifferente alle fatiche e alle passioni umane, segue il proprio corso; l’acqua come Grande Madre che tutto assorbe e che accoglie fra le sue braccia il corpo di Katia; l’acqua come simbolo di purificazione e di affermazione della nuova autocoscienza personale della tragica eroina.
Numerosi sono i momenti toccanti della regia di Carsen, per esempio il finale primo: rimbrottato dalla madre castratrice, il succube Tichon parte per il mercato di Kazan, e la giovane protagonista, rimasta sola in scena, sale in piedi su una sedia e apre le braccia, dando così sfogo al suo desiderio di volare via da quell’ambiente bigotto, simile a un uccellino o a una fragile farfalla. Efficaci e oniriche le coreografie di Philippe Giraudeau e Erika Rombaldoni, che vedono impegnate a stretto contatto con lo specchio d’acqua numerose figure femminili vestite di bianco.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio, Marco Angius predilige una direzione dinamica, vibrante, di forte impatto emotivo e vitale, contrapponendo nettamente le parti elegiache (valga, a titolo esemplificativo, l’appassionato Duetto “Jste to vy, Katěrino Petrovno?”, velato da nuances sensuali) e quelle maggiormente movimentate (la tempesta del III atto). Da sottolineare una preferenza per sonorità spesso corpose e voluminose, a volte soverchianti rispetto al palcoscenico.

Il soprano slovacco Andrea Danková è Katěrina Kabanová, detta Katia: molto musicale ed elegante, in possesso di una voce non debordante, metallica in acuto e a tratti debole nel registro grave, curata negli accenti e nella linea di canto. Ottima e sentita risulta l’interpretazione, dove emerge la solitudine di una donna desiderosa di amore e che, a stento, riesce a reprimere le sue pulsioni erotiche.
Baldanzoso il Boris Grigorjevič del tenore ucraino Misha Didyk: vocalità squillante e vigorosa, contraddistinta da acuti quasi sempre sicuri e tonanti, delinea un amante passionale e, al contempo, premuroso.
Sugli scudi la prova del mezzosoprano inglese Rebecca de Pont Davies, nei panni dell’algida e autoritaria Marfa Ignatěvna Kabanova, detta Kabanicha, depositaria di una tradizione matriarcale asfissiante: la voce è luminosa, salda e penetrante nelle note alte, in alcuni casi opaca in quelle gravi; magnetica e carismatica la recitazione.
Centrato caratterialmente il debole Tichon Ivanyč Kabanov del tenore slovacco Štefan Margita, dalla vocalità brillante e controllata, vivace e ben proiettata, in grado di piegarsi a suggestive mezzevoci.
Credibile il mezzosoprano ucraino Lena Belkina come Varvara: servendosi di una vocalità timbricamente chiara, omogenea e rotonda nell’emissione, e di un’interpretazione giustamente civettuola, conferisce al personaggio la freschezza e l’imprudenza della giovinezza.
Più che buone le prestazioni del tenore Enrico Casari (Váňa Kudrjáš) e del basso-baritono tedesco Oliver Zwarg (Savjol Prokofjevič Dikoj): deciso negli accenti e prestante il primo, notevole nel fraseggio e laido nel tratteggio scenico il secondo.
Centrati gli interventi del Coro del Teatro Regio, guidato da Claudio Fenoglio.

Al termine, successo caloroso e applausi convinti per tutti gli interpreti.

Teatro Regio – Stagione Opera e Balletto 2016/2017
KATIA KABANOVA
Opera in tre atti
Libretto e musica di Leoš Janáček

Katěrina Kabanová, detta Kátia Andrea Danková
Tichon Ivanyč Kabanov/Un passante Štefan Margita
Marfa Ignatěvna Kabanová, detta Kabanicha Rebecca de Pont Davies
Boris Grigorjevič Misha Didyk
Savjol Prokofjevič Dikoj Oliver Zwarg
Váňa Kudrjáš Enrico Casari
Varvara Lena Belkina
Kuligin Lukáš Zeman
Gláša Lorena Scarlata
Fekluša Sofia Koberidze
Una donna tra la folla Roberta Garelli

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore Marco Angius
Maestro del Coro Claudio Fenoglio
Regia Robert Carsen ripresa da Maria Lamont
Scene e costumi Patrick Kinmonth
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia Philippe Giraudeau
Direttore dell’allestimento Paolo Giacchero
Allestimento Opera Vlaanderen (Anversa/Gand)
Torino, 18 febbraio 2017

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