Roma, Terme di Caracalla – Nabucco

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Terzo titolo della stagione estiva di Caracalla è Nabucco. È la ripresa di un allestimento dello scorso anno e, per quel che riguarda la regia Federico Grazzini, sembra essere uno spettacolo già visto non soltanto in questa sede. Occorre premettere che Nabucco è un titolo di difficile resa per un regista che voglia darne una lettura nuova. Fra le originalità, possiamo annoverare il tentativo di integrare le rovine delle imponenti Terme di Caracalla – forse simbolo della distrutta città ebrea – con le post-moderne scenografie di cemento armato, armoniosamente disposte ai due lati del palco. Tuttavia, pur essendo una scena con praticabili, pochissimo viene sfruttata la verticalità nella ideazione registica, sia per i solisti, sia per il coro, che è invece disposto per grandi masse, gesticola genericamente e senza grande partecipazione. Poco originali anche le videoproiezioni di Luca Scarzella che accompagnano didascalicamente tutto lo spettacolo, spesso velate da un uso eccessivo della fog machine. Si ha dunque l’idea di uno spazio scenico post nucleare, dove non sono ben individuabili i diversi popoli se non da un generico abbigliamento da oppressi e oppressori: i primi ricordano gli ebrei deportati nei campi di sterminio, i secondi hanno in più le armi e gli elmi, ma i colori delle stoffe sembrano assai simili. Forse il solo abito di Abigaille nella II parte, tra l’altro alquanto poco adatto al fisico dell’interprete, sembra ricordare le divise militari tedesche. Le luci di Alessandro Carletti tagliano questa scena statica, suddivisa in due zone solo nella seconda parte dello spettacolo, ma nuovamente unificata in conclusione, donando allo spettacolo un altro efficace tassello nella ricerca di una concezione originale che però, nel suo insieme, non è raggiunta.
Persino la sinfonia, impiegata dal regista come se fosse un momento del dramma, invece di mostrarci qualcosa di nuovo e diverso, si arena in un didascalico racconto di tutti quei conflitti che saranno esposti durante l’opera: in buona sostanza, un’occasione perduta. Eppure qualche guizzo di originalità c’è (come l’idea di far piombare il fulmine su Nabucco non per mano di Dio, ma per mezzo di Abigaille: una trovata che poteva dare un taglio differente a tutto l’impianto registico e ai rapporti di forza fra i personaggi), ma si perde troppo spesso, cadendo nel già visto o nell’effetto senza seguito.

La direzione di Roberto Rizzi Brignoli è elegante e suggestiva, soprattutto in alcuni passi – con Zaccaria e con Abigaille – in cui sembra cesellare il suono orchestrale fino a ridurlo a un sussurro. Le voci e le mezzevoci degli interpreti si incastonano come pietre preziose su un tessuto armonico che ci ricorda il velluto, grazie ai suoni rotondi e caldi degli archi. Nei momenti di maggiore intensità sa poi dosare con il giusto equilibrio il piano e il forte di tutti gli artisti coinvolti, lasciando nel pubblico l’impressione sincera della monumentalità della musica verdiana.

Nel cast sono presenti interpreti maturi e i più giovani allievi del Progetto Fabbrica, ma nonostante questa compresenza l’impressione generale è di grande equilibrio e di aderenza ai ruoli.
Il Nabucco di Gevorg Hakobyan è brunito e violento, anche se a tratti generico nella gestualità. La voce è adatta al ruolo, ma del protagonista gli manca l’anima e, nella resa vocale, l’uso più accorto di dinamiche, laddove tutto sembra giocarsi fra il mezzoforte e il forte.
Abigaille è Csilla Boross, che ha già interpretato il ruolo molte volte. E in effetti è chiaramente padrona della scansione drammatica e delle ardue asperità che la parte prevede, ma si ha l’impressione che la voce – pure molto bella nel mezzoforte e nei cantabili – forzi eccessivamente il registro acuto per ottenere incisività e sia carente nel registro grave, che pure è presente nella scrittura di questo personaggio.
Antonio Corianò, Ismaele, ha una voce sempre a fuoco, schiettamente lirica ed è perfettamente a suo agio nella parte. Al suo fianco la Fenena di Erika Beretti ha saputo dare il meglio sia in termini di interpretazione sia in termini vocali, soprattutto nella preghiera dove, sapientemente sostenuta dall’orchestra, ha sfoggiato un legato pregiato e una tenera dolcezza espressiva.
Riccardo Zanellato è stato uno Zaccaria di grande lusso, elegante nelle mezzevoci che si smorzavano nei pianissimo, energico nella cabaletta, autorevole nei recitativi, peccato che nulla in scena ci aiutasse a comprenderne il ruolo nel dramma. Bravi anche Alessio Cacciamani, Ivan Defabiani, dal timbro squillante, e Valentina Varriale, che nonostante il ruolo infelice ha fatto ascoltare i suoi eroici acuti nei pezzi concertati. Buona la prestazione del Coro del Teatro dell’Opera di Roma diretto da Roberto Gabbiani.

Opera di Roma – Stagione estiva 2017
NABUCCO
Dramma in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Gevorg Hakobyan
Ismaele Antonio Corianò
Zaccaria Riccardo Zanellato
Abigaille Csilla Boross
Fenena Erika Beretti*
Il gran sacerdote di Belo Alessio Cacciamani
Abdallo Ivan Defabiani
Anna Valentina Varriale*
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program”del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Roberto Rizzi Brignoli
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Federico Grazzini
Scene Andrea Belli
Costumi Valeria Donata Bettella
Movimenti Coreografici Marta Iagatti
Luci Alessandro Carletti
Video Luca Scarzella
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 27 luglio 2017

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