Roma, Terme di Caracalla – Carmen

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Singolare e provocatoria la Carmen ideata da Valentina Carrasco per la stagione estiva del Teatro dell’opera di Roma, complici le moderne scene di Samal Blak, gli originali costumi di Luis Carvalho e le luci sinistre di Peter van Praet. L’ampio palcoscenico si dilata, tutte le rovine romane sono sapientemente impiegate come un maxischermo per le proiezioni scenografiche, coerenti e ottimamente ideate. Si alternano così le montagne rocciose, il Monte Rushmore, i segnali luminosi dei locali notturni, le indicazioni stradali e infine le figure de “La Catrina”, la personificazione messicana della morte. Tutto in questo allestimento infatti ci riconduce al Messico, persino i cempasúchil, soprannominati “Flor de muertos”, che adornano gli altari del quarto atto, dove la Festa dei Morti sostituisce la Corrida, pure inevitabilmente suggerita dal trionfale toro dorato decapitato da Escamillo su di un’alta piattaforma, mentre in basso si consuma il brutale omicidio di Carmen.
La morte di Carmen è costantemente suggerita sia dalla presenza in scena di una muta bambina vestita di bianco, simbolo forse della giovane protagonista, della sua anima o del suo destino ineluttabile, sia dal cadavere che, nel silenzio dell’ouverture, viene trasportato dai soldati fra le grida mute dei compatrioti. Da questo punto di vista, tutto il dramma può essere considerato come una sorta di mito, ciclico e perennemente uguale a se stesso, un concetto che è proprio delle civiltà precolombiane. La fine di Carmen è dunque una morte che si ripete all’infinito, come persino la scena delle carte sembra suggerire. E che in questo caso si fa anche simbolo della disperazione di un popolo.
La regia, infatti, va oltre la citazione folcloristica: è anche e soprattutto critica sociale (e forse anche politica, data la reazione dell’Ambasciatore messicano presente alla Prima) verso una realtà corrotta, in entrambi gli Stati. L’azione inizia infatti al confine fra Messico e Stati Uniti. Il luogo del primo atto è dichiaratamente comprensibile grazie al muro zeppo di graffiti e al gabbiotto dei doganieri, ed è piuttosto un non-luogo, riempito di venditori di souvenir, di bambini soldato, di disperati che vengono riportati indietro perché non in linea con gli standard statunitensi. Mentre il secondo atto è impostato sulla provocazione e sulla promiscuità sessuale (così come era anticipato durante l’Habanera), ma è scenicamente poco interessante, nei restanti atti i conflitti si accendono e con essi muta anche la scena. Nel terzo, in particolare, il muro è scomparso e lo spettatore ha l’impressione di trovarsi realmente nel deserto texano, fra tumbleweeds e un gigantesco teschio bovino, un luogo fisico e insieme metafisico che dà corpo ai sentimenti dei protagonisti e ne amplifica la solitudine.
Una menzione speciale merita la coreografia di Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini che fra terzo e quarto atto realizzano un balletto di scheletri ironico, spassoso e perfettamente coerente con lo spirito registico.

La direzione di Jordi Bernàcer è energica e agguerrita, talvolta anche un po’ troppo, e capita che, in alcuni momenti, il coro o i solisti da fuori scena non riescano a stargli al passo. Ma nel complesso mette in luce di Carmen il lato più schiettamente vitalistico, dando corpo a quei contrasti timbrici e alle improvvise aperture melodiche che, di solito, ci si aspetta da questa partitura. Il coro, molto impegnato in quest’opera, è assai ben amalgamato e agisce coerentemente in scena riempiendo tutti gli spazi che la regia gli offre.

La Carmen di Ketevan Kemoklidze ha un atteggiamento disinvolto, disinibito e sfacciatamente provocatorio, ma la sua voce, che non brilla per volume ed è a volte imprecisa nell’intonazione, è poco udibile quando smorza nella mezzavoce (anche in questo caso l’amplificazione non è di supporto), mentre nei momenti di maggiore partecipazione drammatica rischia di essere eccessivamente tesa nel registro acuto.
Andeka Gorrotxategi è un Don José scenicamente credibile e possiede una voce ricca di armonici e brunita ma ha una tendenza a scurirne il colore per apparire forse più drammatico laddove il suo timbro naturale basterebbe a rendere ogni sfumatura del personaggio. L’Escamillo di Alexander Vinogradov è virile e cesellato quanto basta, senza eccessi vocali o scenici.
Rosa Feola incarna invece una Micaela di grande classe. Non solo è padrona della scena, ma canta tutta la parte con passione e uso sapiente di sfumature e legato, centrando con musicalità l’anima di un personaggio solo apparentemente semplice.
Eccellenti i quattro compagni di Carmen, soprattutto nel quintetto, e l’elegantissimo Zuniga di Gianfranco Montresor, la cui voce e presenza scenica fanno pensare a parti di ben altro spessore.

Opera di Roma – Stagione estiva 2017
CARMEN
Opera in quattro atti
Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
Dal romanzo di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet

Carmen Ketevan Kemoklidze
Don José Andeka Gorrotxategi
Escamillo Alexander Vinogradov
Micaela Rosa Feola
Frasquita Daniela Cappiello
Mercedes Anna Pennisi
Dancairo Alessio Verna
Remendado Pietro Picone
Zuniga Gianfranco Montresor
Morales Timofei Baranov*
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Valentina Carrasco
Scene Samal Blak
Costumi Luis Carvalho
Luci Peter van Praet
Coreografia Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini
Nuovo allestimento
Roma, Terme di Caracalla, 20 luglio 2017

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