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Roma, Teatro Palladium – Non è un paese per Veggy

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Debutta al Teatro Palladium l’opera-panettone in un atto Non è un paese per Veggy, composta da Domenico Turi su libretto di Federico Capitoni per il Festival Nuova Consonanza di Roma in collaborazione con la Fondazione Roma Tre-Teatro Palladium e l’Accademia Filarmonica Romana.
Il titolo e la definizione di genere che ne danno gli ideatori già rendono l’idea dello spettacolo che questo gruppo di giovani e appassionati artisti ha portato sul palco dello storico teatro romano. L’intento dell’opera-panettone (chiara citazione dei cine-panettoni che tanto successo hanno presso il pubblico) è proprio quello di scuotere la convinzione di chi pensa che le nuove opere siano unicamente frutto dell’intellettualismo e, d’altro canto, che il successo possa essere raggiunto solo attraverso la volgarità, la banalità e l’inutilità di ogni linguaggio artistico. Ma il bersaglio programmato non si ferma qui, l’intenzione dichiarata nel programma di sala è proprio quella di mettere in luce anche tutto quel mondo che ruota attorno alla creazione artistica con i compromessi e i ridicoli atteggiamenti degli addetti ai lavori.
Il risultato è in realtà un lavoro che dietro un libretto volutamente “brutto”, scontato, volgare, zeppo di rimandi pubblicitari o caricaturali, associa una partitura intelligente, variegata, piacevole e piena di invenzioni in cui le numerose citazioni musicali sono a totale servizio della drammaturgia e mai fine a se stesse. Altra nota vincente è la scelta di un continuum drammatico, ma non musicale – adatto alla situazione metateatrale – in cui l’alternarsi del parlato e del cantato mette in vista la qualità dei “brani chiusi” e limita gli spazi di un recitativo inusuale alle orecchie contemporanee se incentrato su situazioni verosimili. L’insieme, completato da un cast estremamente duttile e azzeccato, raggiunge un ottimo livello, anche in termini esecutivi. Meno convincente la regia, che però  cerca di adattarsi al meglio a spazi e tecnologie non perfettamente ad hoc.

Lo spettacolo inizia con l’ingresso in scena di Claudio Diotallevi, detto Veggy: regista e attivista vegano che dovrebbe dirigere un melologo di stampo ambientalista. La sua felicità iniziale – un breve monologo recitato – è presto interrotta dalla scoperta della nuova interprete che sostituirà la precedente, sfortunatamente indisposta. Da questo punto in poi è tutto un capitolare a ogni intervento di ogni nuovo personaggio: prima l’inetto direttore artistico, poi il cavalier Zampetti, titolare di un salumificio e sindaco della città, infine la giornalista Sofia Riccardi Rossi Farnese andranno a rovesciare i suoi piani. Il colpo finale al povero regista, schiacciato dall’aggressiva volgarità, dall’abbrutimento culturale e dall’inetta grettezza del mondo che lo circonda, viene però inflitto dall’ingresso in scena di una porchetta enorme che sarà poi gustata da tutto il pubblico nel foyer del teatro, alla fine dell’opera.

Fra gli interpreti, la parte meno caratterizzata – vocalmente – è proprio quella di Veggy. Molto più ibrido degli altri nella fisionomia vocale, in realtà è anche vittima della drammaturgia: sempre presente in scena, non agisce mai. Il suo compito principale è quello di reagire, perché l’azione (persino il suicidio: via d’uscita di ogni operista romantico) gli è negata. Gianluca Bocchino delinea con grande inventiva questo personaggio, dando il meglio di sé più sul versante attoriale che su quello vocale, nonostante il timbro piacevole. Splendidamente caricaturale è invece Damiana Mizzi che piega il suo fisico agile e la sua voce squillante di soprano ai capricci e alle smorfie di Cecilia, riuscendo a raggiungere una credibilità sia nella seriosa aria dell’olio di palma sia nel duetto, dai palesi richiami alle melodie di Sanremo, con Orfeo, il compositore. Quest’ultimo è interpretato da Giorgio Celenza che ha una presenza scenica sfrontata, ma una vocalità ancora poco matura, nonostante il bel colore baritonale.
Notevoli, sul versante scenico e musicale, sono gli interpreti dei restanti tre personaggi: il Cavalier Zampetti, Santi Netto e Sofia. Il primo ha voce e fisicità dirompente di Mauro Borgioni, dal canto spesso ridondante, in linea con il carattere cafone dell’imprenditore lombardo che raggiunge l’apice con il Jingle “Buongiorno Zampetti” accompagnato dalla fisarmonica. Il secondo, Luca Cervoni, tenore già ascoltato nel repertorio barocco dove esprime il meglio della sua vocalità, ha modi e abiti untuosi, ma una voce penetrante e un approccio da caratterista perfettamente aderente all’inettitudine suggerita dal nome stesso del personaggio. A lui è rimesso il brano, a mio parere, più interessante della partitura che inizia con una malinconica melodia in minore, contrappuntata dalla dolcezza del clarinetto, e termina come una sorta di tarantella. Con lui fa il paio, nella scena che segue, il mezzosoprano Chiara Osella che mette in campo tutti i suoi mezzi per regalarci una Sofia Riccardi Rossi Farnese più volgare che mai. Personaggio azzeccato nel fisico, nella voce, nelle movenze e nella brillante scrittura musicale, nonché nella scioltezza scenica: se il suo ingresso sembra simile a quello della Baronessa del Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota, il seguito vira decisamente verso toni meno ironici e ben più espliciti alla Tinto Brass, ma associati a una musica, quella del duetto “Lustrini e paillettes”, che sembra ammiccare alle cabaret songs di Britten.
Fra citazioni rossiniane, parodie mozartiane, interpolazioni swing, rap e banali canzonette pubblicitarie, si arriva al finale esilarante e assurdo. Veggy in fin di vita sulla sua sedia alla Fellini è dimenticato dai cinque che si abbandonano al cibo e al sesso attorno al tavolo, immagine di una estremizzazione degli appetiti scarpettiani di Miseria e nobiltà.

La regia di Ivano Capocciama ha la pecca di essere a volte un po’ confusa, mentre in alcuni momenti riesce a colpire perfettamente nel segno di quello che testo e musica vogliono trasmettere. Le luci, poi, troppo spesso fuorvianti rispetto alla posizione dei personaggi in scena, risultano a loro posto sono in un paio di momenti: durante l’aria di Santi e nel finale, dove viene illuminata la grande testa di porco calata dall’alto, simbolo forse di un sacrificio dell’Arte in nome del mercato.

L’Imago Sonora Ensemble, in scena con gli interpreti insieme al suo attento direttore Andrea Ceraso, esegue con correttezza una partitura chiara e non inutilmente intellettualistica. Fra loro vale la pena citare Alice Cortegiani per la dolcezza delle melodie eseguite al clarinetto, Samuele Telari che fa vibrare la sua fisarmonica con lo stesso carattere sfrontato dell’azione, e Luca Pomponi alle percussioni.

Teatro Palladium – 54° Festival Nuova Consonanza
NON È UN PAESE PER VEGGY
Opera-panettone in un atto
Da un’idea originale di Federico Capitoni e Domenico Turi
Drammaturgia e libretto di Federico Capitoni
Musica di Domenico Turi

Claudio Diotallevi, detto Veggy, il regista Gianluca Bocchino
Orfeo il compositore Giorgio Celenza
Cecilia Farnese il soprano Damiana Mizzi
Santi Netto, il direttore artistico Luca Cervoni
Sofia Riccardi Rossi Farnese la giornalista Chiara Osella
Cav. Zampetti, il sindaco della città Mauro Borgioni

Imago Sonora Ensemble
Alice Cortegiani clarinetto, Misia Iannoni Sebastianini violino, Simone Chiominto violoncello, Samuele Telari fisarmonica, Mario Germani pianoforte, Luca Pomponi percussioni
Direttore Andrea Ceraso 
Regia Ivano Capocciama
In coproduzione con Fondazione Roma Tre-Teatro Palladium, Accademia Filarmonica Romana
Sponsor tecnico Terzo Suono
Roma, 2 dicembre 2017

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