Roma, Teatro dell’Opera – Maria Stuarda

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È tornata al Teatro dell’Opera di Roma la Maria Stuarda di Gaetano Donizetti in un allestimento austero, moderno ed essenziale, ma dall’animo profondamente romantico.
La suggestiva struttura scenografica che, in buona sostanza, si organizza attorno a una pedana centrale – fatta eccezione per la seconda scena di Elisabetta – sembra richiamare fin da subito sia il trono della regina inglese sia il patibolo su cui sarà trucidata Maria. All’interno di questa geometria scenica, ribadita dalla presenza nel I atto sui tre lati di un alto e inaccessibile muro, ora seggio per i nobili ora foresta, Andrea De Rosa crea suggestioni, apparizioni dal buio, lascia materializzare paure e desideri delle protagoniste, con la complicità delle luci di Pasquale Mari, forse eccessivamente statiche. È senza dubbio una tragedia dualistica sulla ragion di Stato, Maria Stuarda, se ci fermassimo a considerare le due rivali come simboli degli opposti partiti in lizza. Ma c’è di più: i sentimenti, che non hanno spazio nella politica reale, sono nel dramma romantico i veri motori dell’azione. E il regista dunque accoglie il dualismo e contemporaneamente mette in relazione i personaggi per “dar corpo” ai loro sentimenti: spesso attraverso movimenti nervosi o repressivi, ma sempre in maniera coerente con la partitura. Di grande effetto è l’oscurità dell’inizio del II atto, rivelatrice dello stato d’animo di Elisabetta nell’atto di sancire la morte della rivale, così come la luce accecante e chiaramente antinaturalistica della morte di Stuarda, all’interno di un palcoscenico denudato delle quinte e retroilluminato come un set cinematografico, che simboleggia la forza salvifica – per l’Inghilterra e per la sua dinastia – del suo sacrificio.

La direzione di Paolo Arrivabeni è chiara e accompagna l’azione con efficacia, senza abbandonarsi a indugi belcantistici né in orchestra né in palcoscenico, ma anzi puntando più al risultato globale che al singolo “numero”. Soprattutto nelle scene culmine del dramma, cioè lo scontro fra le due regine e la morte di Stuarda, l’orchestra non si attarda, ma affretta lo sviluppo dell’azione, lo incalza con energia o lo sostiene con delicatezza.

Roberta Mantegna, giovanissima artista del progetto Fabbrica, incarna una Maria delicata e fragile, sebbene fisicamente presente. La lieve rigidità scenica è pienamente compensata da una emissione libera e schietta, da un fraseggio sempre sincero e da una partecipazione emotiva a ogni momento del dramma che spingono il pubblico alla commozione. A tutto ciò si aggiunge un timbro molto interessante che fa sperare in futuri sviluppi.
Carmela Remigio è un’interprete e un’attrice sempre intelligente e pienamente consapevole dei propri mezzi espressivi. Se è già stata Elisabetta nel Devereux e Maria Stuarda, anche in una notevole incisione discografica, dando prova in entrambi i casi di centrare il bersaglio egregiamente, qui supera ogni aspettativa. Sembra affrontare la parte della regina con la consapevolezza emotiva di chi conosce bene lo sviluppo psicologico della rivale, illuminando così anche i tratti più intimi e i sentimenti più elementari con il guizzo del fraseggio, con lo sguardo infuocato, con un sorriso ironico. Se guardassimo alla tradizione interpretativa, dovremmo aspettarci per Elisabetta una voce più vicina al mezzosoprano, ma tutti questi discorsi sono superflui di fronte a un’artista che al dominio tecnico unisce il talento e l’esperienza con tale consapevolezza da lasciare stupiti. Ogni nota, ogni frase, ogni espressione si caricano di forza e di autorevolezza degne di nota.

Sebbene i ruoli donizettiani, soprattutto per tenore, non siano semplici da affrontare – si dovrebbe allargare il discorso all’impiego di questo registro nell’ambito del repertorio romantico che non è possibile affrontare in questa sede – tuttavia Paolo Fanale è a suo agio nel ruolo, credibile nei gesti, sempre preciso nella scansione dei recitativi come nel bel legato dei cantabili, brillante nel registro acuto, insomma quasi pienamente a fuoco per quel che riguarda la vocalità di Leicester. L’unico dubbio resta nei passaggi più drammatici, in cui l’ampiezza richiesta dalla pienezza orchestrale non è ancora a disposizione del giovane tenore, ma si tratta di pochi rari momenti in tutta l’opera: una caratteristica che forse si potrà sviluppare con gli anni a venire spostando il focus del repertorio sui ruoli più lirici.
Convincenti Carlo Cigni e Alessandro Luongo nei rispettivi ruoli di consiglieri delle due regine, tenero e paterno il primo quanto mefistofelico e arrogante il secondo, ma dall’emissione più che corretta e dalla presenza scenica ineccepibile.
Una menzione particolare va a Valentina Varriale, pure lei giovane artista del progetto Fabbrica, che interpreta una Anna Kennedy di gran lusso non solo per la bellezza vocale, ma anche per la misurata gestualità.

Teatro dell’Opera – Stagione lirica 2016/2017
MARIA STUARDA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Giuseppe Bardari
Musica di Gaetano Donizetti

Maria Stuarda Roberta Mantegna
Elisabetta Carmela Remigio
Anna Kennedy Valentina Varriale
Roberto Paolo Fanale
Giorgio Talbot Carlo Cigni
Lord Guglielmo Cecil Alessandro Luongo

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Andrea De Rosa
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Nuovo allestimento in collaborazione con Teatro San Carlo di Napoli
Roma, 28 marzo 2017

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