Roma, Teatro dell’Opera – Il viaggio a Reims (cast alternativo)

Condivisioni

Uno spettacolo gustosissimo, spassoso, ma anche visivamente accattivante e a tratti emozionante nella sua prorompente celebrazione dell’Arte in un tripudio di luci e colori. È questo il Viaggio a Reims di Gioachino Rossini nella rappresentazione scenica firmata dal controverso e sempre discusso regista veneziano Damiano Michieletto e andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma. Un mastodontico lavoro di regia ricco di dinamismo, dove le invenzioni e le trovate si sprecano, dove nulla – nemmeno il più piccolo dei dettagli scenici o il più impercettibile dei gesti – viene lasciato al caso. Pitture e sculture di tutte le epoche prendono vita di fronte agli occhi di un pubblico di volta in volta incuriosito, divertito, affascinato e infine rapito. In questo specifico caso non è l’originalità del disegno registico a far grande Michieletto (essendo il filone del “museo che prende vita” discretamente abusato negli ultimi anni), quanto la sua capacità di armonizzare l’ingente quantità dei contenuti tramite un meccanismo scena/azione che ha la perfezione dell’orologeria. I begli esempi sarebbero moltissimi, ma alcuni rimangono davvero impressi nella memoria. Nella prima parte, durante l’assolo fuori scena di Corinna, sul palco, da una teca di vetro, le Tre Grazie del Canova si animano al rallentatore per poi librarsi come sottilissime libellule sulle dolci note della voce e dell’arpa, mentre gli attoniti protagonisti si congelano pian piano in pose pietrificate. Lord Sidney, che qui veste i panni di un restauratore, canta la sua aria mentre ritocca in punta di pennello un grande dipinto che raffigura una gentildonna di fine ottocento. La tela improvvisamente si protende avvolgendo l’uomo in spire amorose, per apparire subito dopo in carne e ossa e cospargere a sua volta di pittura il petto nudo dell’innamorato in un crescendo lascivo e voluttuoso. Strepitoso è poi il modo in cui il regista risolve il duetto di Corinna e di Belfiore. Lei, studentessa d’arte, secchiona e un po’ goffa; lui un nobiluomo di due secoli prima, uscito da un dipinto, che riuscirà a rendersi visibile agli occhi della ragazza e a interagire con lei solo dopo aver indossato i vestiti sottratti a un malcapitato visitatore della galleria. Chi conosce gli spettacoli di Michieletto sa bene che il regista è solito prendersi molta libertà nell’adattare a piacimento i soggetti delle opere, spesso sollevando malcontento e talvolta indignazione da parte di chi fa del “compositore tradito” un baluardo di opposizione. Ma qui c’è intelligenza, ricerca, progettazione, innovazione, coerenza dell’insieme. Per di più, la vicenda del Viaggio con il suo astruso sviluppo narrativo si presta con cedevolezza al libero arbitrio del regista che può così sbizzarrirsi senza troppi sensi di colpa in una messa in scena fantasiosa e azzardata.
Squadra che vince non si cambia. Paolo Fantin realizza materialmente la Galleria “Golden Lilium”, un ambiente modernissimo, ampio e arioso, movimentato dall’andirivieni di tele e cornici di ogni dimensione. Nella seconda parte, colpisce l’immensa e accurata ricostruzione tridimensionale dell’Incoronazione di Carlo X di Francia, quadro di François Gérard. Il disegno luci di Alessandro Carletti è stupefacente per varietà, intensità e uso dei cromatismi e dimostra ancora una volta come un’illuminazione curata sia elemento imprescindibile per la riuscita di uno spettacolo. Onore e gloria a Carla Teti e al folto stuolo dei suoi costumi, in mezzo ai quali spiccano quelli indossati dai “quadri viventi”: Goya, Van Gogh, Picasso, Magritte, Khalo, Haring, Botero…uno più straordinario dell’altro.

Sul versante musicale, Stefano Montanari, giunto all’ultima recita, sembra aver trovato maggior equilibrio nella gestione dei tempi rispetto a quanto rilevato qui da Fabio Larovere. I ritmi rimangono serrati, ma con il giusto criterio, e non vanno a compromettere la resa dei cantanti. Le dinamiche, al contrario, tendono ancora un po’ all’eccesso, e in questo senso, penalizzano inevitabilmente le voci meno voluminose. Altrove il maestro – che come sempre personalizza piacevolmente la narrazione musicale cimentandosi al fortepiano in adorabili arabeschi – dimostra adeguata attenzione verso chi se la gioca sul palcoscenico, come quando tiene severamente a freno la corsa dell’orchestra durante il duettone Melibea-Libenskof, con il chiaro intento di prestare soccorso a quest’ultimo.

La Madama Cortese di Valentina Varriale risente non poco del turgore strumentale durante la sua aria, così che, soprattutto nella stretta finale, la voce si perde nei meandri di un suono troppo denso e roboante. Le va però riconosciuta una vocalità schietta e discretamente impostata, che mostra un sensibile margine di miglioramento. Maria Aleida, soprano leggerissimo, è una Contessa di Folleville ahimè rinunciataria e senza alcun mordente nelle agilità. Tuttavia sorprende e diverte grazie a un registo sovracuto estesissimo, d’emissione flautata, con cui si sospinge fino ad altezze degne di una novella Mado Robin. Adriana Ferfecka regala a Corinna una buona presenza vocale e un’intonazione pressoché impeccabile, in una scrittura tanto poetica quanto insidiosa. Sul finale, arriva leggermente stanca alle ultime battute del lunghissimo Improvviso, riuscendo comunque nell’impresa di non fare mai venir meno l’atmosfera evocativa del brano. La Marchesa Melibea di Cecilia Molinari, oltre a possedere un bel timbro vellutato e un colore sufficientemente caldo, dimostra di sapersela cavare più che discretamente in un ruolo reso celebre nientemeno che da Lucia Valentini-Terrani. La voce regge la tessitura come il canto di agilità, ed è un peccato che il mezzosoprano non abbia potuto contare su un partner maschile dello stesso livello. Pietro Adaìni, come si diceva, è un Conte di Libeskof molto male in arnese. Esibisce sin dal principio, un’emissione avventurosa che va o nel naso o nella gola, un registro acuto sempre soggetto a spinta, e una musicalità recalcitrante. Certo, la parte è di grande difficoltà e, volendo mettersi una mano sul cuore, i do acuti vengono in qualche modo portati a casa, ma la scrittura si rivela al di sopra delle attuali possibilità del cantante. L’altro tenore, Filippo Adami, fa esprimere il Cavalier Belfiore con un canto magari poco rifinito, ma estremamente comunicativo ed espressivo. La sua prova si caratterizza anche per un’apprezzabile disinvoltura scenica. Ottimo sotto tutti i punti di vista il Lord Sidney del basso Adrian Sâmpetrean: voce pulita ed estesa, tecnica sicura, carisma notevole. Nicola Ulivieri è Don Profondo. Non sono certo che il personaggio gli si addica a trecentosessanta gradi, mancando forse un poco di brio nella sua prestazione. Cionondimeno, l’interprete è navigato e il cantante molto corretto. La pestifera “Medaglie incomparabili” non scocca scintille, ma dopo gli aggiustamenti apportati in orchestra, scorre senza intoppi. Il Don Alvaro di Simone Del Savio emerge per l’atteggiamento simpatico e caciarone che contraddistingue il personaggio, ma pure per la sonorità ampia e timbrata del suo strumento. Impagabile il contributo di un espertissimo Bruno De Simone nei panni del Barone di Trombonok.
Bene tutti gli altri: Vincenzo Nizzardo (Don Prudenzio), Enrico Iviglia (Don Luigino), Erika Beretti (Modestina), Caterina Di Tonno (Delia), Gaia Petrone (Maddalena), Christian Collia (Zefirino/Gelsomino), Davide Giangregorio (Antonio).
A fuoco nei suoi interventi, il Coro del Teatro dell’Opera di Roma preparato da Roberto Gabbiani.

Teatro dell’Opera – Stagione lirica 2016/2017
IL VIAGGIO A REIMS
Dramma giocoso in un atto
Libretto di Luigi Balocchi
Musica di Gioachino Rossini

Corinna Adriana Ferfecka
La Marchesa Melibea Cecilia Molinari
La Contessa di Folleville Maria Aleida
Madama Cortese Valentina Varriale*
Il Cavaliere Belfiore Filippo Adami
Il Conte di Libenskof Pietro Adaìni
Lord Sidney Adrian Sâmpetrean
Don Profondo Nicola Ulivieri
Il Barone di Trombonok Bruno De Simone
Don Alvaro Simone Del Savio
Don Prudenzio Vincenzo Nizzardo
Don Luigino Enrico Iviglia
Delia Caterina Di Tonno
Maddalena Gaia Petrone
Modestina Erika Beretti*
Zefirino / Gelsomino Christian Collia
Antonio Davide Giangregorio
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Stefano Montanari
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Allestimento De Nationale Opera di Amsterdam
Roma, 24 giugno 2017

Download PDF