Pistoia, Teatro Manzoni – Idomeneo

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Sarà il clima raccolto del Teatro Manzoni, sarà che tra il pubblico sembrano conoscersi tutti, sarà il sole caldo e splendente di un ultimo pomeriggio di aprile, ma c’è aria di scampagnata teatrale in questa trasferta del Festival del Maggio Musicale Fiorentino, che a Pistoia, Capitale italiana della cultura 2017, ha inaugurato la parte operistica della sua 80ª edizione con Idomeneo di Mozart. Il titolo è ottimo per un’inaugurazione, come confermarono dieci anni fa alla Scala Daniel Harding e Luc Bondy, e dunque ci si sarebbe aspettati una nuova produzione, vista anche la cifra tonda dell’edizione. Invece si è puntato sulla ripresa di un allestimento concepito nel 2013 da Damiano Michieletto e la sua premiata ditta composta da Paolo Fantin, Carla Teti e Alessandro Carletti per il Theater an der Wien, il teatro d’opera più sperimentale di Vienna.

Michieletto ambienta la storia di Idomeneo su una spiaggia piena di scarpe, la quale si riempie via via di oggetti lasciati dal passaggio di prigionieri e uomini in fuga: valigie, vestiti, sedie, materassi. La spiaggia quadrata e in pendenza è circondata sui tre lati da un camminamento e da tende bianche che si scostano all’arrivo del coro e che sono sormontate da luci al neon, le quali contribuiscono a dare all’ambientazione un senso di irrealtà e sogno allucinato.
In questa atmosfera angosciante si muovono i personaggi, che appaiono spesso monodirezionali nella loro caratterizzazione: Idomeneo è perennemente arrabbiato, e il suo conflitto interiore tra pietas e amore paterno emerge veramente poco; Elettra appare solo interessata a potere, soldi, beni materiali, e le manca tutta la sfera affettiva che comunque nel libretto emerge; Ilia è una giovane ragazza incinta (probabilmente di Idamante) che viene maltrattata da tutti. La regia, ripresa da Eleonora Gravagnola, è imperniata sul rapporto padre-figlio già dal video iniziale in cui, sulle note dell’ouverture, si vede Idomeneo che veste con un completo nero da dirigente il piccolo Idamante, il quale compare cresciuto e vestito in egual modo dietro il sipario bianco su cui avvengono le proiezioni. Alla fine, lo stesso Idamante pare far cominciare di nuovo il ciclo, innalzando sopra il cadavere di Idomeneo il bimbo appena partorito da Ilia; e lo stesso feto parla, proiettato sul telo bianco che funge da sipario, anche come oracolo di Nettuno: una sorta di nipote che riporta la calma e ristabilisce gli equilibri familiari.
In questo caso Michieletto vince più con le immagini che con le azioni. Rimane impresso ad esempio il finale primo, con il coro ai lati della spiaggia e Idomeneo che in un atto quasi folle scompiglia il banchetto per lui preparato, macchiando di vino rosso la tovaglia bianca adagiata sul lungo tavolo in fondo al palco, richiamando il sacrificio da compiere. Meno pregnante risulta invece la direzione attoriale, soprattutto nelle arie, dove i personaggi finiscono per ripetere gli stessi gesti, generando un senso di monotonia crescente in particolar modo nel terzo atto. Inoltre, non sembra che la regia sia stata sempre interiorizzata a pieno dai vari interpreti, che ogni tanto paiono insicuri sul da farsi o eseguono le indicazioni in modo meccanico e poco naturale.

A sostenere teatralmente le parti un po’ inerti ci pensa tuttavia la direzione impetuosa di Gianluca Capuano, a capo di una Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino che offre una prestazione in crescendo. Il direttore sceglie in prevalenza tempi spediti, ma sa anche trovare oasi di calma quasi arcadica, riuscendo sempre a sostenere correttamente i cantanti. È una direzione che pare seguire l’andamento del mare e in cui i momenti più coinvolgenti sono le tempeste e le increspature che per un attimo fanno vedere l’abisso. Paradigmatico in questo senso è l’accompagnamento vorticoso di “Tutte nel cor vi sento” che si esaurisce nella tempesta vera e propria del coro “Pietà, numi, pietà!”.

Il cast solleva invece più di qualche perplessità. Michael Schade è un Idomeneo fuori ruolo, e la cosa non stupisce se si guarda al repertorio da lui affrontato negli ultimi anni, composto soprattutto da Wagner, Weber e Strauss. Il tenore ha una voce di timbro chiaro e di buon volume, cerca di destreggiarsi nella parte nel miglior modo possibile, ma la linea non risulta omogenea e si nota anche qualche disagio nei recitativi, spesso più parlati che modulati.
Non molto meglio la Ilia di Ekaterina Sadovnikova. Il volume non è grande e il timbro grigiastro fa apparire la linea di canto opaca, con l’eccezione della zona acuta, dove la voce risulta più piena e rotonda. L’interprete poi non si dimostra molto fantasiosa e finisce per penalizzare un po’ il personaggio e le sue arie.
Rachel Kelly è un Idamante apparentemente fragile per via del timbro chiaro. Tuttavia il fraseggio e l’impeto scenico mostrano anche il lato risoluto del personaggio. La voce difetta leggermente di volume in basso, mentre il registro acuto risulta corposo e ben sostenuto. Pur con qualche dimenticanza all’inizio della recita, il giovane mezzosoprano offre una discreta e lodevole performance.
Carmela Remigio nei panni di Elettra sembra quella più a suo agio sia musicalmente che scenicamente. Il timbro rimane poco gradevole, ma in questo frangente è funzionale a esprimere l’anima torbida della principessa. Spicca fin dalla sua entrata con una voce ben sostenuta, soprattutto nel registro acuto, e regge i tempi vorticosi del direttore con maestria, come è ben evidente nella sua prima aria. Il buon fraseggio e la lodevole presenza scenica permettono al soprano di costruire con sapienza un personaggio credibile e ben a fuoco, e, nonostante i picchettati di “D’Oreste, d’Ajace” non siano impeccabili, incassa giustamente uno dei maggiori successi di questa recita pomeridiana.
Grande successo anche per l’Arbace di Leonardo Cortellazzi. La voce ben sostenuta e la linea omogenea si sentono già nei suoi primi brevi interventi, per poi toccare l’apice nell’aria del terzo atto “Se colà ne’ fati è scritto”, dove esibisce ottimi e proiettatissimi acuti.
Buono infine il Gran Sacerdote di Nettuno di Mirko Guadagnini, e funzionale la voce dell’oracolo di Chanyoung Lee. Lodevole la prestazione musicale e scenica del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato come sempre da Lorenzo Fratini.
Il pubblico, eterogeneo per provenienza, segue lo spettacolo in modo attento (i commenti sulla regia alla fine si sprecano), ma distilla lodi solo al terzo atto dopo l’aria di Arbace e quella finale di Elettra. Alla fine si registra un discreto successo, con punte di entusiasmo per Cortellazzi, Remigio e Capuano.

80° Maggio Musicale Fiorentino – Festival 2017
IDOMENEO
Dramma per musica in tre atti K.366 di Giambattista Varesco
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Idomeneo Michael Schade
Idamante Rachel Kelly
Ilia Ekaterina Sadovnikova
Elettra Carmela Remigio
Arbace Leonardo Cortellazzi
Il gran sacerdote di Nettuno Mirko Guadagnini
La voce dell’oracolo Chanyoung Lee

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Gianluca Capuano
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Damiano Michieletto
Ripresa da Eleonora Gravagnola
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Riprese da Ludovico Gobbi
Video designer Rocafilm, Graz
Allestimento del Theater an der Wien
Pistoia, Teatro Manzoni, 30 Aprile 2017

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