Pisa, Teatro Verdi – Il cappello di paglia di Firenze

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La fama di Nino Rota è legata indissolubilmente alle colonne sonore di film che hanno fatto la storia del cinema, da Il Gattopardo di Visconti a Otto e mezzo di Fellini. Tuttavia nella sua produzione rientrano anche generi più “classici”, come la musica da camera e per pianoforte, sinfonie, variazioni, e infine l’opera. In questo enorme corpus musicale si inserisce Il cappello di paglia di Firenze, farsa musicale composta tra il 1944 e il 1945, periodo apparentemente poco adatto alla scrittura di siffatti argomenti, e andata in scena per la prima volta al Teatro Massimo di Palermo solo nel 1955.
Rota, che qui firma anche il libretto insieme alla madre Ernesta Rinaldi, arriva per ultimo a sfruttare questo soggetto, in quanto dalla commedia Un chapeau de paille d’Italie, scritta da Eugène Labiche e Marc Michel intorno al 1850, era già stato tratto un film nel 1928 con la regia di René Clair. Il compositore non si fa però intimorire dai precedenti: riesce a creare un disincantato gioiellino di freschezza che attinge a piene mani dal patrimonio musicale dei due secoli precedenti e condensa in sé tempi comici serrati da film e oasi liriche di fresca tenerezza, rimandando alla grande storia che il genere buffo aveva avuto in Italia a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

In questa nuova produzione per il Teatro Verdi di Pisa, il regista Lorenzo Maria Mucci riesce a condensare i vari passaggi di genere a cui è stato sottoposto il soggetto del Cappello. Ci troviamo infatti in uno studio cinematografico francese della fine degli anni Venti in cui si sta girando un film ambientato tre decenni prima, la stessa situazione in cui si trovò René Clair al momento di realizzare il suo lavoro. Emanuele Sinisi elabora una scena fissa che riproduce fedelmente un teatro di posa, con tanto di americane a vista, nel quale i vari quadri vengono caratterizzati da pochi elementi scenici – sedie e canapé per la casa di Fadinard, banconi per il negozio della modista, una statua e una lunga tavolata sovrastata da un enorme quadro accademico per la villa della Baronessa, una vasca con tenda per la magione di Beaupertuis – e da fondali e tendaggi che permettono di ripartire lo spazio in più modi, così da dilatarlo o restringerlo in profondità: i cambi sono pertanto rapidi e permettono il fluire serrato della narrazione. A ciò concorre anche la regia vera e propria caratterizzata da un buon ritmo, in cui vengono valorizzati sia i momenti lirici che quelli più prettamente comici. Gli interpreti inoltre si abbandonano alla narrazione, immedesimandosi con più o meno convinzione nei personaggi, e si ritrovano poche volte nelle posizioni da concerto in costume. Alla regia è imputabile un solo difetto contenutistico: dopo la scena montata sull’introduzione orchestrale, in cui si vede l’attore che interpreta Fadinard lanciarsi in una corsa in carrozza simulata di fronte alla cinepresa, l’idea che l’opera sia effettivamente il film in corso di realizzazione viene sviluppata poco, a parte qualche rimando negli atti successivi; i personaggi si muovono infatti come se fossero sempre intrappolati nella pellicola, e dopo l’inizio scompare quasi del tutto il lato umano, la parte reale dello studio cinematografico. Questo non impedisce a Mucci di creare uno spettacolo che funziona a prescindere dalla trasposizione lasciata un po’ a se stessa, arrivando comunque a dare vita a una macchina teatrale ben oliata.

A tenere le fila musicali di questa farsa troviamo Francesco Pasqualetti. La sua direzione è prevalentemente narrativa e ben si accorda col ritmo registico. Il direttore cerca di mettere in luce i dettagli e i contrasti della partitura, senza esasperarli e con una buona visione d’insieme. Tuttavia deve anche gestire una Orchestra Giovanile Italiana impetuosa, che spesso risulta eccessivamente ingombrante, in virtù anche del fatto che i solisti, per la maggior parte debuttanti o alle prime armi, avrebbero bisogno di una trama sonora più leggera per essere messi in risalto.

Il cast infatti è qui composto da interpreti usciti dal progetto LTL Opera Studio, un laboratorio lirico frutto della collaborazione tra i teatri di Pisa, Livorno e Lucca, che punta a lanciare cantanti alle prime armi, i quali si possono così misurare con la creazione completa di un nuovo allestimento. Claudio Zazzaro disegna un Fadinard spigliato e credibile, costruito con un buon fraseggio e una distinta presenza scenica. Il giovane tenore sa inoltre dosare bene i colori in modo da conferire una certa varietà alla linea. Tuttavia difetta di volume e inizialmente fa fatica a passare l’orchestra, ma acquista corpo durante l’esecuzione, portandosi a casa la serata. Veio Torcigliani risulta un Nonancourt tonante, dalla voce potente e dalla linea sicura. Alla buona tecnica vocale si affianca inoltre una certa sicurezza nello stare sul palco. Alessandro Biagiotti entra appieno nel geloso Beaupertuis sia scenicamente che vocalmente sfruttando un bel volume e a un buon fraseggio, anche se risulta leggermente vuoto in basso. Il baritono cinese Rui Ma è scenicamente funzionale nel ruolo di Emilio, a cui presta un timbro pulito e una voce ampia, pur con una dizione perfettibile. Buone si sono dimostrate le prestazioni vocali dei due tenori: Nicola Vocaturo come zio Vézinet, e Federico Bulletti nel doppio ruolo di Achille di Rosalba e della guardia del quarto atto; entrambi hanno gestito i propri personaggi con voce sicura e immedesimazione corretta. Funzionali poi Victor Hernan Godoy, che ha prestato il suo timbro chiaro al personaggio di Felice, e Cladio Mugnaini come Caporale delle Guardie.
Sul fronte femminile, Maria Veronica Granatiero restituisce una Elena assai credibile e sfaccettata. Dotata di un timbro non particolare ma espressivo, sfoggia un registro acuto limpido e cesella la linea con picchettati e smorzature ben eseguiti, dimostrando di saper padroneggiare il ruolo con disinvoltura vocale e scenica. 
Federica Grumiro nel ruolo di Anaide si fa valere soprattutto nel registro medio-alto con acuti pieni e squillanti. Antonia Fino restituisce una lodevole Baronessa di Champigny grazie a una spiccata teatralità e notevole presenza scenica. Vocalmente parlando, il suo timbro mezzo-sopranile ben si piega ai giusti colori e a un fraseggio espressivo. Più distaccata appare la modista di Federica Livi, corposa soprattutto in alto.
Qualche attacco sporco non ha inficiato la buon prova dell’Ensemble vocale LTL Opera Studio e del Coro Lirico Toscano, preparato da Andrea Chinaglia.

Il pubblico abbastanza folto si è dimostrato prodigo di applausi verso i giovani interpreti e verso gli artefici della produzione, tributando un pieno e meritato successo a questa nuova produzione.

Teatro Verdi – Stagione lirica 2016/2017
IL CAPPELLO DI PAGLIA DI FIRENZE
farsa musicale in quattro atti e cinque quadri
libretto di Nino Rota ed Ernesta Rinaldi Rota
dalla commedia di E. Labiche e M. Michel Un chapeau de paille d’Italie
Musica di Nino Rota

Fadinard Claudio Zazzaro
Nonancourt Veio Torcigliani
Beaupertuis Alessandro Biagiotti
Lo zio Vézinet Nicola Vocaturo
Emilio Rui Ma
Felice Victor Hernan Godoy
Achille di Rosalba/Una guardia Federico Bulletti
Un caporale delle guardie Claudio Mugnaini
Elena Maria Veronica Granatiero
Anaide Federica Grumiro
La modista Federica Livi
La Baronessa di Champigny Antonia Fino

OGI Orchestra Giovanile Italiana
Ensemble vocale LTL Opera Studio
CLT Coro Lirico Toscano
Direttore Francesco Pasqualetti
Maestro del Coro Andrea Chinaglia
Regia Lorenzo Maria Mucci
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Massimo Poli
Disegno luci Michele Della Mea
Nuovo allestimento del Teatro di Pisa
Coproduzione Teatro di Pisa, Teatro Goldoni di Livorno, Teatro del Giglio di Lucca
Pisa, 11 febbraio 2017

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