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Piacenza, Teatro Municipale – Simon Boccanegra

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Ancora una volta il Teatro Municipale di Piacenza si è aperto sotto il segno di Leo Nucci e del suo Progetto Opera Laboratorio. Da quattro anni l’inossidabile baritono firma la regia del titolo inaugurale della stagione, ed è responsabile di un percorso didattico al quale partecipano i giovani cantanti coinvolti nell’allestimento. Dopo L’elisir d’amore, L’amico Fritz e Un ballo in maschera, stavolta la scelta è caduta su Simon Boccanegra, titolo co-prodotto dal Teatro Alighieri di Ravenna (con la collaborazione dell’Opéra di Marsiglia), del quale – come rimarca il programma della stagione – ricorre il centosessantesimo della creazione.
Riesumare la versione tanto bistrattata del 1857 sarebbe stata un’operazione culturale di primissimo piano, ma forse avrebbe rappresentato una sfida troppo onerosa per un teatro che ha già messo in programma una rarità quale La Gioconda: fatto sta che si è scelto di navigare in acque sicure e proporre la ben nota revisione del 1881.
Opera tanto bella quanto complessa, Simon Boccanegra conta fra le sue caratteristiche uno stile di canto declamato e arioso, piegato agli accenti e al senso della parola, che per molti versi anticipa il linguaggio dell’Otello. Interprete verdiano per eccellenza, assiduo frequentatore del ruolo di Boccanegra, Nucci ha talmente chiara questa peculiarità da farne il tratto distintivo dell’allestimento. Ancora più che sul dato scenico, infatti, la mano del baritono si nota sull’inesausta ricerca, da parte degli interpreti, della perfetta adesione del canto al testo poetico. Questo lavoro di scavo nelle profondità del dramma si traduce in un’interpretazione vocale nel complesso eloquente ed espressiva, ricca di tensione e di pathos, e in una dizione talmente precisa da rendere perfettamente comprensibile ogni parola – e perciò del tutto superflua la consultazione dei soprattitoli.

Disporre di una compagnia composta quasi interamente di cantanti giovani ha ovviamente i suoi pro e i suoi contro: in questo caso, una certa inesperienza è ampiamente compensata da buona volontà e abnegazione.
A mostrare maggior padronanza di mezzi sono giocoforza i cantanti più navigati della compagnia, cioè Kiril Manolov e Mattia Denti. Il primo, con la sua rotonda voce baritonale, naturalmente proiettata verso le regioni gravi del registro, sfoggia contrasti dinamici e sfumature espressive pregevoli, che gli permettono di tradurre il carattere al contempo fiero e compassionevole di Simon Boccanegra. Il secondo è un Fiesco tanto nobile quanto implacabile, che per potenza di volume e omogeneità timbrica si staglia soprattutto nei pezzi d’assieme. Convince anche Ernesto Petti: anche se meno luciferino di quanto si vorrebbe, il suo Paolo ha voce giovane, robusta e facile all’acuto.
A indossare i panni di Gabriele è il volitivo Ivan Defabiani: dotato di un organo fresco e squillante, il tenore scolpisce il suo personaggio a tratti risoluti e appassionati, anche a costo di lasciare offuscate alcune sfumature elegiache.
Al centro dal quadrilatero di passioni formato dai protagonisti maschili, si pone Maria Boccanegra (alias Amelia), interpretata da Clarissa Costanzo: il giovane soprano possiede una voce brunita ricca di slancio e di volume, con la quale fraseggia in modo agile e pulito. Peccato per qualche sbavatura di intonazione, in particolare nel magnifico Finale primo: ma si tratta di errori veniali, destinati a scomparire con un po’ più d’esperienza di palcoscenico.
A completare il cast, Cristian Saitta, Jenish Ysmanov e Paola Lo Curto rendono con impegno apprezzabile le rispettive parti comprimarie.

Asperità ed esuberanze giovanili, insomma, sono note speziate aggiunte a un impasto musicale ben amalgamato da Pier Giorgio Morandi. Con gesto ampio e risoluto, l’esperto direttore guida i solisti, li asseconda o li rintuzza, badando a mantenere sempre accesa la tensione che regola la fluida drammaturgia dell’opera. Anche l’Orchestra dell’Opera Italiana risponde con prontezza alle sue sollecitazioni: sa ruggire e sospirare, e restituisce spesso i colori cangianti della scrittura orchestrale di Verdi.
Il Coro del Municipale, preparato da Corrado Casati, si disimpegna con efficacia dai suoi compiti tutt’altro che marginali, anche se talvolta pecca nella coordinazione con buca e solisti.

Per venire alla messinscena, si potrebbe rispolverare il vecchio detto che recita: squadra che vince non si cambia. Infatti, dopo gli apprezzamenti raccolti nelle passate edizioni di Opera Laboratorio, anche per l’allestimento di Simon Boccanegra il baritono-regista Nucci viene affiancato dal rodato team composto da Salvo Piro (collaboratore alla regia), Carlo Centolavigna (scene), Artemio Cabassi (costumi) e Carlo Schmid (luci).
Lo spettacolo che ne esce è quanto di più tradizionale si potrebbe immaginare. I fondali fissi che delineano l’orizzonte del golfo di Genova, le quinte che riproducono i palazzi della città, l’attrezzeria e i costumi stereotipati: tutto sembra rimandare a un Medioevo da sussidiario scolastico. Anche i movimenti e la gestualità di solisti e masse, per la loro convenzionalità, appaiono vecchi di (almeno) cinquant’anni. Se oggi la sperimentazione registica è croce e delizia dello spettacolo d’opera, è pur vero che anche un allestimento come questo ha la sua ragion d’essere. Adoperati in maniera consapevole e intelligente, infatti, gli strumenti tradizionali dell’arte scenica portano in dote due pregi impagabili: da un lato, mettono a proprio agio i cantanti e focalizzano su di loro l’attenzione dello spettatore; dall’altro lato, rendono intelligibile anche il dramma più intricato (e Simon Boccanegra, da questo punto di vista, non spicca certo per trasparenza). Insomma: meglio far bene quel che si sa fare, che osare molto senza averne i mezzi. Forse qualcuno avrà storto il naso di fronte al costume da principe azzurro di Gabriele, ma è fuor di dubbio che alla maggior parte del pubblico piacentino la messinscena sia piaciuta: i soddisfatti commenti spiati nel foyer ne sono testimoni.
Il teatro stracolmo e gli applausi generosissimi tributati a tutti i responsabili dello spettacolo confermano ancora una volta – qualora ve ne fosse bisogno – che anche i teatri di provincia, pur con dotazioni limitate, sanno produrre allestimenti di buona fattura e coltivare progetti culturali di alto livello.

Teatro Municipale – Stagione lirica 2017/2018
SIMON BOCCANEGRA
Melodramma in un prologo e tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Simon Boccanegra Kiril Manolov
Maria Boccanegra Clarissa Costanzo
Jacopo Fiesco Mattia Denti
Gabriele Adorno Ivan Defabiani
Paolo Albiani Ernesto Petti
Pietro Cristian Saitta
Un’ancella Paola Lo Curto
Un Capitano dei Balestrieri Jenish Ysmanov

Orchestra dell’Opera Italiana
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Pier Giorgio Morandi
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Leo Nucci
Regista collaboratore Salvo Piro

Scene Carlo Centolavigna
Costumi Artemio Cabassi
Luci Claudio Schmid
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro Alighieri di Ravenna in collaborazione con Opéra de Marseille
Nuovo allestimento
Piacenza, 15 ottobre 2017

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