Parma, Festival Verdi 2017 – Stiffelio

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Che la serata potesse non risultare gradita a una parte del pubblico lo si è capito sin da subito, quando, all’ingresso dello scalone monumentale del Palazzo della Pilotta, a Parma, una – peraltro gentilissima – maschera spiega alla signora che ci precede il dress code della serata: rimanere in piedi durante tutta la durata dello spettacolo e, soprattutto, indossare il badge di ‘partecipante’ allo Stiffelio di Giuseppe Verdi, in scena per il Festival Verdi nell’ambito della rassegna “I Maestri al Farnese”. Ora: si comprenderà quanto quest’ultima richiesta – a tacer della prima – possa risultare importuna e inopportuna: come sovrapporre un rettangolo di plastica plebea all’aristocratica stola di visone, fresca uscita dalla naftalina, ed evitare confusione con i preziosi monili appesi al collo? Incapace di trovare una soluzione, la signora agguanta il badge e, furibonda, ascende verso l’ingresso ligneo di quell’autentico capolavoro dell’architettura tardo-rinascimentale che è il Teatro Farnese. Avesse guardato meglio, si sarebbe accorta che, sul retro, figuravano le quattro figurette stilizzate – papà, mamma, figlio e figlia che si tengono per mano – utilizzate per il Family Day degli ultimi anni. Anche dentro la sala si respira un clima d’ispirata devozione: c’è chi ti accoglie con un sorriso e una calorosa stretta di mano, chi invece volge gli occhi al cielo rapito in estasi mistica, chi ti chiede di firmare un appello contro l’ideologia gender nelle scuole: e molti, solleciti, sottoscrivono.
Bastano pochi minuti, però, per comprendere la funzione di quel badge: in quel teatro, dove le gradinate sono occupate da giganteschi striscioni con su scritto «Difendiamo la libertà di opinione», «Famiglia: noi la difendiamo!», «I’m a woman not a womb», impercettibilmente, quasi senza rendersene conto, si diventa massa silenziosa, ‘sentinelle’ di un diritto di famiglia rimasto inalterato da secoli e ormai considerato come inattaccabile. Come Gennaro Iovine, il protagonista di Napoli milionaria! di Eduardo, anche Stiffelio fa ritorno al castello del suocero, conte Stankar, dopo un’«aspra guerra» combattuta «pe’l santo vero eterno»: ha appena poggiato la valigia, dopo un lungo peregrinare missionario, e subito attacca il primo sermone, durante il quale racconta di aver vista «oppressa la virtude» in giovani e anziani, e soprattutto in donne «sotto il vincolo del coniugale amore». È un disfacimento morale che trova eco immediata negli striscioni che sintetizzano tutta una visione del mondo, condivisa dal coro – e da noi, che involontariamente ne facciamo parte: «I maschietti sono maschietti» e «Le femminucce sono femminucce», i primi votati alle fatiche del lavoro, le seconde vocate al focolare domestico.

Parte da qui, lo Stiffelio di Graham Vick: dall’aver compreso che sin da quest’«aria sfasciata», l’accorato sermone del «ministro assasveriano», Verdi con quest’opera incide nella carne, nelle ferite aperte di un tessuto sociale che non vuol sentir parlare di tradimenti e amori adulteri, addirittura del divorzio che alla fine dell’opera rischia di consumarsi tra Stiffelio e la moglie Lina. Ma c’è di più, probabilmente, nella proposta di uno spettacolo che, preceduto dai rumors più violenti e polemici degli ultimi mesi, si è concluso con un boato di entusiasmo, applausi interminabili e una commozione vera, profonda, ulcerante. Chi lo ha programmato, nell’ambito non di una stagione lirica ma di un festival, si è giustamente, inevitabilmente interrogato sulle modalità di fruizione del dramma verdiano nel nostro secolo. Modalità che non possono essere soltanto quelle filologiche, pur legittime, ma che opportunamente s’interrogano sulle reali capacità di carico di una drammaturgia pronta a ‘sopportare’ il peso di letture, interpretazioni, stravolgimenti: nuovi approcci, come questo, che rimescolano le carte tra la scena e la sala, pirandellianamente trasportando il teatro nella vita degli spettatori – e viceversa. A questo si aggiunge la possibilità – finalmente! – di usare lo smartphone durante lo spettacolo: per immortalarne frammenti, ma anche, soprattutto per seguire il libretto, consultabile su un’app dedicata.
Dal canto suo, il geniale regista britannico ha trasformato lo spettacolo in un’autentica, vibrante, indimenticabile esperienza di vita. Visto il tema prevalente dell’opera – il rapporto tra i singoli e la religione, il divario tra la legge scritta e le pratiche sociali – Mauro Tinti comprime, condensa, raggruma l’azione su alcuni carrelli mobili, spesso disposti a forma di croce, che hanno a modello meno il celeberrimo Orlando furioso di Luca Ronconi, quanto la tradizione del pageant medievale, palcoscenico improvvisato e ambulante su cui andavano in scena sacre rappresentazioni, mirate all’edificazione del pubblico. Ne scaturisce una sorta di labirinto rappresentativo, in cui lo spettatore può muoversi, perdersi e smarrirsi liberamente, accostarsi o allontanarsi a piacimento: con la sensazione di trovarsi in un luogo che non è solo un teatro, ma un laico luogo di culto, moderna agorà in cui seguire un dramma, lacerante come pochi altri. Qui si colloca, infatti, l’idea, il Konzept di Vick. Stiffelio e Lina, Stankar e Raffaele siamo noi, costretti a non nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi e a fare i conti con la realtà – e con la coscienza. Perché Stiffelio difende una famiglia, la sua famiglia, che però ha abbandonato in cerca di una notorietà mediatica all’insegna del fondamentalismo integralista («TU sei un bene per me», campeggia nel grande sipario che chiude il palcoscenico); perché Lina è una Maddalena penitente, peccatrice consapevole e in qualche modo fiera dell’errore, se questo vuol dire seguire le ragioni del cuore e non quelle della ragione; perché Stankar è un padre-padrone che costringe la figlia a ripetere coattivamente i gesti di quando era bambina, pettinava le bambole e si faceva rimboccare le coltri di un lettino rosa confetto; perché Raffaele è il bello (im)possibile di turno, cui basta togliersi la maglietta per diventare toy boy, oscuro oggetto del desiderio, irresistibile amante appassionato. Per questo val la pena di star due ore in piedi: per star loro accanto, tenerli per mano, accompagnarli in una vicenda che ci appartiene, ci coinvolge e ci sconvolge, perfino riceverne gli spruzzi di saliva e di sudore, coglierne la tensione dei muscoli e l’intima sofferenza. Intorno a loro, intorno a noi ci sono le ‘sentinelle’ in preghiera del Family Day come le dimostranti di Femen, preti e manifestanti, ma anche – nell’introduzione alla scena del cimitero, «Qui dove tutto è orrore!» – il pestaggio di una coppia gay, fosca anticipazione della tragica fine di Raffaele, che verrà punito e giustiziato da Stankar. Assicurano strepitosa fluidità narrativa i movimenti di Ron Howell, mentre le luci di Giuseppe Di Iorio non sono semplici riflettori puntati sui personaggi, ma sfolgoranti luci divine che manifestano volontà superiori, imperscrutabili, inappellabili.

E Giuseppe Verdi con il suo Stiffelio, in tutto questo? Giganteggia, tout simplement. Certo occorre accettare un’opzione di base, che è quella di assicurare adeguati equilibri sonori in uno spazio che non è un teatro lirico, e al tempo stesso valido supporto a dei cantanti – non amplificati, a quanto pare – costretti in una situazione che preclude la ricerca di sfumature, di scarti dinamici, di colori. Confinata sotto il palcoscenico, l’ottima Orchestra del Teatro Comunale di Bologna energicamente risponde alla bacchetta di Guillermo García Calvo, che si premura di colmare, d’inondare l’enorme spazio del Farnese – come un tempo si faceva con le naumachie – con un flusso narrativo di stringente, attanagliante intensità, attento alla pittura d’ambiente, ma soprattutto a restituire un’urgenza drammatica che non subisce requie. Del Coro del teatro felsineo, diretto da Andrea Faidutti, non si possono che tessere lodi, perché se il primo intervento, «Plaudiam! Di Stiffelio», appare quale perfetta mimesi di esecrabili animazioni liturgiche, poi acquista uno spessore, una compattezza, una forza che si fa travolgente nel finale. Del pari era difficile assemblare una distribuzione migliore, per la pronta, convinta adesione all’assunto dello spettacolo.
Si prenda il caso di Maria Katzarava, che probabilmente è stata la vera sorpresa della serata. Certamente è possibile trovare interprete più raffinata, magari provvista di un physique du rôle più convincente; ma è difficile trovare un’artista che con tanta foga, con tanto trasporto sfodera gli ampi mezzi di un vigoroso soprano drammatico per incarnare una Lina forte, autentica, inquieta e inquietante, disperatamente appassionata. Pur accusando alcuni segni di legittima stanchezza, Luciano Ganci si conferma talento tenorile di rango, provvisto di uno strumento luminoso, svettante nel registro acuto, poderoso nei centri: è uno Stiffelio spavaldo nelle invettive, sicuro nello squillo, accorto fraseggiatore della parola scenica verdiana. Del pari encomiabile è lo Stankar di Francesco Landolfi, nobile timbro di baritono grand seigneur, come pochi capace di tradurre tutto il tormento, l’intimo dissidio di un personaggio che si configura come sinopia di Giorgio Germont, solido, roccioso baluardo del perbenismo piccolo-borghese. Sono semplicemente perfetti, in punto scenico non meno che vocale, lo svettante Raffaele di Giovanni Sala come il poderoso Jorg di Emanuele Cordaro, e ancora i cugini Federico e Dorotea degli inappuntabili, partecipi Blagoj Nacoski e Cecilia Bernini, tutti perfettamente calati nella parte, tutti protagonisti di questo Stiffelio.
Che alla fine centra il suo obiettivo: insinuare il tarlo del dubbio, demolire certezze acquisite, smascherare comportamenti consolidati. Sulla tomba della madre, infatti, Lina reca una corona di fiori gialli, che sarà distrutta da Stankar come da Stiffelio: e se prima costituiva l’estremo omaggio floreale alla cara estinta, poi – quando i boccioli ricoprono la scena, calpestati e sfatti – diventa doloroso monito di una maternità negata, forse passibile di alternative. Ma più ancora sconvolge l’ultimo confronto tra Stiffelio e Lina: quando lui è pronto a concedere il divorzio e lei – strappandogli il colletto bianco del clergyman, con un gesto di straordinaria potenza espressivasi rivolge non già allo sposo, ma «all’uom di sacro zelo» per chiedere la confessione e invocare il perdono. E qui si compie il miracolo. Perché il Finale ultimo, che da sempre è parso di una brevità eccessiva, monco, inconcludente, muta improvvisamente in abbagliante, sconvolgente illuminazione divina: umanissima, anzi, e per questo sinceramente, profondamente commovente. La lettura della parabola dell’adultera si sovrappone al «Miserere» del coro, che ti circonda e ti sovrasta; e quando Stiffelio finalmente concede il suo perdono alla moglie adultera, caldo e pietoso il suono dell’organo echeggia in tutto il teatro e un solo grido, «Perdonata!», si diffonde fin sugli spalti: dove tutti si abbracciano, lui con lei, lui con lui, lei con lei, in un mondo pacificato, sicuramente migliore.
Finito lo spettacolo, riconsegnato il badge, è tempo di ritornare alla vita.

Teatro Farnese – Festival Verdi 2017
STIFFELIO
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Edizione critica a cura di Kathleen Kuzmick Hansell
The University of Chicago Press, Chicago, e Casa Ricordi, Milano

Stiffelio Luciano Ganci
Lina Maria Katzarava
Stankar Francesco Landolfi
Raffaele Giovanni Sala
Jorg Emanuele Cordaro
Federico di Frengel Blagoj Nacoski
Dorotea Cecilia Bernini

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Guillermo García Calvo
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Graham Vick
Scene e costumi Mauro Tinti
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti coreografici Ron Howell
Nuovo allestimento in coproduzione il Teatro Comunale di Bologna
Parma, 30 settembre 2017

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