Palermo, Teatro Massimo – Tosca

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È una primavera dedicata al grande repertorio, quella del Teatro Massimo di Palermo: dove La traviata si alterna a Tosca, di Giacomo Puccini, non solo per soddisfare le esigenze di un pubblico opportunamente rimpolpato da numerose presenze turistiche, ma soprattutto in vista della prossima tournée in Giappone, dove i due spettacoli verranno riproposti, seppure con una distribuzione parzialmente diversa. Non c’è dunque da meravigliarsi del calore con cui è stato accolto anche il capolavoro pucciniano, da parte di un uditorio che aspetta al varco gli artisti nei momenti più noti e attesi. Sotto questa prospettiva, l’operazione può dirsi pienamente riuscita, anche per la presenza di due stelle del firmamento lirico internazionale, il cui impegno ha consentito il successo della produzione.

In forma smagliante, Fiorenza Cedolins è Floria Tosca. Non soltanto perché ne padroneggia ogni più riposta sfumatura, ma soprattutto perché sbalza un personaggio a tutto tondo, tragédienne di alto profilo, donna e diva durante tutto il corso dell’opera. Alcuni dettagli, giusto per dare un’idea della costruzione del ruolo: l’attenzione con cui valorizza i costumi – sontuosi, quelli che indossa: verde acqua nel primo atto, rosso pompeiano e oro nel secondo, blu notte nell’ultimo – e stole e strascichi, per creare drappeggi di cui si ammanta, autentiche ali che le permettono di svettare sulla scena; o ancora tutto il mimodrame del Finale II, dal momento in cui scorge il coltello sul tavolo della cena a quando abbandona Palazzo Farnese, realizzato nel pieno rispetto delle didascalie ma arricchito da un gioco di sguardi – al tempo stesso sobri ma di grande forza espressiva – che rendono indimenticabile la scena. C’è, inoltre, uno strumento vocale che ancora perfettamente risponde alle esigenze del ruolo, e anzi lo scolpisce con un fraseggio sempre penetrante, con un controllo della linea vocale esemplare, con il dominio di un registro acuto tuttora saldo (il celeberrimo do della «lama»). Inscritta nel solco di una nobile tradizione italiana, che congiunge la Olivero alla Kabaivanska, la sua Tosca trova nel «Vissi d’arte» la toccante sintesi del ruolo, fatta di dignità, generosità, dedizione.
Ma non minore entusiasmo suscita il Cavaradossi di Marcello Giordani, che ha bisogno di pochi minuti di rodaggio per ritrovare intatta la lucentezza di un timbro dal fascino abbagliante, la limpida, irresistibile luminosità di una dizione esemplare. Sarebbe ingiusto soffermarsi sulla tendenza alla fissità di suoni stentorei o sui segni di stanchezza che, qui e lì, vengono abilmente gestiti e occultati; conviene piuttosto soffermarsi sull’arte della costruzione delle frasi, di improvvise impennate melodiche – mobilissimo tessuto connettivo del canto di conversazione pucciniano – in cui si percepisce la lunga consentaneità del tenore siciliano con il ruolo del volterriano pittore romano: che si tratti della seducente malìa dell’arcata di «Quale occhio al mondo» o del folgorante, trionfante erompere del «Vittoria! Vittoria!», fino al calore e alla ricerca di colori dell’aria finale, il suo Cavaradossi dipinge e pennella non solo il quadro della Maddalena, ma sulla più ampia tavolozza di una vocalità ancora fervida di sfumature e di gradazioni.
Se può risultare meno stimolante lo Scarpia di Sebastian Catana, certo non si può negare l’onesta professionalità di un artista che domina la parte e ne valorizza l’austero, imponente tratto poliziesco. La genericità del timbro, infatti, viene parzialmente compensata da un attento lavoro di scavo interpretativo, che gli consente di assurgere a un ruolo di primo piano nella lunga sequenza del Te Deum, autentico, parossistico vertice di una sequenza drammatica efficacemente sostenuta; ma soprattutto nel grande duetto con Tosca, nel secondo atto, quando un declamato sempre tesissimo e lancinante plasma il durissimo scontro con la protagonista. Di buon livello anche il resto della distribuzione, che trova la sua punta di diamante nel Sagrestano di Paolo Orecchia, eccellente caratterista, e nel sofferto Angelotti di Romano Dal Zovo. Con Mario Bolognesi, irreprensibile Spoletta, Italo Proferisce, attendibile Sciarrone, e Cosimo Diano, compunto Carceriere, merita una menzione il delizioso pastorello di Alice Licata. Nel corso del primo atto, si disimpegna efficacemente anche la compagine corale, diretta da Piero Monti, e il pimpante, allegrissimo Coro di voci bianche, preparato da Salvatore Punturo.

Sul podio, la bacchetta di Gianluca Martinenghi assicura una lettura drammaticamente sfaccettata della partitura, di cui esalta la teatralità travolgente. L’orchestra ne segue in maniera duttile l’impostazione sanguigna e fortemente contrastata, anche se, talvolta, il suono risulta eccessivamente pletorico e, nei momenti di maggior intensità espressiva del secondo atto, rischia di sommergere le voci. Ma altrove non mancano felici intuizioni interpretative, soprattutto quando il dramma si stempera nelle tinte pastello dell’alba romana, preludio quasi impressionista allo struggente addio alla vita di Cavaradossi. La concertazione, peraltro, ha il merito di seguire le ragioni del canto ma, al tempo stesso, di imbrigliarle per assicurare che il magmatico, incandescente scorrere del flusso sonoro proceda senza soluzione di continuità.

Suggestiva, infine, è la romanità che Mario Pontiggia ricrea a partire dalle ardite soluzioni scenografiche immaginate da Francesco Zito. È un’impostazione che fedelmente, pedissequamente rispetta i canoni di una rassicurante tradizione; e però bisogna ammettere che la coraggiosa prospettiva di Sant’Andrea della Valle – con la cupola che giganteggia sull’altare maggiore – quasi si trasforma in un occhio vigile, nello sguardo indagatore di un potere che tutto sovrasta e controlla, per incarnarsi poi in nere silhouettes di preti e abatini che dalla Chiesa trascorrono tra le mura barocche di Palazzo Farnese, per diventare poi melliflui spettatori di una condanna a morte mascherata dal velo della clemenza, quindi di un suicidio che nessuno impedisce. Per questo, è interessante che – seppure con leggero scarto temporale – il quadro della Maddalena abbozzato da Cavaradossi corrisponda con la celeberrima Meditazione di Francesco Hayez, realizzato all’indomani delle Cinque giornate di Milano: perché nel clima di attesa della donna, l’abito discinto su un seno nudo, si concretizza il gesto di rivolta del pittore contro l’opprimente clima di repressione della Roma papalina e barocca, illustrata con viscontiana dovizia di tratti sulla scena. Ma anche Floria Tosca si rivela donna del dissenso, per quel suo continuo abitare le regioni dell’arte, in cui non cessa di rifugiarsi: ne è prova l’incessante andirivieni sempre accompagnata da imponenti, fastosi mazzi di fiori, con cui si presenta tanto nel primo come nel secondo atto. Non è trovata originale ma emozionante, allora, che «Vissi d’arte» venga intonato al proscenio: mentre le dorature della sala risplendono per le mezze luci soffuse che brillano dalle rosee corolle delle appliques a fioriera, delicato, corale tributo dell’intera sala al sacrificio della donna, ma anche al meritato trionfo della diva.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2017
TOSCA
Melodramma in tre atti di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Fiorenza Cedolins
Mario Cavaradossi Marcello Giordani
Il barone Scarpia Sebastian Catana
Cesare Angelotti Romano Dal Zovo
Il sagrestano Paolo Orecchia
Spoletta Mario Bolognesi
Sciarrone Italo Proferisce
Un carceriere Cosimo Diano
Un pastore Alice Licata

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Massimo
Direttore Gianluca Martinenghi
Maestro del coro Piero Monti
Maestro del coro di voci bianche Salvatore Punturo
Regia Mario Pontiggia
Scene e costumi Francesco Zito
Luci Bruno Ciulli
Palermo, 31 marzo 2017

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