Palermo, Teatro Massimo – La traviata

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Violetta Valéry come Franca Florio. Spira un’aria morbida e soffusa di Belle Époque nella nuova Traviata che il Teatro Massimo di Palermo ha presentato al pubblico – a meno di un quinquennio dall’ultima edizione – in vista dell’imminente, prestigiosa tournée in Giappone, con tappa nell’imponente sede del Bunka Kaikan di Tokyo. E allora l’idea non è stata soltanto quella di riprendere il sempre attesissimo capolavoro di Giuseppe Verdi, che ha fatto registrare il prevedibile sold out per tutte le recite; ma di raccontare una parte importante della storia di Palermo nella terra del Sol Levante, lì dove l’Italia è sinonimo di arte e di cultura. Per questo, quando il velario si alza su un lussureggiante jardin d’été, in cui la vetrata di fondo è retta da raffinate volute in ferro battuto, sembra quasi di assistere a una festa di donna Franca, la ‘Stella d’Italia’, ‘l’Unica’ – secondo l’irrinunciabile definizione dannunziana – protagonista del bel mondo isolano, a cavaliere tra Otto e Novecento. Tra le preziosità architettoniche Art nouveau della sala costruita dagli architetti Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile, le mille suggestioni della mise en abyme risultano folgoranti: raramente un allestimento è parso perfettamente calato nel luogo in cui viene rappresentato.

Perfettamente rodato, lo spettacolo fila liscio come l’olio e trascina l’entusiasmo del pubblico, che si manifesta praticamente alla fine di ogni numero musicale; del resto, nel capoluogo isolano La traviata ha sempre rappresentato una storia d’eccellenza, sin dalla memorabile presenza di Gemma Bellincioni, nel 1903, e poi– tra le altre – di artiste del calibro di Ester Mazzoleni (1921), Claudia Muzio (1933), Maria Caniglia (1945), Rina Gigli con il padre Beniamino (1946), Magda Olivero (1952), Leyla Gencer (1955), Anna Moffo (1959), Renata Scotto (1967, 1973), Maria Chiara (1977), Giusy Devinu (1985, 1994), Cristina Gallardo-Domas (1997), e ancora, in anni più recenti, Andrea Rost (2007) e Mariella Devia (2012), sino all’ultima ripresa, sul finire del 2013, per il debutto italiano nel ruolo della palermitana Desirée Rancatore, beniamina del pubblico locale. E si ‘gioca in casa’ anche in questa occasione, visto che nel ruolo del titolo figura un’altra palermitana, Jessica Nuccio, autentica trionfatrice della serata, che peraltro ha già cantato il ruolo in numerosi, altri teatri italiani ed esteri. Propone una visione musicalmente compiuta ed elegante del personaggio: è indubbio lo studio meticoloso, l’attenzione ai dettagli, la sicurezza con cui affronta una coloratura fluida e scorrevole, la ricerca di un fraseggio sempre misurato e penetrante. Alcuni elementi, forse, non la rendono una Violetta ideale: non soltanto il timbro, francamente anonimo, ma soprattutto la mancanza di un peso specifico vocale, di una ricchezza di armonici che qui sembrano latitare. In più punti si ha, insomma, la sensazione di sentire un’Adina che canta Violetta: laddove si richiederebbe uno spessore maggiore, un pathos tragico che, soprattutto, negli ultimi due atti, è ancora tutto da costruire. Poco le giova, infine, una genericità scenica difficilmente tollerabile: non soltanto per via di una floridezza che ne fa l’immagine della salute, ben lontana dalle sofferenze fisiche – prima ancora che morali – del personaggio; ma soprattutto perché non un gesto, non l’inarcarsi di un ciglio tradiscono la benché minima emozione. Certo, soprattutto in opere come questa è bene tenersi lontani dalla retorica: ma è difficile credere in una Violetta che intona «Alfredo, Alfredo, di questo core» seduta impettita su un sofà; e bisogna attendere almeno fino al prorompere di «Gran Dio! morir sì giovine» per ascoltare un moto di rivolta, un gesto – vocale, prima ancora che scenico – veramente coinvolgente.

Tenore dai luminosi trascorsi rossiniani, René Barbera è, invece, un eccellente Alfredo – non fosse per un physique du rôle invero ingrato. Può contare, infatti, su un timbro schiettamente luminoso e sulla facilità di un registro acuto sempre caloroso e svettante, che esaltano l’irruenza giovanile e baldanzosa del personaggio. Ma in tutto questo si avverte un certosino, calibratissimo controllo della linea vocale, che se da un lato esalta la freschezza sorgiva di un materiale vocale di prim’ordine, dall’altro accuratamente evita intemperanze e impennate stilisticamente fuor di luogo. Mirabile è il nitore di un «Parigi, o cara» a fior di labbra, in cui emerge la poesia dell’amante appassionato come dell’eroe romantico, pronto a sognare un impossibile futuro più roseo.
Si ritaglia un considerevole successo personale anche il Germont di Simone Piazzola, qui impegnato in uno dei suoi ruoli di riferimento. Anche rispetto ad altre prove recenti – si pensi al Don Carlo scaligero – qui la composizione del ruolo risulta perfettamente messa a fuoco. Incarnazione di una severa morale borghese («Madamigella Valery?»), il baritono veronese mette a frutto un timbro sostanzialmente chiaro – e inevitabilmente non anziano – per imboccare la strada di una suasiva mediazione, di un’austera pacatezza di toni che valorizza un canto sempre sfumato, elegantissimo, fondato sulla mezza voce di una «parola scenica» sempre nitida e incisiva. Per questo la grande Aria del secondo atto si rivela una grande lezione di stile, prima ancora che di tecnica vocale, che trova il suo vertice in quella «voce dell’onor» che galleggia sul fiato, lacerante memoria di un passato irripetibile e nostalgicamente evocato nella dimensione del rimpianto.

Di pregio anche il resto della distribuzione: dalla bella grana, seducente e pastosa, della Flora di Piera Bivona, che magari avrebbe potuto evitare la coquetterie di alcune pose troppo marcate, all’affettuosa, fervida Annina di Adriana Iozzia; l’accorto, elegante Grenvil di Romano Dal Zovo come l’eccellente, autorevole Douphol di Paolo Orecchia; fino all’arruffato, simpatico Gastone di Giorgio Trucco e al gradevole e puntuale Marchese di Italo Proferisce. Meno convincono le coreografie, francamente corrive, di Giuseppe Bonanno, che onestamente le esegue con la seducente Monica Piazza. Suscita entusiasmo – e per questo si merita addirittura un applauso a scena aperta, dopo un elettrizzante «Si ridesta in ciel l’aurora» – la compagine corale del Massimo, come sempre diretta da Piero Monti, autentico modello di limpida dizione e di impeccabile resa d’insieme.

Ma conviene dire, a questo punto, della concertazione di Francesco Ivan Ciampa: che a ogni prova si conferma direttore verdiano di vaglia, giovane bacchetta perfettamente in grado di misurarsi con un titolo del grande repertorio senza mai scadere nella routine, ma anzi illuminandolo di luce nuova, se non inedita. Un gesto sempre misurato, eloquente e limpido lo aiutano da un lato a modellare una pasta sonora omogenea, uniforme, ma dall’altro – e in Verdi è problema cruciale – a coniugare passo drammatico e ricchezza dinamica, che qui si dispiega lungo una gamma d’infinite sfumature. È, insomma, una direzione di avvincente piglio narrativo, ma sempre al servizio delle ragioni del canto, assecondato ed esaltato con finezza e accortezza. Impalpabili nuvole sonore, i due Preludi – e segnatamente quello del terzo atto – sono cesellati con una trasparenza esemplare, sintesi e anticipazione del dramma che incombe.

Già: il dramma. Perché al di là della ricerca di sonorità equilibrate e coinvolgenti, La traviata – come tutto Verdi, del resto – è, prima di ogni altra cosa, grande teatro. E proprio questo elemento sembra difettare all’imperturbabile disegno registico di Mario Pontiggia, forse fin troppo preoccupato di dover convincere il pubblico giapponese e dunque attento a muoversi in punta di piedi. Una volta ammirata la trasposizione fin de siècle dello spettacolo, che poco o punto incide sulla drammaturgia verdiana, si rimane perennemente in attesa, se non di un’idea che sia una, quanto meno di una direzione degli attori, inesorabilmente abbandonati al loro destino: fino al celeberrimo «Addio del passato» che Violetta canta in piedi, al proscenio, praticamente in forma di concerto. Ma anche il ricco impianto scenico – firmato da Antonella Conte e Francesco Zito, quest’ultimo autore anche degli eleganti costumi – convince solo nel primo come nel secondo quadro, che sembra voler rievocare i fasti del liberty di Villa Whitaker. Superata questa fase, tuttavia, la festa chez Flora sembra ambientata in un boudoir risolto da un ampio velario scarlatto, mentre l’ultimo atto si fonda sul minimalismo di un letto, che troneggia desolato al centro della scena. Non bastano fili di perle e aigrettes, insomma, per far rivivere la Palermo dei Basile, le cascate di fiori degli affreschi di Ettore De Maria Bergler e il modernariato dell’arredamento di Vittorio Ducrot: altro e oltre è la vita della scena, il suo respiro, le sue emozioni.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2017
La traviata
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Jessica Nuccio
Flora Bervoix Piera Bivona
Annina Adriana Iozzia
Alfredo Germont René Barbera
Giorgio Germont Simone Piazzola
Gastone Giorgio Trucco
Barone Douphol Paolo Orecchia
Marchese d’Obigny Italo Proferisce
Dottor Grenvil Romano Dal Zovo
Giuseppe Carlo Morgante
Domestico di Flora Cosimo Diano
Commissionario Gianfranco Giordano
Matador Giuseppe Bonanno
Zingarella Monica Piazza

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Piero Monti
Regia Mario Pontiggia
Scene Francesco Zito e Antonella Conte
Costumi Francesco Zito
Luci Bruno Ciulli
Coreografia Giuseppe Bonanno
Palermo, 30 marzo 2017

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