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Padova, Teatro Verdi – La vedova allegra

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Padova opta per il grande repertorio anche in chiusura della Stagione lirica 2017. La scelta cade su una delle operette più celebri, La vedova allegra, che ha abbondantemente superato il secolo di vita (la prima esecuzione risale al 30 dicembre 1905 al Theater an der Wien) e, negli ultimi tempi, gode di un favore sempre crescente, stando alla frequenza con cui viene posta in cartellone. La fortuna che accompagna da sempre la partitura di Franz Lehár, imbevuta di quelle tematiche tanto care al pubblico (denaro, gelosia, amore, fedeltà e potere), poggia sull’innato senso dei tempi teatrali, sull’armonia e leggerezza che pervadono il plot e sulla fertilissima inventiva musicale.

La terza ripresa della produzione patavina, presentata nel 2009, riporta in scena un revival  – così recita il programma di sala – dell’allestimento curato interamente da Hugo de Ana, eccezion fatta per le coreografie di Claudio Ronda e il disegno luci di Sandro Dal Pra. Un’imponente costruzione mobile di vetro occupa il palcoscenico dove agiscono gentlemen, ragazze facili, vecchi ricordi cinematografici (i tre fratelli Marx) e cicisbei. L’allestimento è un compendio delle caratteristiche tipiche di de Ana: affascina per l’opulenza e per le idee ma lascia qualche dubbio in merito ad alcuni rimaneggiamenti. Il gusto per il colore si ritrova nei costumi sgargianti, nella scena del terzo atto invasa di luci, ombre, appariscenti scritte al neon, filtrate dalle lastre della soverchiante costruzione che dilata e riflette. Suggestivi i chiaroscuri dei primi due atti in cui campeggiano il maestoso lampadario, circondato da arabeschi liberty, e i fascinosi glicini che incorniciano il pavillon. Rispetto all’originale, questa ripresa risulta più scorrevole. Sono state cassate delle trovate, decisamente eccessive in termini di spazio e tempo (ci si riferisce in particolare ai dialoghi), mentre permangono taluni spostamenti di brani, per esigenze registiche, da un atto all’altro, e citazioni da differenti lavori di Lehár (l’operetta Frühling, per la precisione, con il divertente Lingerie de Batist). Sebbene l’attuale messinscena non sia curata direttamente da De Ana, lo spettacolo funziona con le nuove direttive e impostazioni, mantenendo una certa dinamica narrativa, essenziale in un’operetta tanto nota. Qualche gag rischia di passare inosservata o, al peggio, rallentare lo scorrere fluido della partitura, ma nel complesso l’assetto drammaturgico non ne risente.

La sorpresa più interessante proviene dal golfo mistico dove agisce Jordi Bernàcer, recentemente apprezzato nella serata con Plàcido Domingo dedicata alla Zarzuela durante il festival areniano. La concertazione del direttore spagnolo mette in risalto l’eleganza della scrittura di Lehár trovando un perfetto equilibrio tra l’accompagnamento garbato e attento dei solisti e una personale, interessante e matura, interpretazione. Una lettura ispirata che rispetta le esigenze del genere operettistico in un florilegio di dinamiche, tinte cangianti, fraseggi capaci di sottolineare tanto la cantabilità quanto l’indiavolato tripudio ritmico della Tanzoperette. La performance dell’Orchestra di Padova e del Veneto dimostra la costante crescita qualitativa della compagine padovana, coesa e quasi sempre corretta durante l’intera serata. Una valida prova è offerta anche dal Coro lirico veneto istruito da Stefano Lovato.

Tra le parti principali, l’unico riconfermato dalle passate edizioni è Alessandro Safina, Conte Danilo Danilowitch. Il tenore ribadisce la sua disinvoltura scenica, assecondata dal profilo slanciato e fascinoso che riscatta, per quanto possibile, emissioni non sempre ortodosse, specie in zona acuta, e fraseggio poco curato.
La presenza di una fuoriclasse come Sumi Jo è probabilmente l’elemento di maggior richiamo di questa produzione. Del soprano sudcoreano colpiscono subito il volume ridimensionato e il registro estremo che lascia intravedere solo in parte i fasti di una vocalità nota per l’estensione e l’estrema duttilità. Con il procedere dello spettacolo la prova migliora: si apprezza, in particolare, l’esecuzione curata e attenta alle sfumature del celeberrimo “Vilja Lied”. Sull’intera esecuzione pesa anche, e inaspettatamente, una certa genericità interpretativa dovuta alla scarsa adesione con cui è stato accostato il ruolo.
Più affiatata la coppia Valencienne-Camille de Rossillon, rispettivamente Nathalie Manfrino e Leonardo Cortellazzi. Il soprano francese è dotato di convincente piglio attoriale, pur mancando l’innata spontaneità così necessaria in questo repertorio. La linea canora è complessivamente fluida, benché la prova, nel complesso, non denoti originali spunti personali e risenta di qualche imprecisione vocale. Il tenore si segnala soprattutto nei passaggi lirici in cui manifesta alcune buone intenzioni canore. È probabilmente il più aderente al personaggio e, se non fosse per emissioni qua e là nasaleggianti, il più adeguato alle esigenze operettistiche.
Per i cosiddetti secondi ruoli, in un lavoro che tuttavia non risparmia nessuno, sono impegnati validi artisti. Andrea Zaupa, vivace e brioso Capitano Kromow, Emanuele Giannino, buffo e preparato Pritschitch, e Tommaso Barea, scanzonato Bogdanowitsch, danno vita al turbolento trio dei fratelli Marx, indaffarati a farsi valere come mariti rispettabili. Dario Giorgelè, Visconte Cascada, e Max René Cosotti, Marchese de St. Brioche, si fondono a meraviglia. Giorgelè sfodera un dinamismo attoriale in grado di camuffare qualche debolezza vocale, Cosotti, in un repertorio frequentato a lungo, è superlativo tanto per perfetta e fluida aderenza scenica, quanto per spontanea recitazione.
Nei panni del Barone Zeta Bruno Praticò si produce in una prova divertente ma discutibile per resa canora. Leopoldo Mastelloni, attore, regista e cantante, noto per l’attività teatrale e le frequentazioni televisive, pare a tratti intrappolato nei panni del cancelliere Njegus. Si percepisce un certo disagio nel confronto con i tempi teatrali dettati dalle esigenze musicali. Nonostante questa debolezza, e sprazzi di artificiosità, la prestazione rivela doti sceniche, mestiere e padronanza tipici di un consumato e comprovato artista.
Nel 2009 de Ana volle tre dive del panorama lirico (Cecilia Gasdia, Mara Zampieri, Katia Ricciarelli) per interpretare i ruoli di Sylviane, Praskowia e Olga Kromow. Ora, ridimensionati taluni interventi, vestono i loro panni rispettivamente Marta Calcaterra, Giovanna Donadini, Paola Francesca Natale. Le tre si cimentano, nel terzo atto, con lo spumeggiante duetto, trasformato in terzetto, di Hanna e Danilo “Heia, Mädel, aufgeschaut” (“Haia, fanciulla, alza gli occhi).
Il pubblico, compassato durante lo spettacolo, si lascia andare al termine, travolto da variopinte stelle filanti, e applaude tutti gli interpreti in un festante tripudio generale.

Teatro Comnale Giuseppe Verdi – Stagione lirica 2017
LA VEDOVA ALLEGRA
Operetta in tre parti
Libretto di Victor Léon e Leo Stein
Musica di Franz Lehár

Hanna Glawari Sumi Jo
Conte Danilo Alessandro Safina
Njegus Leopoldo Mastelloni
Valencienne Nathalie Manfrino
Camille de Rossillon Leonardo Cortelazzi
Barone Zeta Bruno Praticò
Marchese de Saint Brioche Max Renè Cosotti
Cascada  Dario Giorgelè
Capitano Kromow Andrea Zaupa
Bogdanowitch Tommaso Barea
Pritschitch Emanuele Giannino
Sylviane Marta Calcaterra
Olga Kromow Paola Francesca Natale
Praskowia Giovanna Donadini

Orchestra di Padova e del Veneto
Direttore Jordi Bernàcer
Coro Lirico Veneto
Maestro del coro Stefano Lovato
Revival da un’idea originale di Hugo de Ana
Light designer Sandro Dal Pra
Coreografo Claudio Ronda
Padova, 29 dicembre 2017

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