Chiudi

Opera di Firenze – Madama Butterfly

Condivisioni

È con la tragedia giapponese che si inaugura “Passione Puccini”, il tour de force popolar-pucciniano di questo settembre, proposto dall’Opera di Firenze come antipasto di stagione. La scelta di apertura ricade sulla ripresa dell’allestimento di Madama Butterfly, firmato da Fabio Ceresa e varato nell’estate 2015.
Si tratta di una regia semplice e fluida, di impianto tradizionale, ma non per questo scontata. La scenografia fissa di Tiziano Santi è costituita da un interno di casa giapponese in primo piano, chiuso dietro da una serie di pannelli scorrevoli che, aprendosi, mostrano un molo proteso verso il cielo e il mare infinito, quasi prossimi a confondersi. Su quella passerella lanciata verso altri mondi, tra il “tanto cielo” e il “tanto mare” appare Butterfly al suo ingresso, e lì avviene il suicidio, come a chiudere il cerchio e a sottolineare il limbo perenne in cui lei stessa si trova, rinnegata dalla famiglia e dimenticata dalla nuova patria a cui anela. Lungo tutta la vicenda, Cio-Cio-San è vegliata da Suzuki, trasformata in un vecchio spirito custode, il cui compito è assicurarsi che la protagonista segua il suo destino: è lei a stilare il contratto di matrimonio, lei a mettersi di fronte allo Zio Bonzo quando egli accusa la nipote, lei a offrire la katana prima dell’estremo gesto. Emerge quindi questa coppia di donne sole contro la vita stessa, e nessun uomo riesce a entrare nella casa a soffietto senza essere cannibalizzato o respinto. Nessuno insomma esce indenne dalla gabbia fisica e mentale creata da Butterfly e ben resa dal regista nella scena dell’incontro tra lei e Kate: Cio-Cio-San stretta tra due pannelli che si agita alla ricerca dell’amato, mentre la moglie di questi e il console stanno immobili nei riquadri ai lati. In questa visione ben centrata sul testo, gli interpreti risultano sempre correttamente guidati ed esibiscono movimenti fluidi e naturali, ben immedesimati nei caratteri specifici dei personaggi. Fondamentali per la riuscita di molte scene suggestive, in particolare il finale, sono sicuramente le efficacissime luci di D. M. Wood.

Francesco Pasqualetti tiene bene le redini dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. La sua è una direzione attentissima ai particolari, ma non per questo priva di una visione d’insieme. L’impressione che si ricava è quella di una messa in evidenza dei caratteri di eros e thanatos insiti nella partitura; emergono quindi i dettagli orchestrali anticipatori della tragedia, incombente fin dal primo atto, mentre il duetto d’amore si avvolge in spire voluttuose e sensuali. Anche se inizialmente il volume tende un po’ a coprire le voci, nel secondo atto il direttore arriva a far respirare pienamente buca e palco, come ben esemplificato dall’accompagnamento delicatissimo di “Tu? tu?… piccolo Iddio”, eseguito in modo da sorreggere pienamente la voce della protagonista. Molto buona  la prestazione del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato da Lorenzo Fratini.

Il cast si rivela nel complesso omogeneo e ben assortito. Donata d’Annunzio Lombardi porta a Firenze uno dei suoi ruoli firma. È infatti evidente che conosce il ruolo anche capovolto, e si immedesima con naturalezza nel personaggio. Se nel primo atto il soprano pare puntare a un certo risparmio dei mezzi, nel secondo sprigiona tutto il suo potenziale, tra notevoli pianissimi e belle corposità. Il volume è consistente e il gioco di sfumature invidiabile. Il fraseggio presenta alcune soluzioni di particolare effetto, consolidate da un uso sapiente dei colori: sorprendente a tal proposito come la voce venga schiarita negli schianti di realtà (ad esempio “Due cose potrei fare”). Nel complesso ci troviamo di fronte a una Butterfly costruita sulla presenza scenica e sui momenti meno canonici, come un “Che tua madre dovrà” accorato e partecipe, mentre “Un bel dì vedremo” non risulta perfettamente a fuoco.
Antonio Gandia è un Pinkerton un po’ monotono ma dai mezzi vocali generosi. Affronta la parte con il giusto piglio e scioltezza, grazie a un bel timbro e a un mezzo vocale che acquista corpo soprattutto quando sale nel registro acuto. Annunziata Vestri segue bene le indicazioni registiche e disegna una Suzuki rigorosa ma protettiva. Ben proiettata, la voce risulta più a suo agio nel registro acuto che in quello più prettamente contraltino, dove i passi più concitati sembrano metterla alla frusta. Francesco Verna si dimostra uno Sharpless compassato, che si distingue per un buon volume e una linea omogenea, ben dispiegate soprattutto nel secondo atto.
Vocalmente rifinito e mai macchiettistico risulta il Goro di Roberto Covatta, il quale esibisce un suono proiettato e un fraseggio assai curato. Jungmin Kim, in doppia veste di Commissario Imperiale e Principe Yamadori, si distingue per una voce piena, così come lo zio Bonzo di Luciano Leoni. Ben centrata nei suoi interventi anche la Kate Pinkerton di Marta Pluda. Al termine della recita, il pubblico piuttosto numeroso sancisce un cordiale successo, con punte di entusiasmo per i protagonisti e il direttore.

Opera di Firenze – Passione Puccini
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Cio-Cio-San Donata d’Annunzio Lombardi
Suzuki Annunziata Vestri
Kate Pinkerton Marta Pluda
F. B. Pinkerton Antonio Gandia
Sharpless Francesco Verna
Goro Roberto Covatta
Il Commissario imperiale/Yamadori Jungmin Kim
Lo zio Bonzo Luciano Leoni
L’ufficiale del registro Egidio Massimo Naccarato
Yakusidé Nicola Lisanti
La madre di Cio-Cio-San Elena Cavini
La cugina Tiziana Bellavista

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Francesco Pasqualetti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Fabio Ceresa
Scene Tiziano Santi
Costumi Tommaso Lagattolla
Luci D. M. Wood
Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
in coproduzione con Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari
Firenze, 8 settembre 2017

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012