Opera di Firenze – Faust

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Nell’ultimo decennio il grande repertorio francese non ha goduto di grande considerazione nelle stagioni operistiche fiorentine. Da qualche tempo si nota però un cambiamento di rotta: dopo Les pêcheurs de perles di Georges Bizet dello scorso febbraio, si è puntato sul più o meno coevo Faust di Charles Gounod, che mancava a Firenze da trentadue anni. Per l’occasione viene importato l’ormai iconico allestimento realizzato da David McVicar per la Royal Opera House di Londra nel 2004, in coproduzione con i teatri di Trieste, Montecarlo e Lille, del quale esiste anche un DVD in commercio.
Tuttavia alla “prima”, a causa di uno sciopero dei dipendenti tecnici dell’Opera di Firenze, la regia di McVicar non si è vista perché non sono stati possibili i cambi delle scene e delle luci. Per questo motivo si è deciso di eseguire comunque lo spettacolo in una sorta di forma semi-scenica, senza costumi, con una scenografia montata e qualche sparso movimento. Risulta impossibile, dunque, raccontare la parte registica che costituisce la grande attrattiva di questa serie di recite.

Nonostante ciò, la parte musicale si fa ampiamente apprezzare, rivelando anche qualche sorpresa. Emerge in primo luogo la prova di Juraj Valčuha alla testa di un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in ottima forma. Il direttore slovacco dimostra di saper tenere in piedi egregiamente la delicata architettura musicale di un grand-opéra che si sta lentamente disgregando dopo i fasti meyerbeeriani. La sua direzione si configura come una vera orgia coloristica, una folle corsa verso la dannazione eterna. I tempi sono serrati e anche gli squarci lirici si tingono di morbosità e decadenza, grazie alle sfumature sotterranee messe in luce. Gli unici difetti imputabili a questo fiume in piena sono i momenti in cui i cantanti vengono sovrastati dal suono che proviene dalla buca, ma è un dettaglio che può essere emendato durante le repliche.

Il cast è un buon bilanciamento di voci note e nuove scoperte. Il Faust di Wookyung Kim presenta un bel timbro caldo e seducente. La voce è ampia, salda e ben emessa, ma l’interprete non si lascia andare a grandi finezze, tinteggiando un personaggio molto classico negli intenti. Gli acuti sono sufficientemente spavaldi, ma questo non impedisce un incidente nel famoso do di “Salut! Demeure chaste et pure”. Tuttavia ciò non inficia quella che si può definire come una discreta prova.
Carmela Remigio torna al ruolo di Marguerite dopo averlo sostenuto nella stessa produzione di McVicar a Trieste. Il timbro non è gradevolissimo, la voce ha poco corpo in basso e in acuto risulta leggermente al limite, ma il fraseggio è curato e i centri mantengono una certa morbidezza. Infatti il soprano dà il meglio di sé nelle oasi liriche, ma le manca nerbo nei momenti in cui l’interprete dovrebbe imporsi, come l’invocazione finale “Anges purs, anges radieux!” o la famosa “Air des bijoux”, che risulta incolore e un po’ anonima.
Nel terzetto di protagonisti spicca il Méphistophélès di Paul Gay. La voce è voluminosa ed emessa correttamente, con buone dinamiche dei colori. La pronuncia, inutile dirlo, è perfetta, e il fraseggio assai curato. Il basso francese risulta un po’ messo in difficoltà dalla scelta di alcuni tempi spediti della direzione, come nella “Ronde” del vitello d’oro, ma risolve i problemi con efficacia senza perdere di vista le intenzioni del personaggio. Inoltre, l’interprete presenta una spiccata dote attoriale, visibile anche in una esecuzione del genere, che fa ben sperare per la buona riuscita dello spettacolo nel momento in cui verrà messo in scena nella sua totalità.
Serban Vasile ben risolve la vocalità di Valentin, con una linea sicura, un registro medio-alto saldo e un buon uso di colori e fraseggio. La giovane Laura Verrecchia si disimpegna con scioltezza nel ruolo dell’innamorato Siebel, dimostrando una buona padronanza della voce soprattutto in acuto. Funzionali il Wagner di Karl Huml e la Marthe non eccessivamente civettuola di Gabriella Sborgi. Ottima la prova del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato come sempre da Lorenzo Fratini.
In definitiva le carte musicali in tavola ci sono; manca solo di vedere lo spettacolo nella sua interezza, cosa che si spera avvenga nelle recite successive.

Dopo il tormentato debutto, le repliche fiorentine del Faust proseguono secondo il programma, con ogni cosa al suo posto. Si può così apprezzare quella che è l’attrazione primaria di questo pugno di recite: l’allestimento firmato da Sir David McVicar.
Bisogna partire da un presupposto: lo spettacolo realizzato per la Royal Opera House di Londra nel 2004 è ormai riconosciuto come un classico della regia d’opera contemporanea. Il motivo è presto detto. McVicar pone l’azione nella Francia del Secondo Impero mettendone in risalto tutte le sue caratteristiche e contraddizioni: gli ideali borghesi, la forte impronta cattolica, la spinta nazionalistica. A dare questa idea concorrono sicuramente le scenografie di Charles Edward, formate da un impianto fisso che condensa in sé i palchi di un teatro d’opera, i bassifondi parigini, e una chiesa gotica con organo. Su questa base vengono poi fatte varie aggiunte per connotare le scene particolari: ecco dunque grandi insegne luminose per il Cabaret l’Enfer dove ha luogo il valzer del secondo atto, qui trasformato in sfrenato can-can; la modesta casa di Marguerite a ingombrare la scena nel terzo; una panoramica dell’Opéra e fondali dipinti per rappresentare il regno di Méphistophélès nell’ultimo. Faust, riappropriatosi della giovinezza, si ritrova quindi a vagare nell’epoca del compositore in un viaggio che lo consuma e lo annichilisce sempre di più, tanto da doversi drogare per riuscire a provare qualcosa. Lo accompagna un Méphistophélès camaleontico e subdolo che da mero aiuto diventa regista di tutta l’azione, mentre Marguerite è in realtà solo una ragazza civettuola qualunque, che alla fine salva solo se stessa, priva delle abituali aure angeliche che la connotano. McVicar fa emergere questi aspetti, già serpeggianti nel libretto, con potenza e libertà, creando spunti visivi di facile comprensione per un vasto pubblico, che si ritrova così a vagare insieme al protagonista in un caleidoscopio di immagini che colpiscono in modo deciso.
I migliori spettacoli di McVicar si basano spesso su due fattori portanti: le luci e la cura della recitazione. In questo caso, le prime sono state riprese magistralmente da John Percox, mentre qualche dubbio rimane sul secondo aspetto. Il regista scozzese lavora tantissimo sul gesto teatrale, adattato ogni volta sugli interpreti della produzione, e a forza di prove riesce solitamente a conferire alle sue regie una naturalezza attoriale che raramente si ritrova nel teatro d’opera. Quando però McVicar non è presente, tale componente può venire meno. In questo caso non si può dire che Bruno Ravella abbia ripreso male la regia: l’azione è vorticosa e i controscena sono curati. Manca solo una certa spontaneità definitiva dell’azione e quella cura maniacale nel far corrispondere tutto al millimetro sulla musica, tanto che in alcuni punti la classica posizione operistica del solista fermo o passeggiante senza motivo durante l’aria è dietro l’angolo.
Ciò comunque non inficia la buona riuscita dello spettacolo, che è comunque estremamente godibile e si caratterizza come una delle migliori regie viste sulla scena fiorentina negli ultimi anni. E per dire questo basterebbe anche solo l’ultimo atto con il regno di Méphistophélès il quale non è altro che il palcoscenico dell’Opéra, e il balletto apparentemente classico in cui le ballerine sembrano uscite da Giselle. Dopo aver preso in giro la loro compagna gravida che continua a ballare anche se costretta, finiscono per rivelarsi delle arpie ninfomani, pronte a concedersi agli avventori alto-borghesi del teatro in una grande orgia visiva e musicale, che si dissolve solo all’apparizione di una Marguerite pazza e svuotata di tutto in fondo al palco con il bambino in braccio.
In estrema sintesi, si potrebbe quasi dire che come Gounod trasforma Goethe in un blockbuster operistico, così McVicar rende quest’opera uno spettacolo pop.

Opera di Firenze – Stagione 2016/2017
FAUST
Opéra in cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Charles Gounod

Faust Wookyung Kim
Marguerite Carmela Remigio
Méphistophélès Paul Gay
Valentin Serban Vasile
Siebel Laura Verrecchia
Marthe Gabriella Sborgi
Wagner Karl Huml

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia David McVicar ripresa da Bruno Ravella
Scene Charles Edward
Costumi Brigitte Reifenstuel ripresi da Anna Watkins
Coreografia Michael Keegan-Dolan ripresa da Rachel Poirier
Luci Paule Constable riprese da John Percox
Allestimento della Royal Opera House Covent Garden di Londra, in coproduzione con Teatro Verdi di Trieste, Opéra de Lille, Opéra de Monte-Carlo
Firenze, 20 e 31 Gennaio 2017

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